Palermo 1860: una conquista “all’italiana”

In questi giorni, l’occasione della festività giacobina del 2 giugno riverserà sulla carta stampata e sugli schermi televisivi gli sproloqui patriottardi dei politici e in particolar modo di Napolitano il quale, sicuramente, non verrà meno nel segnalare il (fantasioso?) legame Risorgimento-Repubblica. Nel frattempo non ci resta che ricordare come negli ultimi giorni di maggio di centocinquanta anni fa (26-30 maggio 1860) uno dei fatti più importanti e paradigmatici dell’avanzata garibaldina a sud aveva luogo nella città di Palermo. Importante perché la presunta vittoria garibaldina a Palermo consegnò alle camicie rosse l’isola, paradigmatica perché alcuni fatti e dati inoppugnabili dipingono con esattezza le cause della facile penetrazione in Sicilia del generale Garibaldi. Innanzitutto è significativo segnalare la disparità delle forze in campo: il generale borbonico Lanza aveva nelle sue schiere 21.000 soldati, guidati da ottimi ufficiali come Beneventano dal Bosco e Von Mechel, mentre il nizzardo poteva contare su 900 dei suoi volontari e qualche migliaio di pavidi picciotti forniti dalla mafia. La disparità di numero e preparazione non giustificherebbe ad alcuna condizione normale la vittoria delle camicie rosse. Infatti tale vittoria sarebbe inspiegabile anche qualora si tenesse conto del successo di alcune manovre diversive di Garibaldi, capaci di depistare Beneventano dal Bosco e Von Mechel. Nemmeno ci si può basare sul coraggio garibaldino: non tutti i volontari erano come Bixio che continuò ad attaccare Porta Termini levandosi un proiettile conficcato nella spalla. Qualche ragione sarebbe da ricercare negli evidenti errori del generale Lanza che a una disamina dei fatti paiono in verità più che altro palesi misfatti. Il settantacinquenne generale non aveva sicuramente guadagnato i gradi sui campi di battaglia, dove le sue prestazioni erano state perlopiù disastrose, come nel 1849 a Palestrina sempre contro Garibaldi. Era d’altronde una condizione tipica dell’esercito borbonico quella della gerontocrazia ma Lanza aveva una carta in più da spendere: la sua affiliazione alla massoneria inglese. Le logge massoniche palermitane erano cresciute a dismisura negli ultimi anni schierandosi tutte dalla parte della Rivoluzione italiana e, come è noto, anche Garibaldi aveva collezionato affiliazioni sin dagli anni della sua residenza sudamericana. Una volta entrato a Palermo Garibaldi e avrebbe ottenuto una promozione dal 4°al 33° grado dal Grande Oriente e la nomina a Gran Maestro della loggia di rito scozzese. Se Lanza quindi preferiva l’obbedienza di loggia a quella al legittimo sovrano, Garibaldi poteva contare sul sostegno logistico inglese: mentre molte navi del generale Mundy transitavano per il porto di Palermo, un agente britannico con la tessera di corrispondente del Times, Ferdinand Eber, faceva la spola dalla città all’esercito garibaldino, fornendo al Garibaldi preziose informazioni belliche e gli ordini provenienti dal Mundy. La mattina del 26 maggio addirittura tre ufficiali del vascello Iroquois, che al termine dello scontro avrebbero rifornito le camicie rosse di polvere da sparo, andarono in visita presso l’accampamento di Garibaldi a Mislimeri. Quella notte stessa, sfruttando la sguarnita difesa di Porta Termini, Garibaldi portò l’attacco a Palermo, riuscendo il giorno successivo a guadagnare il centro della città e prendere tranquillamente dimora nel Palazzo Pretorio, senza che Lanza nei tre giorni successivi utilizzasse alcuna delle sue truppe per scacciare i rivoluzionari da Palermo, addirittura lasciando sulla nave i rinforzi provenienti da Napoli il 29 maggio e bloccando il tentativo di conquista della città da parte di Von Mechel e Del Bosco. Se aggiungiamo che, senza alcun palese motivo, Lanza ordinò di cannoneggiare i quartieri popolari facendo 600 morti tra i civili e nemmeno uno tra i garibaldini, possiamo tranquillamente affermare che l’agire del generale borbonico è il tipico comportamento, nemmeno troppo celato, del traditore. E che tradimento sia stato ce lo conferma il fatto che, senza aver più sparato un colpo di fucile dal 27 maggio, il 30 maggio chiedesse un armistizio a Garibaldi, con la “disinteressata” mediazione dell’ammiraglio Mundy, e decidesse il 6 giugno di capitolare definitivamente domandando il solo onore delle armi. Tra le condizioni di resa l’occupazione del palazzo del Banco delle Due Sicilie è sicuramente originale ma del tutto giustificata: Garibaldi fece prelevare da Crispi una cifra da 1.000.000 a 5.000.000 di scudi, perlopiù da depositi di privati cittadini, rilasciando addirittura un’ironica ricevuta con causale “spese di guerra”. Così nelle successive settimane le truppe napoletane furono costrette a lasciare l’isola con aperta diffidenza per l’operato del Lanza e anche un po’ di seccatura per la misera scena recitata di fronte alle scalcagnate truppe di occupazioni. A Lanza non vennero risparmiati sberleffi dalla truppa e, come vogliono alcune testimonianze, nel momento di partire un soldato del reggimento Calabria avrebbe esternato tutto il suo disappunto: “Eccellenza, vi quante simmo? E ce ne jammo accussì?”. L’epilogo della storia è l’ennesimo finale agrodolce che forse può lasciare un amaro sorriso sulle labbra ma anche una grande rabbia tra i pugni: qualche tempo più tardi, nell’ottobre del 1860, troviamo Lanza a Napoli con l’incarico di preparare i festeggiamenti per l’ingresso di Garibaldi in città. Considerando i magri risultati militari, speriamo che almeno nella veste di organizzatore di eventi il Lanza si sia guadagnato degnamente la pagnotta!
Davide Canavesi
a cura dell’ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia

