Il Borghese del nord (La deriva conservatrice, italiana e berlusconiana della cultura leghista)

Prendete il tipo dell’imprenditore medio lombardo, genericamente liberale, che può votare indifferentemente PDL o Lega Nord, sostanzialmente estraneo  alle tematiche identitarie e religiose (considerate al massimo meri retaggi culturali) e aggiungete al prodotto un pizzico di nostalgismo pseudo-monarchico e fascisteggiante: avete così ottenuto il prototipo del lettore de “Il Borghese del nord”, la nuova edizione della storica rivista fondata da Leo Longanesi e riproposta in salsa leghista da Mario Borghezio con il primo numero uscito nel dicembre 2009. Capeggiata dall’editore e imprenditore Luciano Lucarini (della casa editrice Nuove Idee di Roma) con il giornalista Roberto Timelli alla direzione, il nuovo prodotto editoriale è stato presentato il 14 dicembre 2009 presso Palazzo Pirelli a Milano. Chi si aspetta una roboante rivista identitaria rimarrà presto deluso: “Il borghese del nord” si risolve in una paccottiglia indistinta di luogocomunismo conservatore benpensante. Scandaloso e “piccino” è l’obbiettivo dichiarato della rivista, quello di rivolgersi al “popolo delle partite iva” del nord Italia al fine di pungolare la società civile ad alzare la testa per far sentire la propria voce all’interno del paese. Fin qui, mi direte, nulla di sconcertante. Il problema è che oltre questo non c’è nient’altro. Dimenticate qualsiasi intento o accenno minimo al secessionismo: tutto il pensiero unico “bauscia” che pervade la Lombardia e le regioni limitrofe è condensato interamente in un progetto editoriale che accorpa moltissimi articoli, spesso corti, che si occupano pressoché di tutto lo scibile umano sovente contraddicendosi tra di loro. Prendiamo ad esempio quella che chiamiamo, per semplificare, la questione religiosa: accanto a pezzi che avvertono della minaccia jihadista a Milano (?!) e interviste al difensore del neoconservatorismo Magdi Allam si da spazio all’imam Pallavicini che ci parla del massone islamico Renè Guenon o ad un articolo dedicato all’astrologia. Tutto e il contrario di tutto. Ancora: dopo una serie di articoli dedicati alla crisi economica (tutta colpa della sinistra naturalmente…) si dedicano brani a Guareschi, Badget Bozzo, Don Bosco, Quintino Sella (noto liberale della destra storica in un articolo firmato dal massone monarchico Aldo Mola), a Benedetto XVI, al “tesoro occulto” della famiglia Agnelli, ad Asterix (uno dei pochi meritevoli), al Mutuo sociale… insomma, ci sono tutti i soliti e triti temi della destra italiana e sconcerta che quello che si definisce il partito del nord si faccia carico di pubblicizzarli con il periodico. Proprio questo aspetto deve porci dei seri interrogativi sull’identità della Lega nord all’alba del 2010 e sulla contraddizione culturale insita nella destra che elogia indistintamente sia i simili che i diametralmente opposti. Infatti, se da un lato il partito di Bossi, facendosi veicolo di queste tematiche, dimostra purtroppo una completa assimilazione culturale, prima che politica, all’italianismo berlusconiano conservatore (ridurre la società civile agli imprenditori poi è veramente nauseante, manco fossero tutti come il presidente del Barcellona calcio…), dall’altro, anche in questi giorni, non sono mancate le conferme da personaggi di spicco e “duri e puri” del Carroccio come il sindaco di Verona Tosi (anche lui penna di punta della rivista) dove a “Tetris”, la bella trasmissione TV condotta da Luca Telese su La7, mercoledì 24 febbraio si è dichiarato orgoglioso di avere il tricolore nel suo ufficio e di tifare la nazionale di calcio italiana ! Bruttarella anche dal punto di vista grafico, con articoli stipati su pagine e pagine giallognole, la rivista ribadisce la sua natura di polpettone nelle poche immagini o vignette a corredo dei testi dove, a figure di repertorio del vecchio “Borghese”, si associano “tamarrate” della destra italiana come i lavori di Marinetti. Bisognerebbe spendere qualche parola anche per la galleria fotografica centrale, un vero elogio del trash e del ridicolo ben esemplificato dalla riproposizione della scomunica ai comunisti (come se oggi esistessero ancora comunisti non corrotti del germe liberale e le scomuniche valessero ancora qualcosa). Così alla fine di identità e di indipendentismo non rimane nulla e anche la scritta in copertina, Milano capitale, è ormai un lontano ricordo secessionista ridotto ora ad uno slogan inneggiante a quella che è considerata nulla più che la capitale economica del paese.

Luca Fumagalli

Comments (20)

 

  1. CRONACA DI UN DISPIACERE (Sì, I DRAMMI SERI DELLA VITA SONO ALTRI, PERO'..........) scrive:

    MAGGIO 2011:
    i risultati penosi di pdl e lega nelle attuali elezioni amministrative possono avere un risvolto positivo: ovvero la fuga auspicabile di ex esponenti delle forze del pentapartito che si sono incistati nei movimenti politici suddetti per “cavalcare l’onda” (se ciò è grave per elettori onesti di FI e AN, per il terzo movimento è addirittura drammatico). penso a Tizio, una vita nella Dc, che adesso siede in regione con tre o quattro segretarie(!!!!!!!!); a Caio, che non ha mai detto niente di interessante, ma che, stando ben attento negli anni a non inimicarsi la corrente prevalente, adesso si pavoneggia sul Suv. orsù, fini e capaci uomini politici: dall’altra parte un posto nelle municipalizzate non lo negano a nessuno!
    il povero Sempronio, successivamente morto di leucemia nel 2001, dandomi un passaggio sulla Panda, mi disse: “- nella mia auto sei in territorio padano”.

  2. dida scrive:

    cari colleghi di sventura, anche io non sono messo bene. leggete qui:

    da rinocammilleri.it
    MORATTI
    May 17th, 2011 | Categoria: Antidoti Ci ha pensato «Striscia la notizia» a mostrare il sindaco Moratti impegnata, in ben due occasioni, nel ballo del waka-waka. Decisamente a disagio nel ruolo sbarazzino. I video hanno fatto il giro d’Italia e, a mio avviso, hanno fatto il danno della signora. Ormai si campa d’immagini e da un amministratore importante ci si aspetterebbe gravità. Ma deve essere la nostalgia della Milano-da-bere. Già Albertini si mostrò in costume da bagno bianco. Ora Formigoni è intento a cercare di bucare il video con camicie e cravatte chiassose. Un ex estremista di sinistra, invece, ha una sua pur lugubre serietà. Mentre il centrodestra si affanna ad analizzare una débacle che non si aspettava, noi timidamente suggeriamo anche questa pista

  3. a proposito di miss Padania scrive:

    La psiche femminile è un qualcosa di estremamente complesso. Esistono ragazze bellissime non immuni da veri e propri complessi (altezza, peso, vista etc.)
    vuoi vedere che certe manifestazioni allontanano tale specie di elettorato?
    E intanto Tizio, critico verso le modalità di svolgimento degli esami di stato in una parte ben precisa della penisola italiana, non trova risposte e resta solo.

