Eroi d’Europa: Monaldo Leopardi

Nato a Recanati , nella provincia pontificia della Marca, nel 1776 da famiglia di ferrea e continuativa tradizione guelfa, viene educato dal padre gesuita messicano Giuseppe Maria de Torres, in quegli anni espulso dalla corona spagnola, ormai strumento e grimaldello in mano agli “Illuminati”. Sposato alla marchesa Adelaide Antici, cui affida gestione e amministrazione della casa, ricopre varie cariche pubbliche nell’amministrazione della sua città, di cui è anche governatore nel 1798. Durante la giacobina Repubblica Romana e l’annessione della sua provincia al Regno d’Italia napoleonico si tiene ostentatamente lontano dalla vita pubblica. Con il ritorno di Papa Pio VII al guida di un liberato Stato Pontificio, è Gonfaloniere di Recanati dal 1816 al 1819 e poi dal 1823 al 1826. Pur essendo totalmente estraneo al riformismo sociale di stampo illuminista, in questi anni si dedica con passione al miglioramento delle condizioni di vita del suo popolo, sia con molti innovazioni in campo agronomico, con l’introduzione obbligazione del vaccino antivaioloso Jenner ed infine con una vasta opera di rafforzamento dei pubblici servizi. Uomo dalla vasta e articolata erudizione, alterna alla vita pubblica un’intensa attività di ricerca che lo porta a pubblicare molti studi di storia locale. I moti rivoluzionari che infiammano l’Europa nel 1830-31, producendo tra l’altro l’abbattimento della monarchia borbonica in Francia e l’arrivo del “re borghese” Luigi Filippo d’Orleans, lo chiamano prepotentemente ad una nuova attività pubblica, quella del polemista e scrittore antirivoluzionario. Già aveva scritto contro la filosofia illuminista e la Rivoluzione in un’opera del 1800, rimasta inedita e intitolata “Le cose come sono. Filosofia vera: Apologia del trono; Apologia dell’Altare” ma nel 1831 con la pubblicazione dei “Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831” il suo nome ottiene grandissima notorietà. Il pamphlet va a ruba, viene immediatamente ristampato e tradotto in più lingue. Sul frontespizio della prima edizione campeggia la scritta “La verità tutta, o niente” e nell’annesso “Il viaggio di Pulcinella. Trattenimento scenico recitato al mondo di oggi per far ridere il mondo di domani”, Monaldo, con l’arma di un’ironia mordace e corrosiva che attinge anche ai lazzi plebei, mostra come la Rivoluzione, temporaneamente sconfitta sul campo di battaglia dai sovrani europei, stia continuando a livello culturale la sua opera disgregatrice e sovvertitrice, separando la politica dalla giustizia e dalla religione e riducendola a mera ragion di Stato, appoggiandosi ai così detti moderati e mascherando la sua azione sotto i princìpi del cosiddetto equilibrio e del non intervento. Il conte contrappone quindi al contratto sociale e alla “sovranità immaginaria del popolo” l’alleanza fra il re e il suo popolo. Il primo deve perseguire il bene del secondo, che è tenuto all’ubbidienza, che “è scritta con la mano di Dio e stampata col torchio della natura”. Su suggerimento dell’amico Antonio Capece Minutolo, anch’ egli pubblicista controrivoluzionario, inizia a pubblicare La voce della Ragione, quindicinale stampato a Pesaro dal maggio 1832 al dicembre 1835, cui collaborano vari scrittori reazionari europei. In questo giornale Monaldo Leopardi, che già collaborava con La Voce della Verità di Modena, commenta periodicamente e con spietata lungimiranza il cammino della rivoluzione in Europa, partendo dal velleitarismo sanguinario di Mazzini e della Giovine Italia e dal caso del terrorista Menotti, passando a criticare violentemente il riformismo del Granduca di Toscana e l’umanesimo eversivo dell’Antologia del ginevrino e protestante Viesseux, concludendo con la critica dell’abate bretone La Mennais, passato dal legittimismo all’apostasia democratica. All’eguaglianza massificante su cui si stende la tirannia della Rivoluzione, oppone senza tentennamenti la Disuguaglianza naturale come elemento fondamentale del corpo sociale. Sbaglierebbe chi pensasse che l’antiliberale Monaldo sia stato fautore di un assolutismo accentratore e inefficace: in lui la negazione di un’inesistente nazione italiana