La grande menzogna del “Risorgimento italiano” (Comunicato numero 29)

Il discorso di Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei
(12 febbraio 2010)
Giorgio Napolitano: La riflessione storica, ed egualmente l’indagine sulle vicende politico-istituzionali ed economico-sociali, debbono peraltro abbracciare l’evoluzione dell’Italia unita nei periodi successivi alla fondazione del nostro Stato nazionale, fino a consentire un bilancio persuasivo da far valere nel tempo presente.
Fronte Indipendentista Lombardia: Ammesso e non concesso che sia giusto celebrare i 150° anni dall’inizio del dominio sabaudo sulla penisola, quest’occasione non potrebbe essere usata per restituire la loro memoria storica recente ai popoli italiani? Napolitano dimostra di non essere d’accordo. Vorrebbe unicamente celebrare un evento che individua come palingenetico: per Napolitano non c’è nulla d’interessante prima del Risorgimento. L’oblio della storia degli stati italiani preunitari, come già notava tempo fa il compianto professor Cesare Mozzarelli, è un vero e proprio gap della storiografia italiana, che le altre storiografie europee non condividono
Giorgio Napolitano: Perché in effetti con l’avvicinarsi del centocinquantenario si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell’800 il formarsi dell’Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861
Fronte Indipendentista Lombardia: A cosa si riferisce Napolitano? Possiamo anche essere d’accordo sull’acriticità di una piccola parte della storiografia antirisorgimentale ma anche tra le file di quella filo-risorgimentale non mancano giudizi tendenziosi e palesemente propagandistici. Il problema è che ogni ricostruzione storica dovrebbe essere valutata in base alla sua coerenza interna e alla sua fondatezza (cioè al riferimento alle fonti), mentre Napolitano è afflitto da un pregiudizio di stampo snobistico: solo ciò che ha provenienza accademica è “storiografia seria”.
Giorgio Napolitano: C’è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua; e sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale
Fronte Indipendentista Lombardia: Napolitano è vittima della stessa disinvoltura che rimprovera ad altri. A Chiunque abbia buona fede non può sfuggire come all’atto dell’unità, secondo il calcolo di Tullio de Mauro, la percentuale di popolazione che parlava italiano era di circa il 2,5%, comprendendo tra essi i toscani e i romani (altrimenti un misero 8,9‰). Non può inoltre ignorare come l’italiano letterario si fondava sulla proposta bembesca di una lingua ispirata ai modelli del fiorentino trecentesco e non seguisse quindi la reale lingua parlata, nemmeno quella dei fiorentini. Inoltre la creazione di una cultura “nazionale” è una tipica invenzione romantica, che ha poco a che vedere sia con la cultura barocca che con quella rinascimentale e al massimo s’incomincia a intravedere con l’illuminismo.
Giorgio Napolitano: Non deve sottovalutarsi la presa che può avere in diversi strati dell’opinione pubblica questa deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni di umori negativi e di calcoli di parte.
Fronte Indipendentista Lombardia: L’accusa di un interesse politico (“calcoli di parte”) nascosto dietro gli studi revisionistici, bollati come “vecchi e nuovi luoghi comuni”, è risibile considerando che con questo discorso è evidente come Napoltano stessa voglia utilizzare e condizionare la produzione culturale al fine di puntellare l’unità d’Italia (a meno che questa non sia una finalità politica ma morale o, addirittura,”religiosa”!)
Giorgio Napolitano: E bisogna perciò reagire all’eco che suscitano, in sfere lontane da quella degli studi più seri, i rumorosi detrattori dell’Unità italiana.
Fronte Indipendentista Lombardia: Traduciamo: chi vuole parlare deve avere una cattedra e chi ha una cattedra deve parlare bene dell’unità d’Italia. Circolo vizioso, no?
Giorgio Napolitano: E bisognerà così rivalutarne e farne rivivere anche aspetti e momenti esaltanti e gloriosi, mortificati o irrisi spesso per l’ossessivo timore di cedere alla retorica degli ideali e dei sentimenti.
Fronte Indipendentista Lombardia: La scuola dell’obbligo, imposta dal Regno d’Italia mentre distruggeva l’insegnamento religioso, ha educato generazioni di scolari non certo attraverso meditate ed equilibrate opere storiche bensì attraverso la retorica farsesca dei Mercantini, le esagerazioni propagandistiche dell’ Abba e il greve sentimentalismo di De Amicis. Là dove la storia non dava sufficienti garanzie Francesco De Sanctis prima, e Giovanni Gentile, poi, sapevano bene che sarebbe stato meglio educare con la poesia e la retorica. Napolitano ha la stessa idea: ridare fiato alla tromba del patriottismo!
Giorgio Napolitano: Io vorrei solo – guardandomi dal tentare impossibili sintesi – suggerire, qui, il punto di osservazione dal quale si può meglio cogliere la forza e la validità dell’esperienza storica dell’Italia unita.
Fronte Indipendentista Lombardia: Cosa significa “la validità dell’esperienza storica”? La storia (senza alcuna S maiuscola) è meramente l’insieme degli eventi del passato i quali non possono essere classificati come “validi” o “non validi” ma, caso .mai, unicamente come “veri” oppure “falsi”.
