Gianfranco Fini: uno storico improvvisato alla corte dei poteri forti

Antagonisti Padani

In occasione di un convegno dal titolo “Nazione e Stato. L’Italia di Ricasoli e di De Gasperi” anche il presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, ha deciso di unire la sua voce ai latrati filo-risorgimentali che ormai da qualche mese riempiono la penisola di una fastidiosa cagnara, cui ha dato il via Giorgio Napolitano. La defezione di molti “revisionisti”, sedotti dalle fusa governative se non attratti dal tintinnare dei soldi e dalla “serietà” dei convegni incravattati, ha tolto molte baionette all’assalto critico che il revisionismo avrebbe potuto fare con assoluta serietà e serenità. La mancanza di una presenza sostanziale di queste voci permette invece alle sirene filo risorgimentali di strillare in continuazione e, per giunta, di assumere atteggiamenti che se non si possono dire disonesti sono quanto meno diseducativi. Se infatti i discorsi filo-risorgimentali non volessero essere dei peana e delle autoincensazioni dovrebbero quanto meno attenersi a due norme di “buona educazione” storiografica: distinguere con chiarezza i fatti storici dall’interpretazione degli storici ed evitare di cercare di influenzare il giudizio storico col ricorso ai fatti del presente, spesso presentati in chiave sentimentaloide più che realistica. A queste norme non si è mai attenuto Napolitano nei numerosi discorsi sull’argomento e nemmeno Fini nell’occasione del suddetto convegno per la celebrazione del bicentenario dalla nascita di Bettino Ricasoli. La prolusione in questione, per quanto breve, mette in rilievo questioni di un certo interesse e perciò merita qualche menzione. Seppur nel contesto dell’ordinario insignificante vaniloquio d’occasione (“futuro di coesione, di libertà e di progresso”;”valori fondamentali […] di progresso economico e rigore morale, tra identità culturale e laicità dello Stato”; “combattere la disaffezione verso la politica […] colmare i ritardi nella modernizzazione del sistema-Paese”), Fini, o chi per lui ha scritto il discorso, ha lasciato trasparire la mens con cui interpreta il Risorgimento. Sembra nel complesso che Fini, forse in virtù del suo incarico istituzionale, sia dominato da un eclettismo di fondo dagli ampi contenuti culturali che riesce a fare stare insieme in un’unica visione Ricasoli, de Gasperi, Mazzini, Cattaneo e Volpe. Fini rivendica un ruolo liberatorio e palingenetico alla costituzione dell’Italia unita tanto da addivenire ad alcune affermazioni vacillanti se non addirittura ridicole. Dire che i valori del Risorgimento “sono i valori di una sovranità nazionale che persegue una via di affermazione non contro ma in armonia con la civiltà dell’Europa liberale”, di fatto significa rendersi colpevole di un’affermazione che o è del tutto evidente oppure è una chiara mistificazione. E’ infatti evidente che i nazionalismi siano stati lo strumento utilizzato dai liberalismi per imporsi ed è altrettanto evidente che la vittoria finale dei nazionalismi liberali europei coincida con la Prima Guerra Mondiale e la distruzione dell’Impero Austro-Ungarico. Ma un eloquio così entusiasta sembra nascondere che il progetto della civiltà liberale europea, ben lungi dall’essere stato conseguito pacificamente, sia stato realizzato attraverso rivoluzioni, guerre e sconvolgimenti che costarono la vita a milioni di persone: molto difficile pare pertanto parlare di “armonia”. D’altronde se consideriamo rettamente i nazionalismi europei (liberali o di altro colore ideologico poco cambia), tra i quali è sicuramente da annoverare il nazionalismo risorgimentale italiano, non possiamo non constatare come essi abbiano avuto una funzione destabilizzante e non armonizzante dell’ordine continentale così come esso era stato realizzato nel Congresso di Vienna, tanto che la storia dell’Ottocento è stata storia di rivoluzioni nazionalistiche e liberali, più che di guerre. A questi nazionalismi non si può peraltro non attribuire la responsabilità principale dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, alla quale è legata necessariamente anche la Seconda per il tramite dell’umiliazione della Germania voluta dal nazionalismo revanscista francese.

La cosa realmente interessante del disegno che soprassiede all’intero discorso è che l’ex-post-fascista Gianfranco accetta in pieno l’interpretazione continuista di Risorgimento-Repubblica già proposta in più occasioni da Napolitano (“Momento cruciale nel processo di trasmissione dei valori del Risorgimento nell’odierna Italia democratica e repubblicana è certamente stata la fase dell’Assemblea Costituente e della ricostruzione economica e civile nel dopoguerra.”). Questa visione, del tutto ideologica e ridicola dal punto di vista storico, avrebbe dovuto essere completata con la terza R di mediazione tra le due, la Resistenza, di cui però Fini evita di parlare, anzi sembra addirittura voler avvalorarne una tesi contrapposta usando en passant il termine “guerra civile”. Pare così che la visione finiana proponga una sorta di pacificazione nazionale che elide totalmente il problema del fascismo, comunque considerato negativamente (si cita solo di passaggio il carattere di “dittatura”), e che ritrova nell’Italia repubblicana, considerata in tutte le tendenze politiche, l’avveramento delle promesse risorgimentali (“La classe dirigente della ricostruzione avverte comunque il bisogno di riannodare i fili con l’Italia del Risorgimento. Il richiamo alla stagione fondativa dello Stato unitario era avvertito, in vario modo, in tutte le culture politiche che concorsero alla scrittura della Carta costituzionale.), tesi che avvalora citando dalla sua parte anche De Gasperi, che si riteneva a sua volta continuatore dei cattolici liberali ottocenteschi (ne cita un discorso: “La libertà difesa dai cattolici […] ha integrato e sostanziato il pensiero della libertà politica che fu propria dei cattolici del 1848. E’ per questo che possiamo dire che questo secondo Risorgimento della patria si può riallacciare al Risorgimento nazionale”). La vera chiave della lettura del pensiero finiano sul Risorgimento potrebbe essere però il riferimento esplicito a Gioacchino Volpe (“uno storico che mi è caro”), grande storico del Novecento, il quale come è ben noto aderì al Partito Nazionale Fascista ma guadagnò, anche grazie alla protezione accordata ad alcuni intellettuali antifascisti, una patente di benevolenza anche in seguito alla caduta del regime. Volpe, molto vicino a Giovanni Gentile, nel 1927 scrisse un volume intitolato L’Italia in cammino nel quale dava la sua particolare interpretazione della funzione del fascismo nella storia italiana: questo doveva portare a compimento quella rivoluzione “liberale” che i liberali avevano abbandonato, votandosi a cause di partito o ad interessi personali. In seguito ai Patti Lateranensi le speranze di Volpe nel Regime fascista vennero calando, essendo la pacificazione con la Chiesa in totale contraddizione col fascismo risorgimentalista da lui auspicato. L’itinerario seguito da Volpe non fu raro nella cultura italiana dell’epoca: molti intellettuali legati al fascismo, tra cui anche molti discepoli di Gentile, si staccarono dal filosofo ministro dopo i Patti Lateranensi per passare poi, durante o dopo la guerra, all’antifascismo militante . L’itinerario seguito da questi, come ha ben documentato e giustificato filosoficamente Augusto del Noce, è tutt’altro che incoerente in quanto segue il filo del risorgi mentalismo liberale anticattolico, che invece Gentile aveva abbandonato in quanto dominato dall’idea della pacificazione del Risorgimento (fascista) con il cattolicesimo. In questa luce non può non apparire anche una certa somiglianza col cammino politico di Fini, riguardo al quale certamente va però tenuto in conto un opportunismo politico sicuramente superiore alla coerenza teoretica. Ad ogni modo Fini non si esime anche dallo strizzare l’occhio a Vittorio Messori, cattolico conservatore sicuramente ostile al Risorgimento, il cui “Grazie all’Italia” citato, va però letto in chiave totalmente avulsa da ogni simpatia per il processo rivoluzionario risorgimentale, esprimendo più che altro una visione di italianità più vicina anche a quella proposta dal compianto professore Cesare Mozzarelli.

La mano tesa a tutti del presidente della Camera però si ritrae immediatamente stizzita di fronte a coloro che criticano il processo risorgimentale e la creazione del Regno d’Italia: nulla salus per i revisionisti! Fini infatti dichiara con una certa convinzione: “E’ bene però chiarire che la consapevolezza dei problemi storici del nostro Paese non deve in alcun modo fornire il pretesto per revisionismi antirisorgimentali fuorvianti e anacronistici”. Ovvero studiate quanto volete tanto la  conclusione è già scritta e a nessuno è permesso di oltraggiarla! L’Ipse dixit finiano rincara inoltre la dose: non solo non è possibile criticare ma chiunque deve accettare l’assioma fondamentale del risorgimentalismo italiano. Questo assioma, del tutto indimostrato, viene enunciato nella seguente frase: “deve rimanere chiara l’idea che l’impresa compiuta dalla generazione dei Cavour, dei Ricasoli e di tutti coloro che realizzarono l’unità d’Italia fu un’impresa grandiosa nella storia italiana ed europea”. Che il risultato conseguito sia di grande portata (il che non vuol dire per forza di cose buono) è fuori discussione ma l’argomento postulatorio di Fini trascura del tutto i mezzi e le cause che portarono alla conquista sabauda della penisola, analizzando sbrigativamente solamente alcuni degli effetti. L’unificazione amministrativa, varata proprio sotto il governo di Ricasoli nel 1865, è una delle scelte del governo italiano meno comprensibili alla luce della storia precedente e più che una sana scelta, sembra un’indebita applicazione del sistema francese delle prefetture a un tessuto sociale e storico totalmente differente. La costruzione delle ferrovie, unico primato che l’indebitato Piemonte cavouriano poteva vantare rispetto agli altri stati italiani, fu una delle più lucrose risorse servite sul piatto d’argento dell’imprenditoria massonica “italiana” ed “europea” (tra coloro che ne ebbero l’appalto troviamo i nomi di Adami, Bastogi, Lemmi e Rotschild). Il sistema scolastico e universitario unitario fu costruito tramite l’estromissione e la soppressione delle congregazioni religiose che fino ad allora l’avevano esercitato, in primis la Compagnia di Gesù, e votato fin da subito all’ideologizzazione delle masse più che all’educazione (vedi ad esempio la Storia della letteratura italiana di De Sanctis o le Lezioni di Settembrini). Ancor più sprovveduta sembra l’affermazione che  tutto questo sia stato fatto “confutando lo scetticismo di molti”; se tra questi molti intendiamo infatti anche gli insorgenti del sud, la frase assume addirittura un aspetto sinistro in relazione al fatto che è ben noto come lo “scetticismo” dei “briganti” sia stato “confutato” con fucilazioni in massa, deportazioni e condanne a morte decretate con sentenze lombrosiane. L’unico aspetto che può parere condivisibile è quello sulla rettitudine morale della Destra storica (trascurando evidentemente le implicazioni morali degli eccidi perpetrati al sud) che risplende però soprattutto in opposizione alla corruzione della Sinistra, addestrata da quel “Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamoci gli affari nostri” mirabilmente messo per iscritto dalla caustica penna di De Roberto.

Più seria e attenta sembra invece la riflessione sulla realizzazione del modello centralista anziché quello autonomista e federalista. Fini evita di esprimere il giudizio personale sull’opzione centralista (“Non c’è dubbio che si tratti di una seria questione storica, che deve essere affrontata nella sede che le è propria, cioè quella della scienza storiografica. Spetta agli studiosi rispondere alla domanda del perché fu scelta una strada invece che un’altra”), la quale comunque gli pare giustificata da “minacce all’unità” e “condizioni sociali e politiche”. Quest’ultima espressione pare del tutto indeterminata: quali sono queste presunte condizioni? Parrebbe che anche in questo caso il riferimento sia alla guerra civile scoppiata al sud che fu evidentemente anche una minaccia all’unità. Ad ogni modo, pur ricordando come “una parte significativa della prima classe dirigente dell’Italia unita sarebbe stata favorevole all’autonomia e al decentramento”, il presidente della Camera evita di segnalare come la sconfitta delle tendenze federaliste, e in particolar modo del progetto redatto da Minghetti che avrebbe sancito un assetto federale in cinque macroregioni, fosse stata una delle cause di una profonda rottura all’interno della classe dirigente. Indubbia mi pare invece la pretesa finiana di riportare, contro ogni acritica fantasia leghista, Cattaneo al suo giusto milieu risorgimentale: il federalismo di Cattaneo non è assolutamente in antitesi con l’unificazione italiana ma rappresenta unicamente un modello di organizzazione territoriale all’interno di una cornice italiana. In definitiva anche il discorso di Fini ha un pregio evidente: il federalismo avrebbe potuto essere una proposta accettabile (non è comunque possibile valutare quanto migliori sarebbero stati gli effetti) ma è inutile fantasticare e sproloquiare su di esso come fa la Lega!

Davide Canavesi

a cura dell’Ufficio politico del Fronte Indipendentista Lombardia

Comments (10)

 

  1. lo Zibaldino scrive:

    Ai confini della monarchia austroungarica c’erano a quell’epoca molti uomini come Kapturak. essi cominciavano a volteggiare intorno al vecchio Impero come quei neri e vili uccelli che da infinita distanza adocchiano un moribondo. non si sa da dove vengono nè dove volano via.
    Joseph Roth, la Marcia di Radetzky

    ps: la citazione non si riferisce a Davide Canavesi

  2. il Didascalico, per gli amici Dida scrive:

    APPUNTI PER LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA. TRIBUTE TO G. FINI & FLI (e quale modo migliore per festeggiare il 25 aprile ’11?)

    Roma, 19.IX.44: il dottor Donato Carretta, direttore del carcere “Regina Coeli”, chiamato a testimoniare in un processo contro Pietro Caruso, ex questore della RSI, per confermare se questi avesse o no fornito ai tedeschi 50 ostaggi da fucilare, viene verbalmente aggredito in aula da una donna che lo accusa di avere seviziato partigiani e di avere consegnato suo marito, detenuto politico, per la rappresaglia successiva ai fatti delle Fosse Ardeatine. a causa delle accuse della donna, il malcapitato viene trascinato fuori dal tribunale dalla folla (Tacito, cosa ti sei perso!) fino ad essere gettato nel Tevere, e spinto a fondo da due giovani mentre tenta di riemergere. in seguito, risultò che l’accusatrice non era una vedova, bensì un’attivista del PCI, incaricata di lanciare false accuse contro Carretta per scatenare l’incidente.
    Pisanò sostiene che, in realtà, Carretta aveva cercato di alleviare le sofferenze degli antifascisti detenuti.
    cfr. Giorgio Pisanò, Sangue chiama sangue- storie della guerra civile, ed. lo Scarabeo, pgg. 96-97

  3. Serpico scrive:

    Pubblicato su Miradouro (http://www.miradouro.it)

    Home > L’inchiesta su Tulliani è già un classico del giornalismo

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    L’inchiesta su Tulliani è già un classico del giornalismo

    Di Miradouro

    Creato il 01/10/2010 – 00:00

    Ha rotto con lo sbadiglio moralistico e i paroloni politically correct degli altri media • Nella vicenda del pasticciaccio monegasco c’è dentro di tutto, come in un feuilleton
    di Diego Gabutti
    Tratto da Italia Oggi il 30 settembre 2010

    Non sono giornali eleganti, questo no, magari vanno un po’ troppo sul gutturale, ricorrono alle volgarità e alle parolacce, ma non c’è niente da fare: l’inchiesta di Libero e del Giornale sull’appartamento di Montecarlo, passato a sorpresa dal patrimonio d’Alleanza nazionale a quello del cognato, è già un classico del giornalismo italiano, per lo più incline allo sbadiglio moralistico (e alle volgarità, nonché ai paroloni se non alle parolacce, del politically correct).

    Nell’inchiesta sul pasticciaccio monegasco c’è dentro tutto, senza avarizia: il drammone familiare, l’intrallazzo politico, un marito anzianotto e boccalone, la moglie giovane e temeraria, l’arroganza dei potenti e la punizione dei loro peccati, qualche colpo di teatro, l’intervista rilasciata da un ministro della giustizia esotico, Italo Bocchino nella parte (recitata benissimo, anche troppo) del perfido consigliere, il messaggio stile Bin Laden alla macchia trasmesso via web, il voto di fiducia, il contratto Rai della suocera, la cucina Scavolini.