va di pari passo con l’affermazione dei diritti delle patrie municipali, di cui sarà severo difensore durante i suoi anni di politica attiva. L’affermazione dei diritti dinastici gli impone una severa (e inascoltata) critica del Congresso di Vienna e della sua falsa e compromissoria attitudine restaurazionistica, imbelle di fronte ai guasti lasciati dai regimi napoleonici e ancor più arrendevole di fronte alla montante canea pubblicistica rivoluzionaria. Rimane, tra l’altro, memorabile la sua richiesta di smembramento della Francia orleanista. Scrittore tutt’altro conservatore, può essere invece definito pienamente reazionario, nemico quindi tanto della rivoluzione quanto dell’immobilismo conservatore e benpensante. Vero difensore del Trono e dell’Altare, anche da chi spesso non sapeva difendere né l’uno, né l’altro, fu uno dei tanti attenti profeti inascoltati dell’Europa di quegli anni, e certamente uno tra i più profondi. Negli ultimi anni della sua vita, dopo la soppressione de La voce della Verità, invisa a molti governi e anche alla parte liberale della curia pontificia (soleva dire “i Papi hanno l’infallibilità per decidere degli errori ma non l’hanno nella conversazione privata per non essere ingannati dai birbanti”), torna agli studi eruditi nel palazzo avito, in una vecchiaia funestata da alcuni lutti domestici. Muore il 30 aprile 1847, in tempo per non vedere lo sfacelo delle grandi rivoluzioni e del moto unitario italiano. Come disse lo storico Monti della Corte: “Vedeva e misurava le forze contrastanti e seguiva le fasi del duello titanico…Da una parte il Passato, l’Autorità legittima, le Gerarchie tradizionali, il Pastorale e lo Scettro, la Storia, la Natura, Dio Stesso; dall’altra il nuovo credo egualitario, l’idea del progresso indefinito e messianico: l’Utopia, la Rivolta, l’Astrazione, la Dea Ragione, i Diritti degli uomini invidiosi e superbi”. Ebbe cinque figli che raggiunsero l’età adulta, tra cui ricordiamo Paolina, nubile rimasta in famiglia, Giacomo, letterato, e PierFrancesco, possidente e suo erede.
Piergiorgio Seveso
Sprazzi di Bibliografia
Monaldo Leopardi “Prediche recitate al popolo liberale da Don Muso Duro, curato nel paese della Verità e nella contrada della poca pazienza”, Pesaro, 1832. (Ristampato a cura di Silvio Vitale, presso le edizioni Il Cinabro, Catania, 1995)
Monaldo Leopardi “La città della filosofia”, Pesaro, Nobili, 1833 (ristampato a cura di Nicola Del Corno, presso l’editore Scheiwiller, Milano, 1998)
Monaldo Leopardi “Autobiografia”, Befani, Roma, 1883. (Ristampata con un saggio di Giulio Cattaneo, Edizioni dell’Altana, Roma, 1997)
Monaldo Leopardi “Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831”, s.l., 1831 (ristampato con scritti di autori liberali in “L’Europa giudicata da un reazionario”, Diabasis, Reggio Emilia, 2004)
Monaldo Leopardi “Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori proposto dai redattori della “Voce della ragione”, Pesaro, Nobili, 1832 (ristampato con l’opera “Catechismo sulle rivoluzioni” presso l’edizione Fede e cultura, Verona, 2006)
Monaldo Leopardi “Un’oretta di conversazione tra sei illustri matrone della buona antichità”, s.l, 1832
Monaldo Leopardi “Sulle riforme del Papa. Una parola ai sudditi del Papa”, s.l., 1832
Monaldo Leopardi “Considerazioni sulla “Storia d’Italia di Carlo Botta, in continuazione di quella di Guicciardini”, Pesaro, Nobili, 1834
Monaldo Leopardi “I lunarii, Dialogo fra un parroco e un contadino”, Pesaro, Nobili, 1835
Monaldo Leopardi “Le parole d’un credente come le scrisse l’abate F. De La Mennais, quando era ancora un credente”, Modena, Licenzi, 1836
Sandro Petrucci “Monaldo Leopardi” in “Voci per un dizionario del Pensiero forte” (Fonte Web)
Alessandro Augusto Monti “I grandi atleti del Trono e dell’Altare”, Gatti, Brescia , 1929
Romano Delcorona “Antirisorgimento. Un protagonista: Monaldo Leopardi”, Cipriani, Firenze 1974
Nicola Del Corno “Gli scritti sani. Dottrina e propaganda della reazione italiana dalla Restaurazione all’Unità”, Franco Angeli, Milano, 1992, pp. 106-177
Tratto da “Il Cinghiale corazzato” numero 21, novembre-dicembre 2007
Comments (11)

oh no! Ancora lui!
comunque la si pensi, è risibile demolire acriticamente Monaldo sulla base freudiana dei rapporti con il figlio Giacomo- chi non vela di silenzio la figura di Leopardi senior, purtroppo, compie spesso tale operazione, intellettualmente disonesta. tanti eroi potrebbero figurare in questa rubrica; Carlo Martello, Don Giovanni d’Austria, Pio V, Marco d’Aviano, Eughen von Savoie.
per parte mia, volevo proporre il pisano Narciso Pelosini (1823-96). la sua opera, composta nel 1871, si intitola “Maestro Domenico” (Sellerio, 1982). in una giornata del 1850 circa, il Sig. Domenico compie un’escursione campestre e , dopo una frugale merenda, si appisola sotto una quercia. al risveglio, si alza con la barba lunga e i vestiti lisi. rientrato in paese, scopre di trovarsi nel 1869.quali cambiamenti!!! i gendarmi e i giudici parlano piemontese e siciliano; il costo della vita è aumentato in modo più che proporzionale (si fa riferimento, per es., al costo dei sigari); la classe dirigente è uguale a quella descritta ne Il Gattopardo, per le volgarità e l’esibizionismo da nuovi ricchi.
vi sono riferimenti anche alle spoliazioni ecclesiastiche e ad appartenenze lobbistiche (chiamamole così) di un certo tipo. la vita politica, inoltre, è in mano a personaggi “più sudici di un bastone da pollaio” (ovvero il trespolo delle galline). alla fine, disgustato, il nostro eroe torna a dormire sotto la quercia, in attesa di tempi migliori. unico difetto: il Pelosini viene nominato senatore del Regno nel 1890. Ahimè, nessuno è perfetto. Resta, però, questo gioiellino, gustoso anche nella lingua ( simile a quella di Collodi).
giuseppe.corsi.fi@gmail.com
Grazie per l’interessantissima segnalazione (che non mancheremo di approfondire) e per i commenti che sono ampiamente condivisibili, caro Giuseppe.
ALTRI EROI: l’insorgenza toscana del 1799, ovvero l’armata dei Viva Maria.
il 15 febbraio ricorre la Madonna del Conforto, adottata come vessillo
dai Viva Maria. i nostri Toscani riuscirono a vincere le truppe
d’occupazione francese, i cd. Nuvoloni (nei proclami cittadini e
rurali essi usavano la formula Nous Voulons, noi vogliamo…..).
certo, Napoleone era in Egitto, ma comunque non fu impresa da poco.
sperando di non offendere chi non crede, riporto due strofe dell’Inno
alla Vergine “aretina”:
se in ciel nembi si addensano
e se la terra trema
ancora senza tema
fidiamo in tua bontà.
per Te se ostile esercito
calpesta il nostro suolo,
Vergine,è un grido solo:
vittoria e libertà.
niente male per degli analfabeti.
se questo toscano interviene pesantemente con il trucco dei commenti, posso essere io da meno? come eroe d’Europa proporrei un oscuro pilota della RAF, di cui ho appreso in Dalla parte dei vinti, di P. Buscaroli, a pg. 422 (la scena è il terribile bombardamento di Dresda, dell’ultima guerra mondiale, ove fu impiegato il fosforo incendiario. il libro, tra l’altro, riporta una serie di articoli denominata i crimini dei vincitori, apparsa su Il giornale nel primo trimestre del 1995. la premessa è rappresentata dalle balle che gli alti comandi raccontavano ai piloti per mascherare le ricognizioni mortali sugli obbiettivi civili- per es., l’esistenza di depositi nascosti di armi): ” appena vide, negli ingrandimienti fotografici, che indice di puntamento era una INNOCUA ANTICA CASA, un pilota (intendo inglese, ma potrebbe essere anche americano, ndr) capì che cosa lo mandavano a fare.
rifiutò e fu condannato alla corte marziale”.
Onore a Lui e complimenti a te che lo ricordi qui.
caro Theoden, ringraziandoti per la simpatia, ti (e Vi) invio
l’intero inno della Madonna del conforto:
Bianca Regina, fulgida
stella del vasto mare,
come dura ci appare
la nostra via quaggiù!
Ma il tuo sorriso, o Vergine,
è a noi conforto e vita
e l’anima smarrita
ritorna al tuo Gesù.
In un giorno di lacrime,
ne la taverna oscura,
bella, la tua figura,
come un sole splendè.
Allor questo tuo popolo
Ti chiamò suo “Conforto”:
dal dolore risorto
a la gioia, per Te!
Se in ciel nembi si addensano
e se la terra trema,
ancora senza tema
fidiamo in tua bontà.
Per Te se ostile esercito
calpesta il nostro suolo
Vergine è un grido solo:
vittoria e libertà!
Ormai, fra noi, da secoli
chi lotta e chi dolora
in Te dolce Signora
la pace Sua trovò:
onde dai bei palagii
e l’umili sue stanze
i voti e le speranze
Arezzo a Te sacrò.
Ancora i nostri pargoli
pegno dell’avvenire
veniamo a benedire
o Vergine al tuo piè;
e tutti i nostri cantici
e tutti i nostri fiori
e tutti i nostri amori
o Madre son per Te!
Nel 1552, a Siena, un soldato spagnolo mandò in frantumi la statua della Madonna di Provenzano. Alcuni operai salvarono la testa riponendola nella nicchia. Questa testa venne posta su un busto d’argento. Tale culto arriva nella vicina Arezzo (Firenze era già sede della SS.ma Annunziata).
la sera del 15. II .1796 , in un periodo di forti scosse sismiche, tre calzolai entrarono nella cantina di un ospizio camaldolese, presso una porta cittadina, per comprare il vino. Uno di loro accese una candela di fronte ad una Madonnina annerita dal fumo secolare. Dopo le prime litanie, ecco il miracolo: la Madonna diviene bianca e lucente (varie testimonianze coeve di soggetti accorsi, raccolte dal vescovo Marcacci). sia come sia, il terremoto cessa e la Madonna viene collocata in cattedrale (vari ex voto).
Arrivano i giorni dell’ occupazione francese, con il contesto conosciuto (ruberie, alberi della libertà etc.).
6 maggio1799 : inizia l’insurrezione, al grido di Viva Maria. Si arriva a Firenze il 6 luglio. Vi è addirittura una sorta di Giovanna d’Arco locale: Cassandra – Sandrina- Mari, di Montevarchi.
Visto il riferimento chiaro e netto all’Insorgenza, ritengo che il testo dell’inno sia quantomeno ottocentesco (se fosse nato successivamente, avrebbe subito delle probabili censure! Il testo di uno studioso di nome Brigidi, gli insorgenti o il Viva Maria, è fortemente critico-diciamo così- e siamo nel primo novecento).
Da notare che stiamo parlando di una zona mistica (vedi Camaldoli e la Verna).
Grazie. Son contributi pregevoli che impreziosiscono questo nostro sito.