Giorgio Napolitano: Un punto di riferimento come quello costituito dagli eventi che fanno per così dire da spartiacque tra l’Italia che consegue la sua unità e l’Italia che inizia, ottantacinque anni dopo, la sua nuova storia. Parlo del momento segnato dall’avvento della Repubblica, dall’elezione dell’Assemblea Costituente, dall’avvio e dallo svolgimento dei lavori di quest’ultima.
Fronte Indipendentista Lombardia: Il Risorgimento di Napolitano è quello delle 3 R (Risorgimento-Resistenza-Repubblica) in cui le ultime due sono tese ad inverare hegelianamente la prima. Napolitano non si estranea dal giochetto che tutte le filosofie politiche novecentesche (Gramsci, Mussolini, Gobetti) hanno tentato. Il Risorgimento per loro non è tanto una serie di eventi da spiegare, bensì il principio di un movimento dello spirito (il geist hegeliano) che deve ancora assumere la sua vera forma (o, nel caso di Napolitano, l’ha assunta 85 anni dopo). Questa patina filosofica data alle vicende storiche offusca la loro realtà: cosa potrebbe mai centrare Cavour con la Resistenza? Se però questo giochetto è lecito lo si permetta anche a noi: il Risorgimento è l’affermazione del folle principio nazionalistico che portò alla catastrofe delle guerre mondiali .
Giorgio Napolitano: L’unità forgiatasi nel Risorgimento aveva ben presto dovuto far fronte all’esplodere – già nell’estate del 1861 – del brigantaggio meridionale, che sembrò mettere in causa l’adesione delle popolazioni del Mezzogiorno al nuovo Stato nazionale, e su cui fece leva il tentativo borbonico di suscitare una guerriglia politica a fini di restaurazione Le forze del giovane Stato italiano dovettero impegnarsi per anni, fino al 1865, per sventare quel tentativo, per sconfiggere militarmente il “grande brigantaggio” senza che peraltro venissero date risposte a quel che era stata anche una disperata guerriglia sociale dei contadini poveri del Mezzogiorno
Fronte Indipendentista Lombardia: Napolitano liquida la complessa questione delle insorgenze antiunitarie meridionali con il termine “grande brigantaggio”, che implica di necessità una valutazione criminale del fenomeno. Prende inoltre una posizione insostenibile per unilateralità: il brigantaggio sarebbe stato fomentato dai Borboni e, di conseguenza, nulla di spontaneo e di “popolare”. Senza voler negare il ruolo giocato dai Borboni, le sollevazioni popolari al sud si sviluppano a causa di motivazioni economiche sì ma anche culturali, religiose e sociali. Le insorgenze popolari, ovunque si siano generate, hanno avuto cause molteplici proprio perché scaturite da organizzazioni sociali caratterizzate da un forte grado di coesione: la legittimità del sovrano non è solo un fattore politico ma ha anche dirette conseguenze sul piano sociale e religioso, così come il fattore religioso ha un immediato riflesso sul piano sociale. Dall’altra parte usare il termine “guerriglia sociale” ci sembra vada ben oltre la stessa interpretazione marxista del “brigantaggio”, perché sembrerebbe attribuire al popolo una volontà di rivalsa e rivoluzione sociale (un’autocoscienza rivoluzionaria) che non solo è impensabile, ma neppure Gramsci gli avrebbe attribuito. E’ da notare che inoltre Napolitano non spende una parola per commemorare le decine di migliaia di persone uccise dalla repressione piemontese, che nella sua neolingua diventa l’ “impegno per sconfiggere militarmente il grande brigantaggio”. Non temete: nessuno parlerà degli stermini, dell’applicazioni della legga marziale, delle condanne basate sulla presunzione di colpevolezza in base alla “scienza” fisiognomica di Lombroso. Non si parla dei vinti ma solo dei vincitori!
Giorgio Napolitano: Le ragioni storiche profonde dell’Unità risultarono più forti dei limiti e delle tare, pure innegabili, dell’unificazione compiutasi nel 1860-61; e ressero per lunghi decenni, da un secolo all’altro, a fratture e sommovimenti.
Fronte Indipendentista Lombardia: Pur ammirando la sincerità nell’ammettere le tare del processo di unificazione, non si può tacere dell’infondatezza di questa affermazione. Non furono presunte “ragioni storiche profonde” (che altrimenti avrebbero dovuto funzionare anche nei secoli precedenti) a tenere insieme l’Italia bensì, la forza di reiterate repressioni militari (al sud così come al nord, come Bava Beccaris a Milano), di un congegnato sistema di sradicamento territoriale attraverso la leva militare e dell’omologazione culturale tramite la scuola dell’obbligo, studiata a tavolino con “compasso e squadra”.
Giorgio Napolitano: Cavour grazie al quale, al Congresso di Parigi del 1856, per la prima volta nella storia uno Stato italiano aveva “pensato a tutta l’Italia” e “parlato in nome dell’Italia”
Fronte Indipendentista Lombardia: In realtà è assai dubbio che Cavour volesse veramente costituire uno stato peninsulare. Molto più probabilmente avrebbe voluto un ‘espansione sabauda verso la Lombardia e un generale riassetto della penisola, che comunque non avrebbe mai voluto vedere unificata, soprattutto sotto i Savoia, che avrebbero guadagnato dall’unificazione solo grattacapi.
Piergiorgio Seveso – Luca Fumagalli
Ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia
