Una poesia del 1890 contro l’unità d’Italia


Una poesia del 1890 contro l’unità d’Italia
Pubblicata a Genova ne “Il Canzoniere di un clericale” del 1890 con lo pseudonimo di Leonzio Piper, in realtà fu scritta da un giovane sacerdote, Don Giacomo Pastori, giornalista intransigente, antiunitario e poi antimodernista.
L’Italia, bella e sana quando era “espressione geografica” divisa in molti stati, si mostra ora pietrificata con i suoi abitanti del passato (i grandi) e del presente (il popolino ripiegato su se stesso, impoverito e immiserito nel suo continuo tentativo di soddisfare i bisogni primari), nel momento che le logge massoniche l’hanno unificata con la frode e il maneggio politico. Quando gli stranieri vengono a chiedere notizie della sua antica e multiforme grandezza, l’Italia e gli “italiani” risultano muti, fusi nel bronzo, imprigionati nel marmo, sepolti nella pietra di un passato glorioso ma archiviato. Al loro posto parlano la Squadra e il Compasso ovvero le elites culturali e politiche del risorgimento e di una unificazione italiana, fatta senza popolo e contro il popolo. Una satira magistrale, sferzante nel suo crudo realismo, attualissima e scritta con ottimo mestiere.
Edizione a cura di Piergiorgio Seveso
1
La Squadra e’l Compasso
Che fecer l’italia
L’han fatta di sasso.
La diedero a balia
Ma quando ai redenti
Poi crebbero i denti,
Temendo lo strame
(Già messo da parte)
Per subita fame perduto
N’andasse, con arte,
Con birba retorica
La Squadra e’l Compasso
Li fecer di sasso.
2
Oh comoda sorte!
Oh bella una gente
Di sasso! Essa e’forte,
Nè soffre di niente;
Non mangia, non beve,
Gl’insulti riceve,
Con tutti sta’n pace,
Non urta i partiti;
Si tosi, essa tace,
Non suscita liti;
Si batta, e’ impossibile
Si mova d’un passo,
Un popol di sasso.
3
E poi (oltr’a questo)
Un popolo tale
È un popolo onesto:
Dà bene per male;
Per chi lo strapazza,
Fatica e s’ammazza.
Il proprio padrone
(Menassegli ancora
Su’l capo un bastone)
Pur l’ama, L’adora;
Non pensa a rivincite,
Non fa lo smargiasso
Un popol di sasso.
4
E’ smunto, rimunto,
Pur soffre e sta zitto,
Di dentro è consunto,
Pur serbasi ritto,
Pur mostra allegria
Di fuori, ed oblia
La fame e gli stenti,
L’ingiurie, i dolori;
Tien l’alma coi denti,
Pur sbracia.. a’l di fuori!
Non scopre’l suo debole,
Non segna ribasso
Un popol di sasso.
5
Se latte mai chiede
De’ geni a la balia,
L’estrano,e poi vede
Il popol d’italia
Un popolo “fuso”,
S’arresta confuso,
Ripensa e fra sè’
Intanto domanda:
L’italia! Oh Dov’è’
La terra ammiranda?
- E’ questa – risposegli
La Squadra e’l Compasso -
L’italia.
- Di sasso?! -.
6
- Di sasso, sicuro-.
- E i grandi ove sono,
I grandi che furo
Si largo suo dono?-.
- Oh Dio! Non avete
Voi Gli Occhi? Vedete
Quei marmi ammirandi
Che s’ergono intorno?
Son essi quei grandi,
I grandi d’un giorno-.
Li ammira ‘n statua
Li imita ne’l masso
Il popol di sasso.
7
E poi, se non sempre
Riesce a imitarli
(Chè ha deboli tempre,
Nè’ spera arrivarli)
Di sasso una gente
Rossore non sente;
Va’nnanzi ignorante,
Non tira a gonfiare,
Per lei è bastante
Che s’abbia a mangiare…
Insomma l’italia
Devota e’a'l Compasso…
L’italia è di Sasso!
Leonzio Piper
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Ai tempi dei Medici si mangiava per sedici
ai tempi dei Lorena colazione pranzo cena
e adesso, con tutto questo progresso,
un po’ di brodo e un po’ di lesso.
Scusami, Seveso, ma non sono riuscito a trattenermi!
il riferimento è ai fatti di Milano, l’autore è ignoto.
”
alle grida strazianti e dolenti di una folla che il pan domandava
il feroce monarchico Bava gli affamati col piombo sfamò.
deh, non rider sabauda marmaglia:
se il fucile ha domato i ribelli
se i fratelli hanno ucciso i fratelli
sul tuo capo quel sangue cadrà
“
Grazie di cuore. Piergiorgio Seveso
i Mille
Stamattina io facevo osservazione-
in piazza d’Arno, innanzi al monumento,
(ai caduti di Mentana, ndr)
nel mentre v’era la dimostrazione-
che dei Garibaldini, a stento a stento,
se ne vedea tre o quattro a precisione,
e mezzi stronchi (= a tocchi). E dir che mi rammento
che prima non c’era commemorazione
che non ne sortisse fori du’ o trecento.
Ma, lo dice il proverbio- caro Nanni-
“leva e non metti, ogni gran monte cala”,
e, ne’ giornali di questi ultimi anni,
tu poi vedere da te che , in fila in fila,
solamente dei Mille di Marsala
n’è morti almeno Cattro o Cinque mila.
Dino Fazzini, 100 sonetti in vernacolo fiorentino, Firenze 1922