Piergiorgio Seveso
niente grazie, per me è un onore. in quella miniera di ghiotte notizie che si intitola La Strana Unità, Il cerchio ed., di G. Oneto, apprendo che nel 1898, a Milano, tale Graziantonio Tomasetti, del 92° fanteria, venne fucilato perchè non voleva sparare sulla folla.
a LaMarmora, protagonista del bombardamento di Genova nel 1849 (diceva che le donne stuprate dai bersaglieri avevano comunque provato piacere), son state dedicate, invece, vie e piazze.
chi l’avrebbe mai immaginato!
gc
voglio aderire a questa iniziativa, perchè l’umanità ha bisogno di eroi ed il senso del meraviglioso fornisce la spinta al coraggio di vivere (che sia questo uno degli ingredienti dell’olio delle lucerne, citato da Qualcuno che il leggendario scout Guy deLarigodie chiamava “la Volpe delle parabole”)? avendo visto gli interventi sotto le altre pagine, cerco altresì di contribuire alla ricerca di un “internet buono”, fidando nella magnanimità de Il Cinghiale.
da http://www.alleanza cattolica.org:
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I.D.I.S. – Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale
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Voci per un Dizionario del Pensiero Forte
Raimondo Montecuccoli (1609-1680)
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1. Lo scenario religioso e politico
La vita di Raimondo Montecuccoli è segnata dalle alterne e drammatiche vicende della Guerra dei Trent’anni (1618-1648), che insanguina l’Europa portando al pettine della storia i nodi intricatissimi della frattura religiosa del protestantesimo e dell’affermarsi di prospettive politiche, che non vedono più nell’impero il loro riferimento maggiore e che mostrano, attraverso l’assolutismo, i segni di nascenti tendenze nazionalistiche negatrici della Cristianità come comunità di popoli armonizzata dall’autorità dell’imperatore, garante della pace. Lo scontro fra il Sacro Romano Impero, retto dagli Asburgo, e le forze dei príncipi protestanti — e talora, purtroppo, anche di príncipi cattolici — prepara quella debolezza dell’Europa che offrirà ai turchi ottomani la possibilità di arrivare quasi fino a Vienna e di minacciare l’intero Occidente cristiano. In questo scenario terribile Montecuccoli sarà indiscusso protagonista sui campi di battaglia e in diplomazia, mostrando doti eccezionali di saggezza e d’abilità.
2. L’infanzia e la giovinezza
Raimondo Montecuccoli nasce il 21 febbraio 1609 nel castello di Montecuccolo nel Frignano, nel Ducato di Modena. Rimasto orfano di padre nel 1619, viene educato a cura del cardinale Alessandro d’Este (1568-1624), fratello del duca e vescovo di Reggio, che lo conduce anche a Roma al suo seguito. Nel 1624 il porporato muore e gli lascia una rendita a condizione che abbracci la carriera ecclesiastica. Il giovane Montecuccoli mette in luce fin da subito una solida pietà — che gli farà costantemente da guida e da criterio nell’affrontare le molteplici tentazioni della vita militare e che egli manifesterà in modo esemplare con il suo “apostolato politico” al servizio della causa cattolica e imperiale — e doti intellettuali di prim’ordine, spiccando però, al contempo, soprattutto nell’equitazione e negli esercizi militari. Mentre continua con profitto ad arricchire la sua formazione storico-letteraria d’impronta umanistica, nel 1625 gli si presenta l’occasione che avrebbe segnato l’inizio della sua vita militare. Con l’appoggio di un cugino, Ernesto Montecuccoli (1584-1633), generale nelle armate degli Asburgo, viene accolto come soldato dal conte Rambaldo di Collalto (1579-1630), generale dell’impero, che stava organizzando una spedizione in Italia. Raimondo dà subito prova di grande valore e di spiccate capacità cosicché, chiamato da Ernesto Montecuccoli nei Paesi Bassi, nel 1629 si distingue nella presa di Amersfoort, presso Utrecht, dove è il primo a entrare nella città, portando lo stendardo imperiale. Più volte ferito in combattimento, già nel 1631 è nominato tenente e gli viene affidato il comando di una compagnia; quindi partecipa alla presa di Neuhandenburg e vi riceve l’alto riconoscimento di consegnare le chiavi della città al comandante delle armate imperiali, generale Jan T’serclaes, conte di Tilly (1559-1632). Sempre nel 1631 passa al comando di uno squadrone di cavalleria pesante e viene catturato da Gustavo II Adolfo Vasa di Svezia (1594-1632) dopo la battaglia di Breitenfeld, in Sassonia, del 7 settembre 1631, nella quale si batte con valore ed è gravemente ferito. Sei mesi più tardi viene liberato dietro pagamento di un riscatto.
3. La maturità e la fine della Guerra dei Trent’anni
A questo periodo risale la sua amicizia modenese con il poeta Fulvio Testi (1593-1646), con cui condivide la passione per la poesia. Egli stesso scrive diversi sonetti.
Ripreso servizio con il grado di capitano e subito promosso a quello di maggiore in un reggimento di fanteria, passa poco dopo a un reggimento di cavalleria con il grado di tenente colonnello. Nel 1635 si distingue ancora alla presa di Kaiserlautern, nel Palatinato renano, e merita la promozione a colonnello e il comando di un reggimento di corazzieri.
Le sorti degli Asburgo stavano volgendo al peggio nel confronto con gli svedesi e il 24 settembre 1636 l’esercito imperiale, sconfitto a Wittstock, viene salvato proprio da Montecuccoli che, con quattro reggimenti di cavalleria, consente alla ritirata di svolgersi in modo ordinato. Nel 1638 perde la madre e nel maggio del 1639 è catturato dagli svedesi. Prigioniero per tre anni a Stettino, può approfittare della ricchissima biblioteca dei duchi di Pomerania per dedicarsi alla lettura di opere scientifiche, spaziando dalla filosofia alla geometria, dalla medicina al diritto, dalla chimica alla botanica. È di questo periodo un’ampia produzione scritta, sia poetica che trattatistico-militare. Montecuccoli si dedica alla prima stesura dei trattati Della guerra e Delle battaglie, opere che intendono rispondere all’esigenza di una sistematizzazione scientifica delle problematiche militari, e si evidenzia in lui quella particolare lucidità d’analisi che gli consente d’individuare con chiarezza le emergenze e le esigenze del suo tempo. La grave situazione di conflittualità diffusa nei territori di quella che era stata la Cristianità occidentale, lacerata dall’eresia luterana, e la crescente minaccia costituita dall’espansione dell’islam nella penisola balcanica saranno le sfide con le quali si confronterà con tenacia indomita per tutta la vita, promuovendo l’istituzione di un esercito imperiale atto a garantire pace e sicurezza al di sopra dei particolarismi e degli egoismi.
Liberato nel giugno del 1642, torna alla corte imperiale ove è accolto calorosamente dall’arciduca Leopoldo Guglielmo d’Asburgo (1614-1662), che gli comunica la promozione a generale.
Tornato subito sul campo, nello stesso 1642 sconfigge gli svedesi a Troppau — Opava in Cechia — e viene richiamato in Italia come comandante della coalizione che vince a Nonantola, nel Modenese, il 21 luglio 1643 le truppe pontificie nella cosiddetta Guerra di Castro (1641-1649). Rientrato in Austria, nel 1644 riceve in legato, alla morte della vedova del cugino Girolamo, il castello di Hohenegg presso Vienna, dove trascorre lunghi periodi di quiete dedicandosi alla stesura delle sue opere.
Nello stesso 1644 è nominato tenente maresciallo e partecipa a tutte le campagne imperiali, in Sassonia e in Ungheria. Nel 1645 viene nominato membro dello Hofkriegsrat, il Consiglio Aulico Imperiale di Guerra, suprema istituzione militare dell’impero, e diventa gentiluomo di Camera dell’imperatore.
La sua instancabile opera di condottiero consente che la pace di Vestfalia, del 1648, faccia cessare le ostilità prima che le forze e il territorio dell’impero siano del tutto annientati; grazie a lui l’impero può sopravvivere militarmente alla fase finale della Guerra dei Trent’anni e l’imperatore Ferdinando III d’Asburgo (1608-1657), riconoscendo i meriti e le qualità eccezionali di Montecuccoli, lo impiega in delicatissime missioni diplomatiche in tutte le corti d’Europa. Anche in questo ambito egli mostra doti eccellenti e grazie a lui sono ristabilite buone relazioni con molti Stati. Significativo il fatto che, probabilmente proprio grazie a lui, la regina Cristina Vasa di Svezia (1625-1689) si converte al cattolicesimo. È anche in Inghilterra presso Oliver Cromwell (1599-1658) e alla corte pontificia. In questo periodo di attività diplomatica Montecuccoli ha anche momenti di quiete nel castello di Hohenegg, fra il 1650 e il 1653, durante i quali si dedica alla stesura del suo Zibaldone, in cui espone le proprie prospettive filosofiche e scientifiche. Nel 1657 sposa Margarethe von Dietrichstein (1639-1676), allora diciottenne, e le loro nozze inaugurano un legame profondo, che li unisce per tutta la vita. Nello stesso anno egli viene cooptato dall’arciduca Leopoldo Guglielmo nell’accademia italiana dei Novelli o dei Crescenti, fondata l’anno prima e di cui fanno parte l’imperatore, l’imperatrice e un ristrettissimo numero di dotti della nobiltà imperiale.
Nello stesso 1657 gli sviluppi della situazione internazionale vedono, dopo l’abdicazione della regina Cristina di Svezia a favore di re Carlo X Gustavo di Zweibrücken (1622-1660), luterano, un rinnovato attivismo militare svedese che, sollevando rivendicazioni anticattoliche contro la Polonia, l’aggredisce nonostante questa fosse sostenuta dalla Danimarca. Montecuccoli viene inviato a gestire la crisi dall’imperatore, che lo nomina feldmaresciallo e comandante supremo delle operazioni in Polonia e sul Baltico. Il suo intervento e la sua esperta guida risolvono la situazione, che si conclude il 3 maggio 1660 con la pace di Oliva, presso Danzica, a favore della parte cattolica imperiale.
4. La vecchiaia e l’invasione turca
Lo stesso anno un’altra terribile bufera stava addensandosi sulla zona balcanica. I turchi, guidati dal gran visir Köprülü-Zadeh Fadil Ahmed Pascià (1635-1676), avevano dichiarato guerra all’imperatore. Questi nel 1661 nomina Montecuccoli feldmaresciallo generale, suprema autorità militare dell’impero, e gli affida la condotta delle operazioni. Nonostante la lentezza degli alleati nell’inviare rinforzi, Montecuccoli riesce a gestire la campagna in modo esemplare, manovrando con geniale agilità e riuscendo ad armonizzare un esercito molto eterogeneo. Dopo mesi di continui movimenti tattici e di studio reciproco i due condottieri si affrontano il 1° agosto 1664 presso il villaggio di San Gottardo — oggi Györ in Ungheria —, sul fiume Raab. Benché i turchi fossero circa il doppio degli imperiali, questi ultimi hanno la meglio grazie al genio e all’abilità del loro generalissimo. La vittoria porta alla tregua di Vasvár, in Ungheria, immediatamente richiesta dai turchi, e ha un peso determinante nella storia della penisola balcanica e dell’intera Europa, avendo dissolto la minaccia che gravava su Vienna — dove si erano rifugiati ben settantamila profughi —, su tutto l’impero e sull’Europa.
In riconoscimento dei meriti Montecuccoli è nominato luogotenente generale dell’impero e presidente dell’Imperial Consiglio Aulico Militare, riunendo in sé una serie di cariche e di poteri mai prima assommati in una sola persona e che non lo saranno mai più in seguito. Da allora gli vengono affidate altre numerose missioni diplomatiche. Egli riesce anche a continuare la stesura delle sue opere, completando alcuni lavori fondamentali, Della guerra col Turco in Ungheria e gli Aforismi.
Nel 1672 è di nuovo chiamato a combattere nella guerra franco-olandese per frenare l’espansionismo del re di Francia Luigi XIV di Borbone (1638-1715): nella difficile campagna, che l’impegna fino al 1675, egli tiene in scacco i maggiori strateghi della parte francese riuscendo a toglier loro ogni possibilità d’iniziativa.
Benché duramente colpito dalla morte della moglie, avvenuta nel 1676, continua il suo lavoro instancabile al servizio dell’impero impegnandosi a promuovere l’istituzione di un solido esercito permanente, che possa garantirne la difesa a prescindere dall’intervento, mai certo e raramente tempestivo, degli alleati. Contemporaneamente approfondisce importanti studi di fortificazioni, di balistica e di meccanica, progettando una carabina capace di sparare trenta o quaranta colpi di seguito.
Il 16 ottobre 1680 muore a Linz, in Austria. I suoi visceri sono inumati nella chiesa dei cappuccini della città mentre il resto riposa a Vienna in una cappella della chiesa dei Nove Cori Angelici, in piazza Am Hof, davanti al palazzo imperiale.
L’elencazione completa dei suoi titoli suona: Raimondo Principe di Montecuccoli, Conte dell’Impero, Luogotenente Generale e Feldmaresciallo; Signore di Hohenegg, Osterburg, Gleiss e Haindorf; Presidente dell’Imperial Consiglio Aulico Militare; Gran Maestro dell’Artiglieria e Fortificazioni; Governatore della Raab e Colonnello-proprietario di un Reggimento di Cavalleria; Reale Consigliere Segreto; Camerlengo e Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro. In questo soldato italiano, studioso e poeta, brillano le doti e la saggezza caratteristiche di un laico cattolico, disposto a impegnarsi totalmente al servizio della comunità, di un cavaliere che vive la propria vita combattendo la crociata del proprio tempo senza nostalgie e senza fughe nella fantasia, riconoscendo e accettando generosamente la milizia che la Provvidenza gli ha preparato, cioè vive l’avventura del proprio tempo con realismo e senza tradire l’ideale sempre urgente e sempre attuale di costruire e di difendere una Cristianità che sia casa comune per tutti gli uomini e nella quale la presenza dell’impero costituisca la garanzia di una guida e un riferimento ideale al di sopra dei particolarismi nazionali ed etnici.
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Per approfondire: vedi Le Opere di Raimondo Montecuccoli, a cura di Raimondo Luraghi, 2 voll., Stato Maggiore dell’Esercito Ufficio Storico, Roma 1988.
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Guy De La Rigaudie
“il mondo in cui viviamo non è proporzionato alla nostra statura, e noi abbiamo talvolta il cuore gonfio di un’immensa nostalgia di cielo”
“il complesso degli sforzi umani verso il bello, il bene, il meglio, fa ascendere continuamente l’umanità come un movimento di onde che gonfia la massa dell’oceano”.
“ho fatto il bagno nel lago di Tiberiade e ho illuminato, nel raggio dei miei fari, la volpe delle Parabole”
“certamente preferirei morire in piena consapevolezza, prendendo tutta la mia vita nel cavo delle mie mani e avere il tempo di innalzarla verso Dio e di presentargliela come la mia umile offerta di uomo. ma andrà ugualmente bene se, invece di aprirsi lentamente sulla Luce, la porta si spalancherà con una brusca spinta”.
“il meraviglioso amore infantile verso Dio cancellerà più tardi tutte le nostre miserie e rimarrà solo e trionfante”.
da : Stella in alto mare, 1951, la tipografica, via S.Salvatore in campo, Roma
oggi quasi dimenticato in Italia, il rover Guido (il rover è uno scout ultraventenne) intraprese nel 1937 un raid automobilistico Francia-Indocina. arruolatosi nell’XI reggimento corazzieri, cadde sulla frontiera del Lussemburgo l’11.V.40.
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