  4. si parva licet componere magnis scrive:

    da http://www.italianiliberi.it
    eDITORIALE

    Dire la verità

    di Ida Magli
    ItalianiLiberi | 01.06.2011

    Più di un terzo dell’elettorato non ha votato: possiamo essere certi che si tratta in grande maggioranza di elettori del centro destra. L’astensione altissima alle provinciali segnala anche qualcosa di più: la protesta per la mancata abolizione delle province. Parto da questo punto per un’analisi dei motivi della sconfitta un po’ diversa da quelle prospettate fino adesso. Bisogna, infatti, che i politici berlusconiani guardino bene in faccia prima di tutto una realtà: i loro elettori non sono bambini cui offrire caramelle ma persone serissime, che conoscono in profondità i problemi dell’Italia e che hanno scelto l’occasione del voto amministrativo, proprio perché non è decisivo, per gridare a Berlusconi e a Bossi che la loro pazienza è finita e che, di conseguenza, debbono affrontare i problemi veri prima delle politiche.

    Sebbene la battaglia elettorale sia stata accesissima, non è servita a rassicurare gli elettori del centro destra perché non è stata detta nessuna verità. Quali erano gli argomenti dei quali bisognava parlare e che avrebbero suscitato l’interesse critico in tutti? Prima di tutto il debito pubblico, la crisi dell’euro, il continuo richiamo della Banca centrale europea ai famosi “sacrifici”, sacrifici per i quali la cultura deve andare in malora … Crede, forse, Berlusconi, che i suoi elettori non sappiano che siamo chiusi nella prigione della mancanza di sovranità monetaria? Che è questo il motivo per il quale non si possono abbassare le tasse? Crede forse Berlusconi che gli elettori siano degli analfabeti che si occupano soltanto di calcio? Se non si discutono questi argomenti, se non se ne dimostrano le conseguenze negative in tutti i campi, si perdono i voti della propria parte e non si toglie neanche un voto alle sinistre perché l’europeismo, il mondialismo, l’internazionalismo, il mercato comune, la moneta comune sono i valori delle sinistre. I famosi “poteri forti” non se ne sono stati di certo a guardare.

    E la guerra alla Libia? Di sicuro non è stata la sinistra a soffrire di un tale voltafaccia dato che i rapporti amichevoli con Gheddafi, i contratti per le aziende italiane, il freno all’emigrazione clandestina erano esclusivamente opera di Berlusconi. Perché non è stata detta una parola in proposito? Si pensa, forse, che non stiano a cuore ai Milanesi? Non parliamo, poi, dei leghisti, veri e propri esperti di questi problemi, abituati a discutere con disinvoltura della possibilità o della convenienza per l’Italia di uscire dall’euro, di sospendere il trattato di Schengen per poter fronteggiare l’immigrazione clandestina e che, viceversa, hanno assistito con stupore e con rabbia alle esitazioni, alle debolezze, ai cedimenti dei propri politici, incapaci di opporsi a poteri più che forti: fortissimi. Continuare a fingere di stare da tutte e due le parti serve soltanto a perdere.

    Bisogna aggiungere a tutti questi aspetti negativi l’atmosfera grigia intellettualmente, culturalmente, artisticamente, creata dal centro destra e che è diventata con il passare del tempo tanto pesante da togliere il respiro. Manca qualsiasi sussulto critico, qualsiasi iniziativa dell’intelligenza, perfino nell’ambito religioso, dove tanti credenti, che pure votano per il centro destra, vorrebbero poter discutere il proprio disaccordo con le gerarchie, ma non trovano lo spazio adatto. Dove e come farlo, infatti? Nell’ambito politico Berlusconi e Bossi hanno accuratamente scartato qualsiasi persona che possedesse il minimo prestigio intellettuale e, per maggiore sicurezza, non hanno creato nessuno strumento dove l’intelligenza potesse fare capolino. Nel centro destra non esiste né una rivista né un programma televisivo di cultura: nulla. Sono state mortificate così le forze migliori, le uniche che potevano e forse possono ancora sconfiggere le sinistre. Berlusconi ha sempre detto che voleva salvare l’Italia dal comunismo: il mondialismo, il multiculturalismo, il primato dell’economia e del mercato sono figli di Marx, e sono “idee” prima di essere fatti. Non si possono vincere se non con altre idee e ingaggiando una durissima battaglia a viso aperto.

    Ida Magli
    Roma, 31 Maggio 2011
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    posso aggiungere una cosa? l’aria libera che si deve respirare nell’aula della Cap non vale un eurostipendio a Bruxelles con “autorevoli” compagnie. esagerato? per me così è.
    g

    http://www.italianiliberi.it posta@italianiliberi.it

  5. tirteo scrive:

    a leggere questi interventi amari ho la sensazione di confrontarmi con idealisti che si sono trovati ad affrontare dei veri e propri gattopardi, o, come si chiamano ora, “flexians”. per provare a consolarvi, Vi mando quanto segue:

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    Un provocatorio saggio racconta, facendo nomi e cognomi, le trame di chi, pur inneggiando al mercato, campa di finte privatizzazioni
    di Marcello Foa
    Tratto da Il Giornale del 20 ottobre 2010

    Ci sono libri che fanno male. O forse fanno bene. Dipende da come ci si pone di fronte alla vita e alle proprie convinzioni. Il vero liberale è colui che, pur avendo una forte identità ideologica e radicate convinzioni, si sforza di verificarle nella realtà, anche a costo di dover ammettere verità scomode. Pochi ci riescono. La maggior parte dei giornalisti e degli intellettuali è mainstream e gregaria, ovvero preferisce leggere il mondo applicando parametri e dogmi consolidati, dunque rafforzando visioni già acquisite.

    Janine R. Wedel, docente della George Mason University, appartiene senza dubbio al club, ristrettissimo, dei veri liberali. Ha scritto un libro che dovrebbe essere al centro della riflessione pubblica, ma che, al contrario, è schivato sia dalla destra conservatrice e liberista, sia dalla sinistra liberal in quanto scalfisce la visione sia dell’una sia dell’altra. S’intitola Shadow Elite, ovvero L’élite nell’ombra ed è pubblicato in lingua inglese da Basic Group, ma non è un pamphlet cospirazionista, né scandalistico. È un saggio. Autentico, preciso, documentatissimo. Frutto delle intuizioni di una politologa che però di formazione è antropologa e che in quanto tale, come scrive nella prefazione, è abituata ad «andare dietro le quinte e oltre quel che la gente o i governi o le organizzazioni internazionali dicono di fare». Una studiosa che scava e verifica, senza pregiudizi.

    Il risultato è eccellente, benché molto amaro. L’élite nell’ombra è composta da gruppi di potere che la Wedel definisce i flexians, i flessibili, e che operano attraverso le flex net, ovvero le reti elastiche. Perché i loro membri assumono simultaneamente più identità, ricoprono più ruoli, operano a più livelli. Esistono ma non si vedono, occupano la scena pubblica ma non si dichiarano, essendo per loro natura ambigui e sfuggenti. Sono di destra o di sinistra a seconda delle convenienze. Esaltano il capitalismo e la libera concorrenza, ma tendono a essere monopolisti e ad arricchirsi a spese dello Stato. Sono imprenditori e al contempo politici o alti funzionari o studiosi. Si dicono patriottici, ma favoriscono la globalizzazione e i poteri transnazionali poiché indeboliscono regole, controlli o semplicemente la verifica delle responsabilità. Sono fedeli esclusivamente al proprio gruppo di riferimento e perseguono un solo obiettivo: l’accumulazione di potere e l’arricchimento personale.

    Shadow Elite non è un saggio astratto e teorico. La Wedel esemplifica con tanto di nomi e cognomi. La sua tesi, ampiamente comprovata, è che la fine della Guerra fredda, l’avvento di nuove tecnologie soprattutto nel campo dell’informazione e della comunicazione, la diffusione della retorica di un finto neo liberismo, che solo in apparenza porta alla deregolamentazione e alla riduzione del ruolo dello Stato, abbiano permesso l’affermazione di queste nuove reti di potere. Le quali si distinguono dalle vecchie proprio per la loro flessibilità, non essendo partitiche né meramente lobbistiche, né nazionalistiche. Il nuovo potere è transnazionale, non ideologico e svincolato dal territorio.

    Perché apparente liberismo? Perché buona parte delle privatizzazioni sono finte. Non portano a una vera concorrenza per abbattere i costi e migliorare i servizi, ma a incredibili regalìe monopolistiche. Oggi, a esempio, negli Stati Uniti grazie a una legge approvata non da Bush, ma da Clinton a metà degli anni Novanta, un ente statale può dare in appalto a società esterne servizi di propria competenza, senza pubblico concorso. Sono mandati discrezionali, spesso di lungo periodo, monopolistici, di cui il pubblico non è consapevole e che si risolvono in colossali sprechi con un’esplosione di costi. A carico del contribuente. Perché alla fine paga sempre lui, come dimostra l’esplosione del deficit Usa.

    Il fenomeno è così diffuso che oggi addirittura alcune funzioni vitali delle istituzioni statunitensi sono affidate a privati. A esempio, il 50 per cento dei servizi di intelligence Cia e addirittura il 90 per cento del segretissimo National Reconnaissance Office, la gestione del Database per la Sicurezza nazionale. Tutto questo mentre i controlli sono di fatto inesistenti. Aumentano le privatizzazioni, diminuiscono i funzionari pubblici, a fronte di leggi obsolete e della cecità dei media, che di questi temi non parlano mai.

    Le flex net approfittano delle zone grigie. I loro membri sono dentro e fuori le istituzioni. I primi operano sul versante legislativo e decisionale, i secondi beneficiano delle loro decisioni, mentre altri creano gli adeguati supporti nei think tank, nelle fondazioni, nei giornali, nelle istituzioni internazionali, negli altri governi. Così il problema non è più il conflitto di interessi, ma, paradossalmente, la coincidenza di interessi, che non essendo dichiarata sfugge al radar dell’opinione pubblica.

    Nomi e cognomi, dicevamo. Quelli di Bill Clinton, finto eroe della sinistra, quello della rete Neocon che ruota attorno a Richard Perle, quella di personaggi sconosciuti come Bruce P. Jackson, fra gli artefici dell’allargamento a est della Nato, pur essendo stato un semplice consulente informale del governo, fondatore di una Ong, uomo d’affari, lobbista.

    Leggendo Shadow Elite si apprende con sconcerto del ruolo giocato dalla Harvard University nella più grande truffa degli ultimi vent’anni, la finta liberalizzazione della Russia che, come sappiamo, anziché introdurre una vera economia di mercato si è risolta in un gigantesco trasferimento di ricchezze nelle mani di pochi oligarchi. Una flex net russo-americana che ruotava attorno ad Anatoly Chiubais, ma anche a Larry Summers, all’epoca numero due del Tesoro Usa, ma anche docente ad Harvard, di cui poi è diventato rettore. Tra l’altro: il governo Usa, dopo anni, ha comminato a Harvard una megamulta da 26 milioni di dollari. Di cui nessuno, naturalmente, ha parlato. Trattasi dello stesso Summers che poi è stato nominato da Obama superconsigliere economico.

    Il suo è un tipico esempio di flexian: traffica, si arricchisce, entra ed esce dalle istituzioni, premia i sodali, riuscendo sempre a non assumersi responsabilità. A pagare è stata Harvard, non Summers. Le flex net, secondo Janine Wedel, sono molto più diffuse di quanto immaginiamo. Così radicate e influenti da minare la democrazia, i governi e persino, paradossalmente, il libero mercato.

  6. Serpico scrive:

    Forse, senza tante parole, è sempre e solo stato così:

    “La politica è da sempre fatta così, a ogni latitudine e longitudine: scarsa illuminazione e molta umi­dità all’ombra di alberi d’alto fu­sto. Sullo stato di salute degli albe­ri d’alto fusto la diagnosi va facen­dosi sempre più malinconica, ma il sottobosco non verrà mai sradi­cato dal panorama della città, dal bosco umano in cui siamo obbli­gati a convivere”. Giuliano Ferrara, il Giornale, 19.VI.11

  7. indovinate a chi penso scrive:

    Magari fosse vero! e magari si avverasse anche a danno di chi uccide ideali e movimenti! fra l’irrealizzazione e il tradimento è meglio la prima……………………..

    da Ilfilodiritto.it:

    25.06.11 – Ubaldo Villani-Lubelli: SANGUE D’ACCUSA

    In tutta Europa la convinzione che il cadavere piziasse a sanguinare alla presenza dell’omicida era nota come jusferetri, jus cruentationis, Bahr-Recht (in tedesco), bier-right (in inglese) o, in italiano, diritto di bara. Era un esperimento giudiziario spettacolare, che la ragione non riusciva a spiegare del tutto, ma che la lede, la fiducia in Dio o, secondo altri, la superstizione, illuminava, rischiarandone il sintomo rivelatore. Non era un caso che le ordalie fossero chiamate «giudizio di Dio». La domanda di giustizia non era tuttavia rivolta a Dio, ma, almeno nel caso specifico del cadavere, al defunto, che, paradossalmente, si credeva non fosse totalmente morto, in quanto, nella concezione medievale del tempo, il passato non era mai veramente superato, ma poteva sempre in qualche modo ripresentarsi nel presente.

    La linea di demarcazione tra la vita e la morte, tra il passato e il presente non era mai chiara e netta. E questo vale naturalmente anche per i defunti. Il corpo morto sanguinava alla presenza dell’assassino, perché era l’anima a indicare inconfutabilmente il responsabile. Si trattava dello iudiciumferetri ed era inevitabilmente collegato al culto dei defunti, forma primordiale di ogni religione.

    A tale proposito, è opportuno ricordare come la Chiesa, almeno a partire dal XII secolo, si sia sempre schierata contro tutte le diverse pratiche ordaliche in quanto erano considerate un misto di invocazioni mistiche e anatemi di carattere liturgico che poco avevano a che fare con la fede piu autentica. La convinzione era che il morto stesso si sarebbe «occupato» del ritrovamento del colpevole, per vendicarsi e per far uccidere o comunque far incolpare l’assassino. Pensiamo, del resto, alla scena de I Nibelunghi, poema tedesco del XIII secolo, in cui quando Hagen si avvicina alla bara di Sigfrido, il cadavere di quest’ultimo inizia a emanare sangue, che,
    sgorgando dalle ferite, è il principale indizio di colpevolezza.

    Nella letteratura storico-giudiziaria è altrettanto famosa la leggenda del cane di un nobile viennese che, durante una partita di caccia, dissotterrò alcune ossa. Portate
    a un artigiano, le ossa iniziarono a sanguinare appena furono toccate dall’uomo, il quale, terrorizzato, confessò di avere ucciso anni prima un amico e di aveme sepolto il cadavere nel bosco. Le ossa hanno dunque assunto nella storia giudiziaria il ruolo di accusatore, poiché indicavano il colpevole, come visto anche dai primi tre casi riportati all’inizio. Le formalità del giudizio variavano molto, ma il concetto rimase sempre lo stesso: alla presenza o al contatto dell’uccisore, le ferite dell’ucciso dovevano sanguinare di nuovo o dovevano comunque apparire nel cadavere altri segni evidenti, come, per esempio, bava dalla bocca o fremito. E non era sempre necessario l’intero cadavere, ma era sufficiente anche solo un ossicino.

    [Estratto da "Sangue d'accusa", In Medioevo, Anno XV n.6 (173), Giugno 2011, pp.72 e 73]

  8. GRAZIE, LUCA, PERCHE'........ scrive:

    …………………dopo il fascismo dell’antifascismo, il conformismo dell’anticonformismo, la mafia dell’antimafia, mi dimostri che esiste l’antileghismo del leghismo (ahimè!)

  9. il pensiero di Miglio: “flatulenza” nello spazio, scrive:

    giusto: vuoi mettere pasionarie apuliche, nani e ballerine, pizzaioli, segretarie, ricicli del pentapartito ( e di AN, di provenienza non missina ma democristiana) ?

    da Il Giornale X.VIII.MMXI:
    Miglio pensatore scomodo, di Carlo Lottieri

    A dieci anni dalla scomparsa – morì il 10 agosto del 2001, a 83 anni – Gianfranco Miglio torna al centro dell’attenzione, ma pochi sembrano in grado di accogliere il suo insegnamento. L’imminente pubblicazione di due volumi che riproducono i corsi che egli tenne nelle aule dell’università Cattolica (Lezioni di politica, il Mulino) obbligherà a confrontarsi con una prospettiva teorica di notevole originalità, ma non si vede chi possa intendere davvero il senso di quelle riflessioni spesso sorprendenti, che offrono pure interessanti chiavi di lettura della crisi epocale che stiamo attraversando.
    Curati da Davide G. Bianchi e Alessandro Vitale, i due tomi presentano i corsi universitari di Storia delle dottrine politiche (1974-75 e 1975-76) e Scienza della politica (1981-82); e il secondo libro, in particolare, offre il nucleo di quel trattato che, nelle intenzioni dell’autore, si sarebbe dovuto intitolare Lezioni di politica pura.
    Preside per molti anni della facoltà di Scienze politiche nell’università fondata da padre Gemelli, sebbene si sia formato in Cattolica e lì abbia insegnato tutta la vita, Miglio non è mai stato in sintonia con il mondo democratico-cristiano. Con qualche rara eccezione (taluni legami con Comunione e liberazione, ad esempio), gli ambienti politici e culturali del cattolicesimo italiano hanno sempre mostrato diffidenza verso questo studioso, così distante da ogni forma di moralismo astratto e anche restio a confondere la libera fraternità volontaria e la solidarietà di Stato imposta da burocrati e «partitanti» (per usare il suo stesso lessico).
    Analogamente, è difficile che la sinistra socialdemocratica possa guardare a lui. Per i post-comunisti, è assai più facile intendersi con l’irenismo di un Norberto Bobbio, volto a coniugare libertà e redistribuzione, che non con il rigore spietato delle analisi migliane sul parassitismo, sulla rendita politica, sull’aiutantato. D’altra parte, anche questi due volumi testimoniano quanto egli sentisse forte l’influenza di freddi analisti come Machiavelli, Hobbes o Pareto.
    È vero che negli anni Settanta la sinistra fu in parte attratta da Miglio, quando questi propose l’opera di Carl Schmitt e la necessità di ripensare in termini «realistici» l’universo delle relazioni sociali. Qualche marxista in cerca di ridefinizione vide in lui un interlocutore, al pari di taluni eredi intellettuali del Ventennio, ma gli uni e gli altri rimasero spiazzati quando la sua incessante volontà di mettersi in discussione lo spinse ad accantonare il «decisionismo» del giurista tedesco, sviluppando una prospettiva nuova che contestava il vero totem degli intellettuali moderni di qualsiasi colore: il potere pubblico.
    Mentre post-fascisti e post-comunisti possono intendersi in convegni dedicati al problema della tecnica in Heidegger, alla crisi del sentimento comunitario o alla necessità del primato della politica, l’aspra opera di demitizzazione che è al cuore dell’ultima riflessione migliana spariglia le carte. Per giunta, nella sua critica della modernità statuale egli ha valorizzato, e in termini alquanto personali, il federalismo: poiché la sua idea è che una politica solidamente fondata implichi rapporti pattizi, liberamente scelti, e quindi una società di uomini responsabili e affrancati da ogni retorica statocentrica. Il progetto di federazioni tra corpi sociali (di cui parlava a lezione) o tra territori (su cui si concentrerà in seguito) finisce per dissolvere la struttura piramidale dell’istituto che ha dominato gli ultimi cinque secoli.
    Il vero nemico è insomma lo Stato, mentre il federalismo gli appare una possibile alternativa: la costituzione di un ordine basato su autonomia, concorrenza tra sistemi, libertà locale, responsabilità, diritto di associarsi e dissociarsi. Esso segna la riscoperta di quell’altra «metà del cielo», per usare una sua tipica metafora utilizzata a individuare le istituzioni «perdenti» del mondo moderno: dalle Province Unite olandesi alla Lega Anseatica. Si tratta di ordini politici privi di un vero centro di potere e basati su accordi essenzialmente contrattuali, che hanno indicato allEuropa una strada alternativa rispetto a quella dello Stato e che quasi nessuno, però, ha saputo imboccare (forse l’unica eccezione è rappresentata dalla Svizzera, che non a caso Miglio esaminò sempre con grande interesse e anche – da comasco – con una viva simpatia).
    Ma in ragione del suo radicalismo Miglio è scomodo anche per chi oggi si dice federalista, specie se poi si entusiasma per riforme marginali di quello Stato centralizzato e prefettizio che la Destra storica ha costruito all’indomani dell’unificazione. A chi oggi vuol farci credere che tre ministeri a Monza siano un passo verso il federalismo, Miglio risponde con i suoi scritti sul diritto di secessione quale diritto «pre-politico»: sull’idea che la libertà di federarsi (di associarsi) implica necessariamente la libertà di secedere (di abbandonare l’unione a cui si era scelto di aderire).
    Questo spiega perché quello di Miglio sia un pensiero destinato a disturbare più che a entusiasmare. Per giunta, in Italia come altrove, la stessa ricerca politologica è dominata da un empirismo sterile, che pare avere tagliato ogni legame con la tradizione. Anche perché allievo di studiosi come il filosofo del diritto Alessandro Passerin d’Entrèves e il giuspubblicista Giorgio Balladore Pallieri, Miglio invece non trascurò mai la storia del pensiero e il confronto con i classici.
    Miglio, in definitiva, ressta incomprensibile ai più, indigesto a sinistra e a destra, e lascia un’eredità “impossibile” e inattuale ad un’Italia che ha smarrito la bussola.

  10. a proposito: nessuno sa dirmi a che punto sono i risarcimenti di quella famosa banca amica del territorio? scrive:

    da il Giornale 8.7.11, di Carlo Lottieri:

    Può apparire incomprensibile l’ostinazione con cui la Lega continua a difendere l’esistenza delle Province, ossia del più inutile tra gli enti inutili. Tale difesa dell’esistente riesce tanto più irragionevole in una fase storica che obbliga a tagliare le pensioni e a innalzare l’età pensionabile, mentre il tessuto produttivo della Lombardia e del Veneto soffre come non succedeva da tempo a causa di una tassazione senza eguali al mondo.
    Un’analisi politica di taglio realista, però, può aiutare a capire la situazione.
    Se oggi la Lega si mette di traverso dinanzi al più serio progetto di sfoltire l’apparato amministrativo italiano e se addirittura difende a spada tratta l’esercito politico-burocratico che dissangua i conti pubblici e pesa come un macigno sulle piccole imprese del Nord, la ragione va trovata nel fatto che il partito di Bossi considera suo interesse primario il controllo delle amministrazioni provinciali. L’idea – certamente da vecchia politica, e in qualche modo assai «democristiana» – è che se un leghista è alla guida dell’amministrazione provinciale di Vicenza o Novara il movimento può orientare in maniera più efficace la vita economica e sociale, accrescendo il proprio radicamento.
    Per giunta, a seguito delle ultime riforme le fondazioni bancarie sono gestite da uomini nominati appunto dalle Province: e cioè dai partiti che le controllano. Ne discende che Bossi ritiene di poter utilizzare tutto ciò per orientare secondo i suoi progetti la vita economica.
    Se la Lega fosse in grado di vincere nei capoluoghi forse non avrebbe tanto a cuore le province, ma le cose non stanno così, poiché una parte significativa del voto leghista è concentrata proprio nei piccoli centri. Raccogliendo più voti in Brianza e in Valcamonica che non a Milano o a Padova, il Carroccio è forte soprattutto nelle elezioni provinciali. Tanto più che si tratta di competizioni che non hanno mai nulla di amministrativo (date le pochissime competenze di questi enti) e sono sempre giocate in termini politici. Sono competizioni nelle quali il sogno dell’indipendenza pesa assai più della qualità dell’asfalto.
    L’abolizione delle «cadreghe» provinciali potrebbe aiutare a ridurre le imposte e dare una boccata d’ossigeno alle aziende. Tagliando poltrone e posti pubblici si potrebbe inoltre avviare davvero quel processo di liberazione della società italiana che, vent’anni fa, era al primo posti nei programmi leghisti.
    Perché qui sta il paradosso. La Lega piace nei piccoli comuni della montagna e della pianura, proprio dove resta viva la speranza della secessione e dove più forte è la volontà di lasciarsi alle spalle la solita Italia, ma poi tale consenso è utilizzato per difendere quello statalismo che la base leghista desidererebbe, giustamente, veder spazzato via una volta per tutte. Se c’è urgenza di un vero dibattito all’interno della Lega, è su questi temi che deve svilupparsi, assai più che sul nome del prossimo capogruppo alla Camera, o sui conflitti tra i fedelissimi di Bossi e quelli di Maroni.

  11. i sogni muoiono all'alba: d'accordo, ma c'è modo e modo scrive:

    Meno male! al forum Assago, nel 2002, c’era il gazebo della banca, e il promotore ti aggrediva richiedendo dimostrazione di fedeltà al movimento! meno male non abboccai! me ne andai, non raccogliendo insulti personali nonchè ironie feroci sulle percentuali da prefisso telefonico delle mie zone!

    su il Corriere del Veneto (in conformità a copyright e trademark:
    si riproduce tale articolo, a fini di dibattito libero su rivista universitaria, riconoscendo la piena proprietà intellettuale della fonte):
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    Credieuronord, dal sogno al fallimento
    Storia breve della finanza del Carroccio

    La banca nacque nel 2000 per servire i lavoratori del Nord. Crollò dopo 4 anni, rilevata da Fiorani: aveva bruciato circa 15 milioni di euro

    MILANO—I padri di Credieuronord, la banca della Lega nata nel febbraio del 2000 e chiusa dopo quattro anni, hanno tirato un sospiro di sollievo. Perché solo ora la procura di Milano ha deciso di archiviare in blocco l’inchiesta per appropriazione indebita e truffa contro gli amministratori dell’istituto, fra i quali il deputato vicentino Stefano Stefani che in quella banca ebbe un ruolo non secondario. «Ci siamo opposti alla richiesta del pm, ora vediamo cosa farà il giudice », avverte però l’avvocato Antonio Mezzomo che difende un gruppo di vecchi soci sedicenti «gabbati». Maquesto di Milano è solo l’atto finale della disavventura del Carroccio nel mondo creditizio.

    Nelle idee dei fondatori, primo fra tutti Umberto Bossi, Credieuronord doveva servire soprattutto il popolo padano: famiglie, artigiani, agricoltori, piccoli imprenditori. «Anch’io sono socio fondatore. E tu?», occhieggiava il Senatur nei cartelloni pubblicitari di allora con i quali tappezzò le città del Nord. Perché, secondo la politica leghista di allora, le banche esistenti facevano parte del sistema nazionale e come tali erano da combattere in chiave autonomista come tutto ciò che profumava di tricolore. Credieuronord doveva dunque essere la banca padana. E in molti ci avevano creduto: leghisti tesserati e simpatizzanti, circa 3.400 in tutto il Nord, dei quali quasi 400 veneti che comprarono migliaia di quote. Bastavano 25 euro per diventare soci. Ma c’erano finanziatori che sborsarono decine di migliaia di euro.Comeil sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo che ne mise 30 mila: «Che dire? Ci ho creduto». L’idea era quella di far nascere vari sportelli nelle province del Nord. Ma la nuova creatura non durò abbastanza: nel 2001 il primo rosso, nel 2002 la ricapitalizzazione, nel 2003 una nuova iniezione di capitale, nel 2004 la chiusura delle prime e uniche tre filiali che riuscirono a vedere la luce: Milano, Brescia e Treviso. Il motivo? Troppi clienti privilegiati e indadempienti. Finì così nell’orbita dell’allora Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani, alla quale venne ceduto il solo ramo bancario (il residuo è Euronord) in attesa della fusione con Reti Interbancarie, la holding della banca lombarda. Fiorani, l’uomo della rinascita, venne però travolto dallo scandalo Antoveneta e con lui anche il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, che avrebbe dovuto dare l’imprimatur all’operazione. Il piano saltò e per Euronord il destino fu segnato: crac. Secondo i magistrati che si sono occupati della vicenda, sarebbero stati bruciati circa 15 milioni di euro, fra quote iniziali e aumenti di capitale con i quali si è tentato di rilanciare l’attività. I soci rimasero col cerino in mano e molti, fra cui il gruppo guidato da Mezzomo, urlarono allo scandalo. Alcuni mostrarono i denti, come Franca Equizi, espulsa dalla Lega vicentina, socia della banca e mancato direttore della prevista sede di Vicenza: «E’ un sogno andato in fumo – disse a caldo – Sono molto amareggiata e delusa per la fine ingloriosa di un progetto nel quale avevo creduto e del quale facevo parte attivamente.

    Se l’istituto fosse stato gestito con correttezza avrebbe avuto un grande successo». Lei ci ha rimesso dieci milioni delle vecchie lire. Altri fecero buon viso a cattivo gioco, come Gobbo: «Che dire? Purtroppo è andata male. Sono cose che non dovrebbero mai capitare ». In sostanza, chi aveva una poltrona da difendere usò toni morbidi. Chi non ce l’aveva più, come Franca Equizi, puntò il dito accusatore sulla malagestione: «Come si fa a dare tutti quei soldi alla moglie di Franco Baresi?». Equizi parla della linea di credito accordata a Maura Lari, consorte dell’ex libero del Milan. «Eccedenze per oltre 1,5 milioni di euro», sottolinearono gli ispettori della Banca d’Italia. Nel mirino dei soci finirono i membri del vecchio consiglio di amministrazione, fra cui Maurizio Balocchi che è stato tesoriere della Lega. Fra gli altri l’ex presidente Francesco Arcucci, Giovanni Maria Galimberti, Massimo Barbiani e Virginio Carnevali. Per tutti loro nessuna conseguenza penale. Solo una sanzione amministrativa di 7.746 euro ciascuno. Curiosità: la sanzione fu comminata dall’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

    A.P.
    16 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA .

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  12. admin scrive:

    Colgo l’occasione per ringraziarti, in questo culmine ferragostano, per tutti i preziosi inserti che inserisci in questo sito.

    Grazie di vero cuore.

    Piergiorgio Seveso
    Vice Reggente Comunità Antagonista Padana

  13. no, scrive:

    sono io a ringraziare Voi. tradito sì, traditore mai.

  14. 2006-11: MENO MALE OGGI E' DI PUBBLICO DOMINIO scrive:

    MARCELLO VENEZIANI, 18.VII.11 SU IL GIORNALE:

    Umberto Bossi è il tipico italiano. Disprezza l’Italia come l’Italiano-tipo, annuncia il suo sfascio immi­nente ed è convinto che l’erba del Ti­cino sia sempre più verde, versante svizzero. Critica la Casta e i costi della politica ma sistema suo figlio alla Re­gione­e difende le province per ragio­ni di bottega. Fa il latin lover, innalza i simboli della virilità, aderisce al galli­smo del siculo Brancati e al gallo ce­drone del romanesco Verdone. Ha una spiccata gestualità, ama la battu­ta greve da trivio e usa pernacchie, scoregge, insulti digitali, battute sui cessi da caserma, offese a nani, zop­pi, porci, stronzi ecc., come i ragazzi di strada del Sud, detti bastasi o vasta­si. Passa per autentico ma regge sul falso della Padania; questa invece è italianità verace, da gita scolastica con rutto libero e giocondo. Di quell’ Italia che non ci piace, di cui vorrem­mo fare a meno, anzi da cui amerem­mo secedere, almeno dai suoi modi volgari. E che pensavamo prerogati­va di una cafoneria plebea del sud; Bossi invece l’ha nazionalizzata. Non dimentico certo il Bossi che rap­presenta l’Italia del nord, concreta e laboriosa, il rigetto della partitocra­zia e del politichese, l’alleato leale e indispensabile nei governi del terzo millennio. Quel Bossi che ha avuto, dopo la scoppola, punte di saggezza e di raro equilibrio e ha mantenuto in­­tatto il suo potere «carismatico» (da padrino della Patria e dell’AntiPa­tria, un po’ Cosa nostra ma senza cri­minalità). Ma per una volta noi terùn gli chiediamo di essere più europeo e meno italo-meridionale.

  15. su, amici, per ridere un po' scrive:

    nel 2008, riacquisito il parlamentare a Roma (grazie all’effetto Fini che all’epoca già influiva), i “miei” eroi organizzarono il pullman -pomposamente detto “nazionale”- per recarsi a festeggiare a Pontida. il conducente albanese, pur essendo in compagnia di gente che si recava ai raduni federali fin dal 323 a.C. o giù di lì(!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!), sbagliò la strada e arrivò al confine con la Svizzera.

  16. una intercettazione? scrive:

    18.09.11: Egr. Min. Bossi, noto con piacere che, di fronte a una piazza più gremita del solito, ha annunciato la secessione della Padania. Finalmente! Mi permetto di segnalarLe un possibile premier del “Governo Sole”, (vedi articolo copiato) testimonial perfetto di quella legge Bossi Fini che la grande Rosy Mauro definiva “un successo per la nostra gente” (Forum di Assago, 2002). ps: mi sorge un dubbio: cosa sono le “insorgenze”? Forse una patologia epatica del Barbarossa sul fiume Indo? Propongo seminario presso la segreteria federale.

    da http://www.blitzquotidiano.it:
    Il padre era arrivato in Italia dall’Albania in clandestinità; espulso, è poi tornato con un regolare permesso di soggiorno. Lei, *********, **********, è diventata l’addetta stampa della Lega Nord in *.

    La sua biografia non le ha impedito di diventare portavoce del Carroccio nelle battaglie contro gli immigrati clandestini, così come a favore del federalismo. Con l’avanzata della Lega sotto la linea del Po, il Carroccio accoglie migranti tra le sue fila anche in *. A P., ha candidato alle comunali *, giordano. E il partito pensa anche ad aiutare gli extracomunitari: nella vicina M., un pool di avvocati leghisti ha aperto uno sportello di assistenza legale. Per E., nulla di cui sorprendersi. «Per quanto se ne può dire, il Carroccio non è contro gli immigrati – osserva -, non vuole, giustamente, che in Italia ci siano clandestini… Mio padre? Lui, quando venne preso e gli venne dato il foglio di via, se ne tornò in Albania».

    Parla con grande rispetto del padre sottolineando ciò che lo distingue dagli «immigrati che la Lega vuol mandare a casa, quelli che delinquono e che non lavorano. Il partito di Bossi è contro chi rifiuta l’integrazione e non rispetta le leggi italiane». Il padre di E tornò con un regolare permesso di lavoro, grazie ad alcuni parenti. Nel 2000 ha ottenuto il ricongiungimento e ha fatto venire in Italia la moglie e i due figli, fratello e sorella. Ed aveva 14 anni, ha studiato, si é iscritta all’università: oggi collabora con il giornale di partito La Padania e lavora con M nell’ufficio stampa del Carroccio. Il suo e quello della sua famiglia è un perfetto esempio di integrazione. «La Lega Nord non è razzista e dà ascolto a quelli come noi. È anche per questo motivo che io mi sono trovata subito bene con i leghisti».

    E, che parla un italiano perfetto con accento f., si sorprende dello stupore altrui. «Io voglio dare voce a quelle persone che vengono in Italia per integrarsi e che parlano la nostra lingua – spiega -. Questo vuole la Lega, nell’interesse degli stessi immigrati e nell’interesse degli italiani. Lavoro per far crescere la Lega: con lei crescono anche le aspettative di tutte quelle persone come me». La giovane albanese ha un sogno: «Diventare giornalista e poter raccontare le storie vere dei partiti. Anche sulla Lega si dicono raccontano tante, forse troppe, inesattezze».

  17. ruma ruma cignale scrive:

    buona l’idea della Lega di opporsi al governo Monti (novembre MMXI). però, chi glielo spiega a Reguzzoni che a livello locale la Lega medesima ha imbarcato gli amici di sezione di Casini e di Martelli? il prino passo del cd parlamento del nord (dura minga, dura no) dovrebbe essere un’imposizione di ceneri e un riavvicinamento concreto alle vere liste identitarie

  18. A CHE PRO? scrive:

    il Giornale I.XII.MMXI
    Il problema vero, adesso, è capire che cosa s’inventerà Roberto Formigoni. Perch´ ieri Roberto Cota, inaugurando il cantiere della nuova sede della Regione Piemonte, ha detto che la sua torre con 209 metri «sarà la più alta del Paese». Proprio ora che il governatore della Lombardia ha appena finito di dimostrare che il primato spetta al suo Palazzo Lombardia, il Pirellone-bis che misura 161,3 metri, e non alla dirimpettaia Torre Garibaldi di Cesar Pelli, in cima alla quale, a tradimento o per dispetto, è stata piazzata una guglia d’acciaio che ha spostato il tetto di Milano su su fino a 230 metri. L’antenna non vale, ha subito protestato il Celeste, perch´ «il Guinness dei primati misura i record dal punto calpestabile più alto di un edificio», e i 161,3 metri del Palazzo Lombardia svettano di ben 9,3 metri sopra i 152 del grattacielo di fronte. Dispute ad alta quota e che importano poi i costi, dai 400 milioni spesi dalla Lombardia ai 270 investiti dal Piemonte per l’edificio che sorgerà su una parte dei terreni dell’ex Fiat Avio. Del resto, ha spiegato Cota, la ricaduta immediata sul territorio sarà di 200 milioni, e i cittadini «sentiranno l’ente più vicino», potendo salire lassù a godersi la vista sulle Alpi.
    E insomma la guerra del pennone non conosce pace, nemmeno in tempi di crisi, di consigliata sobrietà e di imposto rigore. Averlo più lungo, pardon, più alto, è simbolo di potere, non a caso la gara è bipartisan. N´ coinvolge solo i governatori: l’ultimo iscritto alla competizione, la notizia è fresca di due giorni, è infatti il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, che ha deciso di regalarsi, lui pure, una super torre in periferia. E che importa se gli costerà 263 milioni e se l’ente che amministra ha qualcosa come 880 milioni di debiti. Competition is competition. In verità, la battaglia col è persa in partenza. Non nella Capitale però, dove a fine anno la zingarettiana Torre Europarco con i suoi 120 metri supererà il Palazzo Eni, che all’Eur si arrampica non oltre gli 85,5 metri ma è da sempre l’edificio più alto.
    Che poi, non è solo questione di svettare lassù dove non arrivano le polveri sottili. Il prestigio, si perdoni il gioco di parole, non si misura solo con le misure. Facciate e arredi hanno il loro grande perch´. In Liguria per esempio, dopo cinque anni passati all’opposizione a tuonare contro l’allora governatore del centrodestra Sandro Biasotti che per la sua giunta creò una reggia, il centrosinistra di Claudio Burlando vinte le elezioni si insediò tranquillamente negli stessi uffici di pregiati marmi e fantozziane poltrone in pelle umana.
    E non si dica che forse prima di disegnare progetti e affidare appalti bisognerebbe scomodare Freud. Perch´ in quel di Bologna a pretendere una nuova sede faraonica è stata, non troppo tempo fa, una donna, la presidente democratica della Provincia Beatrice Draghetti. È il caso di dire costi quel che costi, e le costerà 31 milioni di euro o su di lì. In barba anche al rischio di perdere, nel tragitto verso i nuovi uffici, un pezzo di maggioranza, visto che l’Idv per fermarla ha raccolto 400mila firme in tutta Italia, 12mila solo nel capoluogo emiliano. Anche perch´ le Province sono da un bel po’ enti precari, vista la spada di Damocle (e dell’Europa) che dovrà falciarle via. Investita dai tuoni dell’Idv che denunciava «lo sperpero per un poltronificio», la Draghetti non ha fatto una piega: «Chi non è d’accordo può andarsene». Freud direbbe che è tutta invidia.

  19. tanto per dire scrive:

    il Giornale, 19.XII.11

    I rimborsi facili dei partiti: spendono 10, incassano 100

    Nel 2008 gli indennizzi elettorali sono costati 291 milioni. Prc ha ricevuto soldi anche quando non era più alle Camere. E dire che un referendum aveva abolito i contributi

    di Gabriele Villa – 19 dicembre 2011

    Ma non dovevamo vederci più? Vi ricordate il finanziamento pubblico ai partiti? Non l’avevamo impacchettato e spedito nella soffitta del non ritorno, grazie al provvidenziale referendum del 1993 col quale, oltre il 90 per cento degli italiani, che andarono alle urne, decise di abolirlo?

    Andò così, certo, fu abolito. Per poi rientrare di soppiatto dalla porta secondaria, nel grande edificio degli sprechi di Stato. Sotto una spudoratissima forma: una legge, approvata, subito dopo il referendum, che concedeva ai partiti politici un «contributo per le spese elettorali». Una legge, immediatamente applicata in occasione delle elezioni del 27 e 28 marzo 1994, dal meccanismo perverso quanto redditizio. Certificato, anzi, denunciato dalla stessa Corte dei Conti.

    Seguiteci lungo questa assurda strada dello spreco dissennato e intanto pensate alle pensioni tagliate, all’Ici, al superbollo che dovremo pagare e che porteranno un’inezia di quattrini alla finanza pubblica rispetto a quanto si potrebbe incassare se si avesse il coraggio davvero di dare un taglio a questo escamotage nato solo per sottrarre denaro agli italiani. Con il provvedimento che stabilisce i rimborsi elettorali, attraverso il quale i partiti si finanziano, la legge attribuisce, e questa è la prima macroscopica assurdità, un valore economico ad ogni voto e ripaga i partiti moltiplicando questo valore per il numero dei voti ottenuti alle elezioni. Così basta sfogliare il rapporto della Corte dei Conti per cogliere chiaramente l’enorme differenza tra spese sostenute e rimborso percepito. Di fatto il rimborso viene calcolato sulla percentuale dei consensi che ogni partito ottiene, ma questa percentuale viene automaticamente proiettata sul numero degli elettori, e non su quello, reale, dei votanti effettivi. In questo modo i partiti riescono a riscuotere il rimborso anche per voti che non hanno ottenuto: per le schede bianche, per quelle nulle e addirittura per coloro che a votare non ci sono andati per niente.

    Che ve ne pare? C’è di più, se la legislatura finisce prima del tempo i partiti continuano comunque a ricevere le rate del rimborso, sommandole a quelle della legislatura successiva. Ma più delle parole in questo caso contano le cifre: nell’anno 2008 i partiti politici hanno avuto diritto ad incassare: 99,9 milioni di euro per la terza rata del contributo pubblico per le elezioni politiche del 2006; 100,6 milioni per la prima rata del contributo per le elezioni politiche del 2008; 41,6 milioni per la quarta rata del contributo per le elezioni regionali del 2005; 49,4 milioni per la quinta rata del contributo per le elezioni europee del 2004. In totale 291,5 milioni di euro nel solo anno 2008.

    E continuiamo con altre assurdità nell’assurdità: dal 2008 il partito Rifondazione Comunista non è presente in Parlamento ma ha continuato ad incassare (fino al 2010) la sua quota del «rimborso» delle elezioni del 9 e 10 aprile 2006, quando aveva battuto tutti i record: le spese complessivamente accertate dalla Corte dei Conti erano state di un milione e 636mila euro e i voti ottenuti gli avevano dato il diritto di ricevere dalla pubblica amministrazione 6 milioni e 987mila euro all’anno per cinque anni. In totale 34 milioni 932mila euro (fonte: Corte dei Conti, relazione sulle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006, pagina 269). Quindi, fatti due conti: 100 euro investiti da Rifondazione Comunista nella campagna elettorale del 2006 sono diventati 2.135 euro.

    Restiamo alle elezioni del 2008. Le spese certificate dalla Corte dei Conti della Lega Nord sono state 2 milioni e 940mila euro e i voti ottenuti gli hanno dato il diritto di ricevere dalla pubblica amministrazione un «rimborso» di 8 milioni e 277mila euro all’anno per cinque anni. In totale 41 milioni 385mila euro. Dunque al Carroccio per ogni 100 euro spesi ne sono stati «rimborsati» complessivamente 1.408. Questo per le elezioni del 2008, che si sommano ai «rimborsi» relativi alle elezioni del 2006. Per quanto riguarda Pdl e Pd, la Corte dei Conti ha certificato che per le elezioni del 2008 il primo ha speso 54 milioni e ne incasserà 206 (il «rimborso» è stato uguale al 381 per cento della spesa) mentre il secondo, dopo averne speso 18, ne incasserà 180 (il «rimborso» rappresenta il 1.000 per cento della spesa). Se è vero come è vero che la Corte dei Conti ha scritto che «quello che viene normativamente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento» è anche vero che la stessa Corte dei Conti ha ricostruito la storia di questi «rimborsi»: dopo il referendum del 1993 si sono svolte cinque elezioni politiche, tre europee e tre regionali. Per queste elezioni i partiti politici hanno speso in totale 579 milioni di euro e hanno incassato, come «rimborsi» delle loro spese elettorali, 2.254 milioni di euro. Questi numeri non includono ancora i «rimborsi» per le Europee del 2009 e per le Regionali del 2010.

    Giusto per capire ancora meglio questo clamoroso regalo ai partiti e arrabbiarci un po’ di più, considerate che l’imposta sui capitali rientrati dall’estero, il famoso «scudo fiscale», nel 2009 ha dato un gettito di 5.013 milioni: dunque i rimborsi elettorali di questi anni sono costati agli italiani quasi la metà dello «scudo fiscale». Eppure oltre 31 milioni di italiani col referendum del 1993 scelsero di non dare più una lira ai partiti.

  20. CRISTO, PERDONAMI: MA CERTE FACCE MI FANNO APPREZZARE IL BUON VECCHIO LOMBROSO scrive:

    DA LASTAMPA.IT :
    Belsito, da Forza Italia alla Porsche
    Era da tempo nel mirino di Maroni

    Il segretario della lega Umberto Bossi e il tesoriere Francesco Belsito

    News collegate:
    + Radio Padania si schiera con Bossi “Siamo vittime dei poteri forti”
    + Scandalo Lega, si dimette Belsito I fondi usati per la famiglia Bossi Maroni: “Ora si faccia pulizia”

    Tesoriere della Lega Nord dal 2009, chiacchierato per le lauree all’estero e per la Cayenne
    parcheggiata nei posti auto riservati alla Questura di Genova

    Francesco Belsito, indagato per appropriazione indebita e truffa aggravata ai danni dello Stato per la gestione dei rimborsi elettorali della Lega Nord, è il segretario amministrativo, ovvero tesoriere, del Carroccio, dal 2009.

    Nato a Genova il 4 febbraio del 1971, non ha mai ricoperto incarichi elettivi, anche se è stato sottosegretario di Roberto Calderoli alla Semplificazione normativa, dal 2010 fino alla caduta dell’ultimo governo Berlusconi, nel novembre scorso. Belsito inizia la sua carriera politica in Forza Italia, come autista e portaborse dell’ex ministro della Giustizia, Alfredo Biondi.
    L’avvicinamento al Carroccio avviene attraverso l’ex tesoriere ligure, Maurizio Balocchi: Belsito diventa militante nel 2002. Proprio in seguito alla malattia e alla morte di Balocchi, eredita i suoi incarichi nel partito e al governo (prima diventa tesoriere, poi, nel 2010, sottosegretario). Risale a due anni fa anche la nomina a vice presidente del Consiglio di amministrazione di Fincantieri.

    Chiacchierato per le lauree prese all’estero e per la Porsche Cayenne parcheggiata nei posti auto riservati alla Questura di Genova, come tesoriere finisce nel mirino di alcune inchieste giornalistiche del ’Secolo XIX’ proprio sulla gestione dei rimborsi elettorali del movimento. Il quotidiano genovese sostiene che i soldi del Carroccio siano finiti in fondi in Tanzania a Cipro, oltre a investimenti in corone norvegesi. Gli articoli vengono pubblicati a dicembre e provocano la rabbia della base che si sfoga ai microfoni di Radio Padania, ma anche alla manifestazione in piazza Duomo, il 22 gennaio, con striscioni del tipo “La Tanzania non è un Bel Sito”.

    Critici anche alcuni esponenti di spicco del partito, soprattutto la cosiddetta ala maroniania. Il
    caso delle operazioni finanziarie all’estero è stato portato all’attenzione della riunione del Consiglio federale, che, proprio il 22 gennaio, ha chiesto una verifica dei conti: Ma Umberto Bossi, finora lo ha sempre difeso, definendolo un «buon amministratore». Anche se, ha precisato, la «Lega non è una fabbrica», forse «Belsito doveva consigliarsi con me, che ne so più di politica». Il leader della Lega ha però negato che i soldi del movimento siano finiti in Tanzania.

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