    Pensate se questo materiale fosse finito sulla scrivania di Balzac, accanto alla penna d’oca e alla caffettiera fumante. Ci sarebbero state ascese e cadute di carriere politiche e di fortune finanziarie mentre le azioni al portatore delle società offshore sarebbero vorticosamente passate di mano; forse una società di recupero crediti avrebbe sequestrato la Ferrari a Giancarlo Tulliani; avremmo assistito a delitti e adultèri; Ignazio La Russa avrebbe fatto la parte del vilain affacciandosi dall’ombra, con un largo mantello sulle spalle, lisciandosi la barba mefistofelica e lanciando risate agghiaccianti. Anche il giovane Marcel Proust, impegnato nell’affare Dreyfus e gran cultore di feuilleton, avrebbe potuto ricavarne uno straordinario racconto intimista col presidente della camera che (lo sguardo puntato sul gobbo, mentre legge il suo messaggio alla nazione e agli elettori) pensa tra sé con occhi appannati, come Swann nel primo volume della Recherche: «E tutto questo per un cognato che non era nemmeno il mio tipo!»

    Ma funziona benissimo, debite proporzioni facendo, anche il racconto del Giornale e di Libero. Magari non è un capolavoro della letteratura, come lo erano per esempio i grandi reportage di Tom Wolfe e Norman Mailer (Radical Chic, oppure Miami e l’assedio di Chicago) passati alla storia della belle lettere come new journalism. Ma è un’opera giornalistica di classe, per quanto difetti un po’, diciamolo, di senso dell’umorismo. Un minimo di humour ne avrebbe fatto un caso memorabile, di scuola.

    Ma Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro (basta guardarli per capirlo) col senso dell’umorismo c’entrano poco, anzi niente. Soltanto Gianfranco Fini, di questi tempi, è più avaro di sorrisi, non diciamo di risate. Nell’inchiesta, in ogni modo, c’è più drammaticità che in una telenovelas, e i personaggi, visti e rivisti finché si vuole, scontati magari, e prevedibili, sono non di meno ottimamente caratterizzati: il politico ambizioso e ormai leggermente spompato nella parte della Bestia e la bella nella parte della Bella, i parenti serpenti e profittatori, il nemico politico con le sue canzonette napoletane e le sue barzellette, i colonnelli vili e traditori, l’economia globale, nazioni lontane e misteriose, architetti, avvocati, mobilifici, automobili di lusso.

    A sinistra, invece, il giornalismo è sempre più patetico, come dimostra la campagna di stampa contro le battute infelici d’Umberto Bossi. Giornalisti e politici bolliti vorrebbero addirittura sfiduciare il vecchio reprobo e cacciarlo dal ministero per le riforme! Avevano, se possibile, fatto di peggio un paio d’anni fa, quand’erano riusciti a rovinare una storia magnifica, quella degli amori mercenari del cavaliere, trasformandola una ridicola crociata morale.

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    Ven 1 Ott ’10
    Generale
    dai Media
    Politica

    Generale
    dai Media
    Politica

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    URL originale: http://www.miradouro.it/node/45893

  4. dida scrive:

    appunti dedicati all’on. Italo Bocchino per la vasta e sterminata politica culturale di Fli:

    Marcello Veneziani su il Giornale V.VIII.MMXI:

    Torna in libreria “C’eravamo tanto a(r)mati”. Trent’anni fa ci fu il primo dialogo post-ideologico tra intellettuali di sinistra e di destra. Una lezione per questi tempi troppo faziosi? La civiltà del dialogo fu un bene in sé anche se non produsse nuove sintesi né opere memorabili. Ma il clima, dopo il terremoto del ’92-93 si incattivì e andò peggiorando gradualmente.
    Trent’anni fa, nel 1981, ci fu il primo dialogo tra gli intellettuali di destra e gli intellettuali di sinistra. Non in assoluto, per carità, ma dopo la guerra degli anni di piombo. Gli orazi e i curiazi si videro a casa di uno di loro, Gianfranco de Turris, per registrare, sotto i quadri dadaisti di Julius Evola, un dialogo tra Massimo Cacciari, Giampiero Mughini, Gennaro Malgieri e io che ero il più giovane ma promossi l’incontro per pubblicare quel confronto in occasione del debutto di una rivista, Omnibus, che avrei diretto io.

    Ci incontrammo guardinghi davanti a Montecitorio, aspettando che Cacciari uscisse dal Parlamento perché lui era deputato del Pci. E lui nel viaggio ci rivelò con nostra grande libidine che era cugino di Piero Buscaroli, firma per noi di culto. Poi ci vedemmo con Mughini che era stato direttore responsabile di Lotta Continua e portava ancora viva la memoria del ’68 parigino, ma aveva anche un padre fascista. Ci vedemmo a cena da De Turris e registrammo il colloquio, che poi sbobinai e pubblicai nel paginone centrale della neonata rivista. Che durò solo un numero, perché lo spirito dialogante della rivista non piacque all’editore, il grand’uomo Giovanni Volpe, che era però all’antica, destra gusto classico.

    Mughini ha ricordato quella sera e lo spirito furtivo di congiura con cui venne a quell’incontro proibito, scrivendo un paio di giorni fa su Libero a proposito della ristampa di C’eravamo tanto a(r)mati, libro di testimonianze miscelate destro-sinistre uscito nell’84, e oggi riedito da Manuel Grillo, in ricordo di suo padre Pino (edizioni Settecolori, pagg. 240, euro 20; a cura di Maurizio Cabona e Stenio Solinas; informazioni: http://www.settecolori.it).

    In quel tempo la sinistra scopriva Nietzsche e Schmitt, Jünger e Heidegger, frequentava Céline e magari leggeva di nascosto Evola, di seminascosto del Noce, e di striscio altri. Noi giovani intellettuali di destra tenevamo a quel patrimonio di autori e di temi, ma cominciavamo a ibridarli con il nazionalpopolare di Gramsci e la sua idea di conquistare la società attraverso la cultura, con la scuola di Francoforte e la critica al modello capitalistico e consumistico occidentale, con Pier Paolo Pasolini populista reazionario e una fila d’autori sul confine tra destra e sinistra o ben oltre.

    Che ne fu di quel dialogo? Se ne fecero degli altri anche più significativi. Coinvolsero Accame e Niccolai, Cardini, Tarchi, Solinas e il piccolo mondo della nuova destra e a sinistra Marramao e Giorgio Galli, Pellicani e altri, più piccoli mondi revisionisti come Mondoperaio o la rivista Pagina dove scrivevano Galli della Loggia e Mieli, Massimo Fini e Battista, Ferrara, lo stesso Mughini. Il dialogo servì almeno a una cosa: a far capire che la destra non era solo muscoli&nostalgia, ma c’era chi pensava il presente e si proiettava nel futuro. Emerse la nuova destra, si lessero e commentarono riviste e rivistine, libri e tesi di quella galassia; ricordo pure un dialogo elementare ma fecondo su l’Espresso che ebbi con Giorgio Bocca, seguito da un’inchiesta di Mieli sulla nuova destra e ripreso da la Repubblica con un’inchiesta a puntate di Enrico Filippini. C’erano ancora il comunismo e il neofascismo, l’Urss e l’arco costituzionale, ma c’era pure la Nouvelle Droite, e da noi Craxi, il socialismo tricolore, Cl e una vivacità culturale oggi impensabile.

    La civiltà del dialogo fu un bene in sé anche se non produsse nuove sintesi né opere memorabili, almeno in quella linea. Si prolungò per tutti gli anni Ottanta, poi sopravvisse a sprazzi in seguito. Ma il clima, dopo il terremoto del ’92-93 si incattivì e andò peggiorando gradualmente ma progressivamente. Fino a che si è spento negli ultimi anni ogni sussulto di dialogo anche per estinzione delle parti in campo e delle case madri rispetto a cui emanciparsi. Riemerse il terzo incomodo, il liberalismo, che spostò temi e interessi su altri versanti che ponevano al centro l’individuo, il privato e il mercato. Sorse una mezza sinistra liberal e radical e una presunta destra liberale-liberista; ma con la scoperta liberale crebbe lo spirito illiberale che negava il dialogo, le identità e le differenze. Scomparve pure traccia di una cultura cattolica, di cui sopravvissero isolati residui. Poi venne la notte, la cultura da un verso si liberò dalle etichette, ma dall’altro smise di incidere sulla realtà civile. E la politica da un verso si liberò dai fumi ideologici del ’900 ma dall’altro si impoverì di idee e di respiro culturale. In compenso crebbe il livore, la distinzione razziale tra chi sta di qua e chi sta di là, del bipolarismo si prese la faziosità ma non i contenuti.

    Il dialogo prosegue in cielo, o in seduta spiritica, tra le anime di Pound e di Pasolini, i pensieri di Gentile e di Gramsci, le trasgressioni di Céline e di Camus. Dialogo tra morti; o forse, non disperiamo, tra non ancora nati.

  5. appunti per la politica culturale di Fli: demitizzazione dell'URSS cattiva scrive:

    da riscossacristiana.it:

    L’universo concentrazionario dei Gulag sovietici – di Dionisio di Francescantonio

    Nel mondo occidentale l’esistenza dei gulag in Unione Sovietica era quasi del tutto ignota fino a quando non apparve l’opera Arcipelago Gulag di Aleksàndr Solzenicyn, in cui lo scrittore russo, tra il 1970 e il 1974, li descrisse per la prima volta con minuziosa crudezza. L’acronimo gulag sta per “Amministrazione generale dei campi d’internamento”, dove finivano tutti i nemici della rivoluzione sovietica o, come prese a definirli il regime da un certo momento in poi, gli elementi “estranei alla società”, ossia tutti i non assimilabili all’edificazione della società comunista. Il sistema dei campi di concentramento punitivi appartiene alla storia sovietica fin dai suoi esordi (già nel 1920, nell’arcipelago delle Soloveckie, cinque isole situate nel Mar Bianco a circa duecento chilometri dal circolo polare artico, erano stati creati lager di lavori forzati per tutti coloro che si opponevano al regime bolscevico), ma il suo enorme sviluppo si ebbe durante il lungo dominio di Stalin, conclusosi solo all’inizio degli anni Cinquanta con la sua morte. Fu proprio dall’esempio fornito dalle Soloveckie che il sistema di lavoro forzato si affermò. Gli organismi statali decisero di sfruttare il lavoro dei detenuti non più, come si diceva originariamente, “a scopo rieducativo”, ma quale fonte di profitto per lo Stato bolscevico. E poiché lo scopo dei bolscevichi era quello di spingere la Russia in un processo di industrializzazione forzata che ne aumentasse le risorse difensive/offensive contro il nemico capitalista, la cosiddetta patria della “liberazione degli schiavi dalle catene del capitalismo” tornò semplicemente alla pratica dello schiavismo più totale e brutale. I nuovi schiavi per dissenso politico furono spediti nei campi di lavoro installati in luoghi remoti e inospitali, soprattutto nella sterminata regione del nord della Russia, ma ricchi di risorse necessarie allo sviluppo della patria del comunismo quali oro, stagno e soprattutto legname ricavabile dalle immense foreste siberiane. All’inizio del 1921 nei lager erano finiti più di 156.000 persone, mentre alla fine del 1938 erano già due milioni. E nel 1953, quando Stalin morì, i forzati dovevano aggirarsi intorno ai 10 milioni.
    Le condizioni di vita dei reclusi nel gulag erano a dir poco disumane. Le testimonianze di Solzenicyn e di Varlam Salamov, entrambi narratori di grande talento oltre che deportati di lungo corso, le illustrano con potente efficacia. Il primo elemento che caratterizzava l’esistenza del recluso era la sottoalimentazione, e quindi una fame cronica e ossessiva. Salamov, nei suoi “Racconti di Kolyma” (la Kolima era una desolata regione di paludi e di ghiacci della Siberia, dove l’autore rimase internato per molti anni) scrive: “Ne avevamo tutti quanti abbastanza del vitto che distribuivano al campo, dove ogni volta ci veniva quasi da piangere alla vista dei grandi bidoni di zinco pieni di minestra… Eravamo pronti a piangere per la paura che la minestra fosse troppo acquosa. E quando accadeva il miracolo che la minestra era densa, non ci potevamo credere e, pieni di gioia, la sorbivamo piano piano. Ma anche dopo una minestra densa, nello stomaco così riscaldato restava un dolore sordo: facevamo la fame da troppo tempo”. Dal canto suo Solzenicyn ci illustra la devastazione compiuta nelle coscienze dalla fame riferendo la considerazione fatta dal detenuto incaricato di ritirare le scodelle svuotate dai suoi compagni: “Se nelle scodelle è rimasto qualcosa, non ce la fai e finisci per leccarle”.
    Ma come si finiva nel gulag? Il regime sovietico si caratterizzò immediatamente, già dal suo stesso nascere, come un meccanismo di repressione e persecuzione nei confronti dell’intera popolazione, giacché i nemici di una rivoluzione che pretendeva l’annullamento di ogni individualità e di ogni iniziativa privata nascevano e si moltiplicavano man mano che il sistema mostrava tutta la sua distanza dalle abitudini dell’uomo e da quella della stessa realtà della vita, insieme alla sua implacabile ferocia. Ma in epoca staliniana, tra collettivizzazione forzata dell’agricoltura, “piani quinquennali” per lo sviluppo accelerato dell’industrializzazione che pretendeva ritmi di lavoro massacranti per tutti, insieme alla smania di stanare tutti i “sabotatori” di un programma di produzione troppo ambizioso per un paese economicamente arretrato e capace solo di causare, sul piano economico e sociale, un peggioramento delle condizioni dell’intera popolazione, ebbe inizio quel cupo periodo di terrore che scatenò una vera e propria “epidemia di arresti”, come la chiama Solzenicyn, e durante il quale “la sentinella della Rivoluzione acuì lo sguardo e, ovunque lo dirigesse, scopriva subito un nido di sabotaggio”. In tutta la Russia si creò un clima agghiacciante, una sorta di incubo permanente basato sul sospetto e sulla delazione. Per molti anni nessuno poté essere sicuro di non finire, prima o poi e senza nemmeno sapere perché, nel mirino della polizia segreta, la Ghepeù staliniana. “Fu un’aggressione micidiale, quasi unica nella storia per dimensioni, sferrata da un governo contro il suo popolo” prosegue Solzenicyn “e le accuse contestate a milioni di vittime erano quasi senza eccezione completamente false. Stalin ordinò, ispirò e organizzò di persona l’operazione. Tutte le settimane riceveva rapporti non solo sulla produzione di acciaio e le cifre relative al raccolto, ma anche sul numero delle vittime eliminate”. Uno dei provvedimenti più perversi emanati dal dittatore sovietico per scatenare il sospetto perfino all’interno dei nuclei familiari fu quello della comminazione della deportazione “per mancata vigilanza rivoluzionaria” ai familiari degli inquisiti, per cui accadeva spesso che un componente d’una famiglia denunciasse i familiari per scongiurare la possibilità di finire tra i sospettati, pur sapendo che i congiunti non erano colpevoli di nulla.
    Una volta nel gulag, per il deportato iniziava una vita d’inferno. L’orario di lavoro dei forzati, dalle 12 alle 16 ore al giorno, era massacrante all’estremo, specie se si considera l’inclemenza del clima in regioni dove l’estate dura poco più di un mese e il resto dell’anno è un inverno ininterrotto con temperature oscillanti dai meno 35 ai meno 60 gradi. Ai detenuti, sempre insufficientemente coperti, non si concedeva nulla, né tutela contro il freddo spaventoso né sconti sul lavoro. Il detenuto era obbligato a produrre la misura giornaliera di lavoro prestabilita dai carcerieri. Se la misura non era raggiunta per più giorni, il forzato, come racconta Salamov, veniva condotto nottetempo nella foresta, dalla quale i dormienti sentivano provenire l’eco d’uno sparo. Il detenuto trascinato nella foresta, allorché si rendeva conto di ciò che l’aspettava, “rimpiangeva di aver lavorato, di aver tanto patito per niente anche quel giorno, quel suo ultimo giorno di vita”. L’eliminazione dei deportati non più sufficientemente produttivi era frequentissima. Il colpo alla nuca a cui allude Salamov si poteva ancora considerare un atto di misericordia; più spesso il detenuto veniva chiuso in gabbia, portato lontano dalle baracche e lasciato morire atrocemente nel gelo della notte. La mortalità nei campi, stando ai resoconti stilati dalla Ghepeù, fu del 10 per cento nel 1932 e del 20 nel 1938, ma è probabile che le percentuali reali fossero molto più elevate. I gulag più duri, in particolare quelli minerari, erano veri e propri campi di sterminio, nei quali ben pochi sopravvivevano fino alla fine della detenzione. I sovietici non disponevano di camere a gas o di forni crematori come nei campi nazisti, ma forse solo perché la combinazione risultante dal clima insopportabile, dal lavoro estenuante, dalla denutrizione cronica, dalla mancanza di igiene, dalle umiliazioni, dalle percosse e dalle malattie che derivavano dalla somma di questi fattori (come lo scorbuto, la pellagra, la tubercolosi, il congelamento degli arti e altro), costituiva una miscela sufficientemente letale per garantire una rapida eliminazione degli elementi “inutili” o “asociali”. D’altronde la consegna per tutti i dirigenti dei campi era che dal forzato bisognava prendere tutto quello che poteva dare fin che le forze lo reggevano; dopo non serviva più. Ma, a questo proposito, sentiamo ancora una volta Salamov: “Nei lager, perché un uomo giovane e in buona salute – che ha iniziato la sua carriera sul fronte di taglio di un giacimento aurifero, in inverno, all’aria aperta – si trasformi in dochodjaga, un morto che cammina, bastano da venti a trenta giorni di lavoro, con orari giornalieri di sedici ore, senza giorni di riposo, con una fame costante, gli abiti a brandelli e le notti passate sotto una tenda catramata piena di buchi mentre all’esterno la temperatura scende a meno di sessanta gradi, con i pestaggi inferti dai “caporali”, dai capigruppo scelti tra i malavitosi e dai soldati della scorta… Le squadre che aprono la stagione aurifera e portano il nome del loro caposquadra, alla fine del periodo di scavo non hanno più neanche uno degli uomini presenti inizialmente, a parte il caposquadra stesso, il “piantone” responsabile della baracca e qualche amico personale del caposquadra. Gli altri elementi cambiano tutti, e più volte nel corso di una stagione. Il giacimento aurifero getta senza soste le scorie umane della produzione negli ospedali e nelle fosse comuni”
    Molte delle realizzazioni “titaniche” portate a termine dal regime sovietico (la definizione era dello stesso Stalin) furono in gran parte dovute al sacrificio di quei “morti che camminavano”, schiavi privati d’ogni diritto e brutalmente trattati: queste furono l’apertura dei canali Mosca-Volga, Volga-Don e quello tra il Mar Baltico e il Mar Bianco, la centrale idroelettrica di Kujbeysev, la diga sul Dnepr, il complesso chimico di Berezniki e il complesso industriale di Magnitogorsk, nonché i nuovi insediamenti urbani siberiani di Komsomolsk, Vorkuta, Noril’s e Magadan. Imprese spesso grandiose, come fu, indubbiamente, la diga sul Dnepr, ma in qualche caso, come il canale del Mar Baltico, rivelatisi veri e propri errori, che si tradussero semplicemente nello sperpero delle cospicue riserve investite per realizzarlo. Infatti, il canale, una volta costruito, risultò inutilizzabile: solo le chiatte a fondo piatto riuscivano a percorrerlo, mentre nelle intenzioni dei suoi promotori avrebbe dovuto consentire alla flotta del Baltico di collegarsi a quella settentrionale. Quasi sempre, in ogni modo, tali imprese “titaniche” assorbirono una parte troppo ingente delle risorse nazionale, e per risorse intendiamo qui solo quelle finanziarie perché lo spreco di quelle umane fu spaventoso. Per usare l’espressione di un esponente della Ghepeù, i forzati addetti alla realizzazione di questi progetti, “morivano come mosche”; ma si provvedeva a sostituirli immediatamente con altri forzati, che non difettavano mai.

  6. appunti per la politica culturale di Fli II: vecchiotto ma efficace: scrive:

    del resto, la gestazione della nuova destra nazionale italiana decorre da ben più di un decennio prima.

    recensione da “Il Foglio” del 10 agosto 2008:

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    “Provocazioni” di Piero Vassallo

    I libri della banda di Genova pp. 113

    Formato alla scuola del tradizionalismo intransigente e perciò refrattario alle mode avventizie – che fanno oscillare la cultura della destra tra il cabaret relativista e i circoli furenti dell’integralismo antiamericano – l’autore abbozza il profilo di una formazione intellettuale cristianamente ispirata e capace di entrare nell’età postmoderna compiendo una coraggiosa rinuncia a decrepite suggestioni e ai miti intorno all’aristocrazia del sangue. “Il termine ‘destra’, infatti, è entrato nel vocabolario della politica per indicare gli oppositori alla costituzione civile del clero, il signorile strumento d’oppressione, che l’assolutismo anticlericale del XVIII° secolo ha consegnato all’esorbitanza giacobina dell’ateismo”. Vassallo apre a una seria selezione del passato italiano e lo fa recuperando alla memoria quella che per lui fu la sola, “vera” destra, nata per reazione all’esorbitanza del potere reale. Antitetica dunque alla rivoluzione reazionaria che esasperava, adottandolo, il laicismo monarchico, da tempo inteso a usurpare l’autorità del papato. La destra ideale per Vassallo “ha radici nella sapienza cristiana e non nelle acrobazie compiute dagli epigoni della modernità” militanti nella neodestra, incapaci perfino di intendere pienamente l’ambiguo Evola, che sprezzava ogni contaminazione di pensiero antimoderno ed eversione postmoderna. Da questo punto di vista si può, dunque, affermare che il pensiero di una destra capace di affrontare la crisi del mondo moderno deve dichiarare “l’evidenza della parentela ideologica di Luigi XIV con il Napoleone di Hegel”, cioè ammettere la continuità dell’assolutismo settecentesco nelle rivoluzioni totalitarie. Di qui l’attenzione prestata agli intellettuali del Ventennio che si dimostrarono irriducibili al totalitarismo. Tali furono, ad esempio, i protagonisti di quella animosa e purtroppo dimenticata fronda fascista (Guido Pallotta, Niccolò Giani, Nino Tripodi) che, negli anni Trenta, suggeriva di adottare la “scienza nuova” vichiana quale alternativa cattolica e “cesarista” alla tentazione totalitaria incubante nella filosofia neoidealistica. Secondo Vassallo l’opzione vichiana (come quella rosminiana) consente di gettare l’acqua sporca del fascismo senza buttare la tradizione italiana vivente, malgrado tutto, sotto la traccia del XX secolo. Per Vico, come per Rosmini suo continuatore, l’obiettivo del cesarismo è “ridurre al minimo possibile la distanza tra il corpo superiore dei cittadini e quello inferiore al fine di contrastare la tendenza dissolvente e dare alla società la maggiore coesione possibile”.

    di Bruno Pampaloni
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  7. a proposito del male ASSOLUTO (dida) scrive:

    da grigioverde – blog politicamente scorretto:

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    Via Rasella, 50 anni di menzogne – Pierangelo Maurizio – Roma 1996

    Il giornalista Maurizio apre in questo volume uno spiraglio inedito di verità sull’oscura vicenda dell’attentato dei Gap comunisti di Via Rasella, compiuto a Roma il 23 marzo 1944, che cambiò la storia del movimento partigiano (e, probabilmente, d’Italia).

    Grazie a Maurizio, che raccoglie testimonianze dirette e cartacee inoppugnabili, impariamo che di Via Rasella ancora non si conosce il numero dei morti, oltre ai 33 italiani in divisa tedesca del battaglione di riservisti Bozen; sicuramente vi morì un bambino innocente e con lui due partigiani di Bandiera rossa, l’organizzazione comunista critica dissidente e nemica della organizzazione stalinista a guida togliattiana.

    Maurizio scrive che la successiva orrenda rappresaglia tedesca delle Fosse Ardeatine, che provocò 335 (o 336) martiri, fu in parte pilotata da infiltrati nella questura di Roma secondo un copione già usato dai titini nelle foibe: vale a dire l’eliminazione dei comunisti dissidenti e dei borghesi, colpevoli di non aver sufficiente “coscienza di classe”.

    Nell’elenco dei 335 fucilati compaiono, infatti, una trentina di membri del Centro militare clandestino del colonnello Montezemolo, 52 attivisti del Partito d’Azione e delle formazioni Giustizia e Libertà, 68 militanti di Bandiera rossa, 48 militari, 35 impiegati e 24 professionisti. Tutte realtà naturalmente non riconducibili al partito comunista stalinista: Diversi di loro stavano, infatti, trattando con Kappler affinchè Roma da città aperta divenisse città libera, circostanza questa che né Cln, né politica di Togliatti, né Badoglio potevano tollerare, preferendo invece incendiare la piazza (non a caso, dopo Via Rasella arrivò la svolta di Salerno, che vide i comunisti di Togliatti entrare nel Governo italiano cobelligerante, oltretutto mondati delle frange “eretiche”)

    Ma come è stato possibile che tutto questo non sia venuto a galla?

    Secondo l’autore, per coprire la soffiata dei nomi vennero eliminati fisicamente sia il questore di Roma Pietro Caruso, sia Pietro Koch, giustiziati, al di là delle loro responsabilità personali, perchè testimoni scomodi. A loro vanno aggiunte altre morti, tra cui quella, in stile piazzale Loreto, dell’ex direttore del carcere di Regina Coeli Donato Carretta, linciato dalla folla infuocata ad arte nei pressi del Palazzaccio e finito a colpi di remi nel Tevere dove era stato spinto a calci, dopo che un agitprop lo aveva indirizzato al pubblico ludibrio scambiandolo volutamente per l’odiato questore Caruso, in quelle ore sotto processo. Tutti morti che, evidentemente, sapevano.

    Questa verità incredibilmente è ancor oggi insabbiata (i gappisti attentatori hanno appuntata al petto la medaglia d’oro al valore, della Repubblica), come pure la circostanza che l’attentato di Via Rasella ha fatto scuola nelle centrali del terrorismo attive nell’Est europeo al tempo della Guerra fredda, in particolare alla Scuola di Praga dove era l’esempio portante delle “tecniche di mimetizzazione” … il che dice già tutto.

    Insomma Via Rasella, secondo questa interessante pubblicazione, fu la prima strage di Stato italiana.

    E lo fu sia per gli effetti politici a cascata – favorevoli al Pci – che provocò di lì a poco sugli assetti ed equilibri del Governo cobelligerante, sia per la trappola fratricida in cui vennero fatti cadere i partigiani di Bandiera rossa, sia per l’eliminazione fisica, svolta da terzi (i “nazifascisti”) ma ispirata ad arte, che alle Fosse ardeatine colpì tutti i vertici pensanti delle forze di resistenza romana (e non solo) non stettamente organici ai disegni di Togliatti e di Badoglio.

    Insomma, un delitto perfetto. Unico neo, la morte di un bambino innocente e la pervicacia di un giornalista scrupoloso.

    A chiosa di questa recensione, riprendiamo la poesia disperata del poeta Corrado Govoni scritta in memoria del figlio, nel lamento funebre “Aladino”.

    Ne riportiamo un passaggio, che fa male:

    … il vile che gettò la bomba nera / di Via Rasella, e fuggì come una lepre / sapeva troppo bene quale strage / tra i detenuti di Regina Coeli a Via Tasso / il tedesco ordinerebbe. / Chi fu l’anima nera della bomba? / Fu Bonomi o Togliatti? O fu Badoglio? / Tacciono i vili. In gola han l’osso orrendo / della Fossa carnaia ardeatina / per traverso: non va né su né giù …
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    ndr: secondo me, la I strage di stato italiana, seguendo la continuità risorgimentale cara a Fini e quella dinastica cara al Re di Sardegna Vittorio Emanuele II ( che con la proclamazione del regno d’Italia non divenne I, ma rimase II), resta però il bombardamento di Genova del Lamarmora (1854, se non erro).

  8. Troppi scettici e troppi anacronismi in tante parti! scrive:

    da http://www.ilportaledelsud.org:
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    Storie di Sicilia di Fara Misuraca

    I Fasci Siciliani

    Prefazione

    Oltre cento anni fa (nel 1893) nelle campagne e nelle città di Sicilia, contadini, artigiani, intellettuali, ma soprattutto donne e uomini di ogni età, cominciarono ad unirsi nei Fasci dei Lavoratori, nel tentativo di sconfiggere la rassegnazione, di sfidare la mafia dei gabelloti ed il potere dello Stato che affamava la povera gente lavoratrice. Era un sogno di giustizia e di libertà che mirava a costruire, con la lotta giorno dopo giorno, il progetto di una società migliore. Fra coloro che aderirono ai Fasci dei Lavoratori, si distinsero le donne che aspiravano alla conquista, attraverso la solidarietà e la partecipazione, del benessere sociale. Tentavano di recuperare valori morali e sociali in grado di proporre alla collettività un senso nuovo della dignità umana.

    I Fasci siciliani furono tragicamente repressi dai mafiosi locali e dal governo nazionale. Si contarono più di cento morti, diverse centinaia i feriti e oltre tremila cinquecento rinchiusi nelle patrie galere. Per comprendere perché i fasci ebbero una tale diffusione nei centri rurali basta considerare le condizioni in cui versava, a trent’anni di distanza dalla forzata Unità, la classe contadina. In Sicilia giunse in ritardo, anche rispetto al Mezzogiorno continentale, la promulgazione delle leggi eversive della feudalità e, quando giunsero, queste leggi non vennero applicate per molto tempo. Benché i feudi fossero stati trasformati in allodi, cioè in proprietà private, non ci fu la formazione di una classe di piccoli e medi proprietari. Le terre vendute dai baroni in dissesto finanziario finirono per ingrandire ulteriormente i latifondi di altri ex-feudatari e di gabelloti arricchiti. Il latifondo, quindi, continuava a caratterizzare l’agricoltura e la struttura sociale siciliane. Inoltre, le condizioni dei contadini erano peggiorate per la perdita, in seguito alla eversione della feudalità, dei diritti comuni e degli usi civici.

    La situazione non mutò, anzi s’è possibile, peggiorò dopo la forzata unità d’Italia: Infatti, “la censuazione dei demani pubblici e dei beni ex-ecclesiastici non intaccò minimamente il latifondo” (M. Ganci, 1977), al contrario, contribuì a rafforzarlo poiché i terreni, concessi in enfiteusi o venduti, furono in massima parte accaparrati dai grandi proprietari terrieri e dai gabelloti. Chi erano i gabelloti? Questa figura era nata nel corso del XIX secolo, in seguito alla tendenza dell’aristocrazia siciliana di trasferirsi nella città di Palermo, cedendo le terre dell’interno, dietro pagamento di una gabella, a degli affittuari che vennero, per questo, chiamati gabelloti. Il mercato delle gabelle, nella Sicilia centro-occidentale, era in gran parte controllato e gestito, da organizzazioni mafiose e molti gabelloti, erano affiliati a queste organizzazioni, così come lo erano i “soprastanti”, uomini di fiducia dei gabelloti, ed i “campieri”, i quali costituivano una sorta di polizia privata del feudo. I gabelloti, a loro volta, subaffittavano le terre ai contadini, ad un canone di gran lunga superiore alla gabella che erano tenuti a pagare ai proprietari. Essi speculavano sullo stato di bisogno dei “villani”; inoltre, spalleggiati dai campieri e dai soprastanti, ricorrevano alla violenza per tenere assoggettati i contadini e per far desistere i proprietari da eventuali aumenti degli affitti. Fu con questi sistemi che i gabelloti riuscirono ad accumulare il denaro che permise loro di acquistare le terre degli ex-feudatari e di partecipare alle aste dei beni ecclesiastici, impedendo di fatto la redistribuzione delle terre. Il gabelloto, divenuto latifondista, si faceva riconoscere dalla monarchia borbonica prima e sabauda dopo, un titolo nobiliare, di solito quello di barone; chi non ci riusciva si contentava di quello di galantuomo, con diritto al voto. Trent’anni dopo l’Unità d’Italia, e cioè nel periodo in cui cominciarono a sorgere i primi Fasci dei lavoratori, i rapporti sociali e di lavoro nel latifondo erano ancora basati sulle seguenti classi: i grandi proprietari terrieri; i gabelloti; i borghesi; i coloni; ed i giornalieri agricoli. I borghesi erano i piccoli e medi proprietari, cioè coloro che, in qualche modo, erano riusciti ad acquistare qualche ettaro di terra, in seguito al processo di vendita dei beni della Chiesa. Le condizioni dei borghesi erano difficili per via delle numerose tasse che li costringeva a ricorrere a prestiti usurari. I piccoli proprietari finivano pertanto col prendere a mezzadria altri terreni ed a dipendere, anch’essi, dall’economia del latifondo. La maggior parte dei grandi proprietari, come abbiamo già detto, preferiva cedere la propria terra, ai gabelloti. Costoro la subaffittavano ai coloni, sottoponendoli a contratti iniqui ed angarici. I patti colonici più diffusi, alla fine dell’Ottocento, nella Sicilia del latifondo erano la mezzadria, o metaterìa, ed il terratico. Con la mezzadria il proprietario o il gabelloto metteva a disposizione del colono la terra e anticipava le sementi, mentre il colono era tenuto a fare tutti i lavori necessari per la produzione; il raccolto veniva ripartito con vari sistemi. Nonostante le diverse varianti, alla base del contratto di mezzadria c’era sempre lo sfruttamento del colono da parte del proprietario o, più spesso, del gabelloto. Il contadino dell’interno, e in modo particolare il mezzadro che usava i suoi muli e la sua attrezzatura per lavorare la terra, era infatti indebitato in permanenza col gabelloto. Inoltre il contratto era verbale, cosa che dava adito ad abusi da parte del gabelloto. Della sua quota, il mezzadro doveva cederne una parte che il gabelloto distribuiva tra i campieri. Questi donativi erano in realtà tributi che il contadino pagava in cambio di protezione. Il terratico era, per il contadino, ancora più pesante e svantaggioso di quello di mezzadria. Mentre in quest’ultimo contratto il compenso dovuto al proprietario era proporzionato al raccolto, nel terratico il colono doveva corrispondere al proprietario una quota fissa, in denaro o in natura, indipendentemente dalla buona riuscita del raccolto; bastava, quindi, una cattiva annata per costringere il terratichiere a ricorrere all’usuraio o a vendere quel poco di cui disponeva. Il terratico fu imposto sempre più diffusamente nel corso del XIX secolo, in seguito alla liberalizzazione della proprietà dai vincoli feudali, e all’instaurarsi di una certa concorrenza tra i nuovi proprietari o tra i nuovi possessori. Costoro, approfittando delle condizioni sempre più misere dei contadini, i quali erano stati privati anche degli usi civici, riuscirono ad imporre loro questo contratto capestro. Una delle rivendicazioni principali dei Fasci sarà proprio la sostituzione del terratico con la mezzadria. Infine c’erano i braccianti, la classe la più numerosa dei contadini siciliani, i più poveri che non possedevano nulla e venivano impiegati nei periodi dell’anno dedicati alla semina ed alla raccolta del grano. i salari erano bassissimi in quanto, a causa del sistema della gabella e del subaffitto, spesso coloro che li pagavano erano anch’essi poveri: anche il metatiere faceva il bracciante quando non aveva lavoro nel suo campo. Nei periodi di lavoro, i braccianti si offrivano, tutte le mattine, sulle piazze dei loro paesi, sperando di essere ingaggiati dai campieri o dai sovrastanti dei feudi.

    Alla base della attiva partecipazione dei braccianti al movimento dei fasci, vi era quindi l’aspirazione alla terra e quella di vedere aumentate le loro misere paghe. Questa era quindi la situazione della Sicilia del latifondo, quella soprattutto centro-occidentale, al tempo dei Fasci. I primi Fasci Siciliani nacquero nella Sicilia orientale, a Messina e a Catania, ed erano essenzialmente di carattere urbano; anche l’attività del fascio di Palermo, d’altronde, nei primi mesi non riguardava che gli operai della città. Inoltre, accanto a questi ultimi ed ai contadini (coloni e braccianti) e borghesi del latifondo, troviamo nei fasci gli zolfatari, cioè coloro che lavoravano nelle miniere di zolfo (nelle province di Caltanissetta e di Agrigento), ed i braccianti, delle zone costiere. La Sicilia orientale si trovava in una situazione economica migliore rispetto alla Sicilia centro-occidentale. Questa differenza era dovuta ad una maggiore divisione della proprietà terriera, e ad una più larga diffusione di aree a coltura intensiva, quali agrumeti, vigneti e uliveti. Anche nella Sicilia orientale, comunque, vi erano dei latifondi e, con questi, le figure tipiche che li caratterizzavano:

    La condizione operaia nelle principali città siciliane (Palermo, Catania e Messina) non era delle migliori. L’industria siciliana, sorta nei primi anni dell’Ottocento, alla fine del secolo era già in fase di esaurimento, in quanto, dopo l’Unità d’Italia, si trovò a dover concorrere con la fiorente industria settentrionale. A Palermo, nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi quindici anni del Novecento c’erano i Florio che, come dice Massimo Ganci, erano l’unico esempio di grande borghesia industriale nella provincia di Palermo. Il loro potere economico si rivelò soprattutto nel campo enologico e dell’armamento navale (nel 1881, insieme ai Rubbattino di Genova, fondarono la “Navigazione Generale Italiana”, la maggiore società armatoriale italiana). Ai Florio si deve anche la fondazione della fonderia Orotea e, nel 1896, del Cantiere Navale. Nell’ultimo decennio del XIX secolo, per quanto riguarda l’industria pesante, oltre a quelle dei Florio troviamo soltanto uno stabilimento meccanico e quello del gas. L’industria leggera si basava soprattutto sulla lavorazione dei prodotti alimentari, poco sviluppata e più simile all’artigianato che ad un’industria vera e propria. A Catania vi erano gli unici impianti di raffinazione e ventilazione dello zolfo. L’economia di Messina si basava invece sui traffici marittimi. Le attività portuali davano lavoro a un alto numero di operai e ad esse era legata la piccola industria. Nella città erano presenti numerose fabbriche per la produzione di vini, derivati di agrumi, pelli, pesce conservato e tessuti di seta. La produzione della seta, un tempo floridissima, alla fine dell’Ottocento era in decadenza. Complessivamente il potenziale industriale dell’Isola era basso e incapace di contrastare la concorrenza dell’industria settentrionale. Questa situazione influiva, chiaramente, sulla condizione degli operai, i quali, più che costituire una moderna classe sociale costituivano un ceto. Riguardo gli zolfatari, la loro situazione era simile da quella dei contadini del latifondo, anch’essi erano sfruttati, per lo più, da gabelloti mafiosi. I gabelloti delle miniere, al pari di quelli agrari, prendevano in affitto le miniere dai proprietari e sfruttavano il più possibile i “picconieri” e i “carusi”. I “picconieri” estraevano il minerale di zolfo e venivano pagati a cottimo. I “carusi” erano ragazzi dai nove ai quindici anni che avevano il compito di trasportare, a spalla, il carico di minerale estratto fino all’imbocco della miniera, dove il picconiere, per contratto, doveva consegnare lo zolfo al gabelloto.

    Dopo questo breve descrizione sulle realtà economiche e sociali presenti nella Sicilia, alla fine dell’Ottocento, passiamo a parlare di quello che possiamo definire il primo movimento organizzato che si è contrapposto allo sfruttamento ed alla mafia che lo gestiva: il movimento dei Fasci Siciliani. È interessante notare come ancora oggi qualcuno sostiene che la mafia è generata dal sottosviluppo, senza rendersi conto che, al contrario, è la mafia che genera sottosviluppo. Le organizzazioni mafiose, ed i gabelloti, i campieri ne erano parte, tendono sempre a sfruttare qualunque potenzialità economica, presente nel territorio da esse controllato, a loro esclusivo vantaggio, impedendo, così, che queste potenzialità si traducano in effettivo sviluppo socio-economico.

    I PRIMI FASCI URBANI

    Il primo Fascio siciliano, in assoluto, fu costituito a Messina, il 18 marzo 1889. Esso venne organizzato sull’esempio dei fasci che erano già sorti nell’Italia centro-settentrionale a partire dal 1871. Il Fascio messinese riuniva non i singoli lavoratori ma le società operaie della città. Dal luglio 1889 (cioè pochi mesi dopo la sua costituzione) al marzo 1892, il Fascio restò inoperante, a causa dell’arresto, e della condanna a due anni di reclusione, del suo fondatore Nicola Petrina. Soltanto con la nascita del Fascio di Catania, il 1° maggio 1891 sotto la guida di Giuseppe De Felice Giuffrida, il processo di formazione dei Fasci Siciliani poté dirsi veramente avviato. Il fascio di Catania era “una associazione-propaganda”. Esso non reclutava solo “socialisti”, ma permetteva a qualunque lavoratore di iscriversi liberamente alla associazione. De Felice preferiva questo sistema perché, per il momento si avevano “delle coscienze da formare, dei lavoratori da conquistare, della propaganda da fare, non dei socialisti da raggruppare”. Una più chiara e netta definizione dei principi ispiratori e del programma dei fasci, si ebbe con la costituzione del Fascio di Palermo, il 29 giugno 1892, e con la fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani, il 4 agosto, a cui il fascio di Palermo aderì fin dall’inizio. Ma l’elemento scatenante per lo sviluppo dei Fasci nell’isola sarà l’incontro e l’unione di queste organizzazioni operaie con le masse contadine. Il punto di forza del movimento dei Fasci Siciliani, che lo rese temibile agli occhi del Governo e di tutti coloro che beneficiavano del vecchio sistema economico e politico, fu proprio costituito dall’unione, nella protesta, della città con la campagna. I Fasci conservarono fin quasi tutto il 1892, un carattere cittadino. La loro nascita costituiva il punto di arrivo di un lungo processo di maturazione della classe operaia che in Sicilia non costituiva piuttosto un “ceto”. Mancava loro, un requisito basilare per la trasformazione in classe sociale, cioè la “coscienza di classe”. Il processo di acquisizione di tale coscienza ebbe inizio nel 1860, anno in cui cominciarono a sorgere nell’Isola le società di mutuo soccorso. La prima sorse a Corleone, nel luglio del 1860. La seconda fu costituita a Palermo subito dopo. Via via, queste società si diffusero nel resto della Sicilia, nei primi anni in maniera sporadica, poi, soprattutto a partire dal 1875, sempre più velocemente. Le società di mutuo soccorso erano la forma più diffusa di organizzazione dei gruppi proletari più coscienti. Praticavano il mutuo soccorso fra i soci previo il pagamento di quote mensili, e fungevano anche da organizzazioni di resistenza, promuovendo scioperi e agitazioni per miglioramenti salariali nei luoghi di lavoro. Due tappe importanti, nella storia delle società di mutuo soccorso, vennero raggiunte nel 1875 quando sorse a Palermo la società dei tipografi che prevedeva nel proprio statuto il ricorso allo sciopero, quale mezzo per la difesa del salario e la costituzione di una cassa mutua, per assistere i soci nei giorni in cui si sarebbero astenuti dal lavoro e nel 1882, anno in cui fu attuata la riforma elettorale che allargava il suffragio a coloro i quali, compiuti i ventuno anni di età sapessero leggere e scrivere oppure pagassero una certa somma d’imposta diretta. Il requisito per il voto era pertanto considerato alternativo a quello del censo: in questo modo le popolazioni cittadine erano favorite rispetto a quelle delle campagne ove l’analfabetismo era dominante e la ricchezza latitante. Il diritto di voto agli operai era stata proprio una delle principali richieste avanzate dalle società di mutuo soccorso. Ma una volta ottenuto l’allargamento del suffragio, queste società si trasformarono in un serbatoio di voti per gli uomini politici sia di destra che di sinistra, grazie anche al trasformismo imperante. Sul piano politico, le società di mutuo soccorso dimostrarono una certa immaturità, mettendo in luce il fatto che, in Sicilia, il processo di formazione di una vera classe operaia non era ancora compiuto. Passi importanti, verso questa direzione, vennero però compiuti a Palermo: nel 1879, con la creazione della Confederazione delle 72 maestranze, un organo direttivo composto da tre rappresentanti per ogni società operaia rappresentata; e nel 1882, con la trasformazione di questa confederazione in Consolato operaio Un Consolato operaio sorse anche a Catania, nel 1883.

    Negli anni 1891-92 si tenne a Palermo una Esposizione Nazionale. Questa voleva essere una celebrazione dei successi dell’imprenditoria siciliana, ma finì, invece, per evidenziarne il nascente stato di crisi. A determinare questa crisi avevano contribuito: la crisi economica, dilagante in Europa sin dal 1874; il fallimento della politica di protezione doganale, adottata dal Governo italiano con le tariffe del 1887 ed il divario tra l’industria del Nord e quella del Sud. A causare la grande crisi economica, che da lungo tempo colpiva le nazioni europee, era stata, principalmente, l’invasione dei mercati da parte degli abbondanti ed economici prodotti agricoli americani (soprattutto del grano). In Sicilia la crisi era esplosa intorno alla metà degli anni ’80. I primi prodotti ad essere colpiti erano stati il grano e lo zolfo. La viticoltura, invece, era entrata in una profonda crisi qualche anno dopo, in seguito alle distruzioni dei vigneti da parte della fillossera, ed alla guerra commerciale italo-francese. Una delle cause scatenanti di quest’ultima era stata l’adozione nel 1887, da parte del Governo italiano, di nuove tariffe doganali, per arginare la crisi economica. Alla base di questa politica protezionista, vi era l’alleanza degli esponenti del blocco agrario del Sud – dominato naturalmente dai grandi proprietari terrieri – con gli esponenti del blocco industriale del Nord. In Sicilia, gli unici a trarre giovamento, dalla svolta politica del 1887, erano stati i latifondisti, i quali avevano ottenuto l’inserimento, tra le misure adottate, di una elevata imposta sui cereali d’importazione. Secondo le previsioni del Governo italiano, le nuove tariffe doganali avrebbero dovuto promuovere l’imprenditoria di tutto il territorio nazionale. Ma, ben presto, il protezionismo si rivelò per quello che era: uno scudo economico per la borghesia imprenditoriale più forte, cioè quella settentrionale, con il sacrificio dell’industria meridionale; il ruolo del Sud, infatti, doveva essere quello di mercato per i manufatti settentrionali ( M. Ganci, 1977). Con la scusa di visitare l’Esposizione Nazionale di Palermo, gli attivisti socialisti Carlo Della Valle e Alfredo Casati si fecero promotori, tra gli operai organizzati nelle numerose società operaie e di mutuo soccorso, della fondazione di una federazione operaia, sul tipo di quelle milanesi. L’idea venne subito bene accolta poiché gli operai palermitani si rendevano conto che le società mutualistiche allora esistenti non erano in grado di sostenere il loro malcontento e di trasformarlo in rivendicazioni economiche e sociali. Nacque così una federazione operaia che prese il nome di “Fascio dei Lavoratori di Palermo”, basata sul modello della “Bourse du Travail” di Parigi.

    Come quest’ultima, il fascio di Palermo fu diviso per sezioni d’arti e di mestieri, ma, rispetto alla Camera del lavoro parigina, venne accentuata l’organizzazione “orizzontale”, cioè la federazione delle associazioni tra di esse, il “fascio” che avrebbe rappresentato sul piano sindacale l’intera classe operaia. Essi si distinsero inoltre per il fatto che il programma doveva essere attuato non soltanto a beneficio degli associati, ma di tutta la classe lavoratrice. La nascita ufficiale del fascio di Palermo si fa risalire al giorno dell’inaugurazione del suo gonfalone rosso, avvenuta il 29 giugno 1892. Nella stessa data, probabilmente, venne eletto il comitato direttivo, presieduto da Rosario Garibaldi Bosco. Dopo il 29 giugno, a Palermo, numerose società operaie e di mutuo soccorso si sciolsero e consegnarono le proprie bandiere al fascio dei lavoratori e nel giro di due mesi, questo raggiunse la quota di 7.500 iscritti. Il 4 agosto 1892, Garibaldi Bosco partecipò, insieme ad altri rappresentanti dei Fasci Siciliani, al Congresso di Genova e, quindi, alla fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani. Di ritorno da Genova, Garibaldi Bosco si convinse che, in Sicilia, il socialismo si sarebbe potuto diffondere ed avrebbe potuto trovare attuazione solamente attraverso l’organizzazione dei Fasci. Riguardo alla composizione di questi ultimi, egli sottolineava l’importanza dell’unione – nella lotta contro gli sfruttatori – della classe operaia con quella contadina. A partire dal settembre 1892, la nascita di nuovi Fasci, che fino ad allora era avvenuta ad un ritmo molto lento, cominciò a divenire più frequente. Tuttavia, ancora pochi erano i centri rurali interessati dal fenomeno.

    FORMAZIONE DEI FASCI RURALI

    Nelle campagne siciliane, prima dei fasci, vi erano state delle importanti esperienze associative, anche se non inserite in un quadro evolutivo, e non sostenute da un movimento di massa. Si trattava di una sorta di cooperative in cui un certo numero di contadini riunivano i loro mezzi per poter prendere in affitto un latifondo, per poi suddividerlo tra loro in proporzione dei mezzi di ognuno. Spesso questi sodalizi finivano male per prevaricazioni interne e la mafia ne approfittava per accrescere il suo potere. Tra i contadini siciliani non mancava, pertanto, lo spirito di associazione mancavano però l’istruzione e la capacità di gestione. Prima dei fasci vi erano state infatti molte manifestazioni di protesta, prive però di qualsiasi forma di organizzazione. Tutto questo, come sottolinea lo storico Francesco Renda, dimostra che fu soltanto con il movimento dei fasci siciliani che si realizzò, finalmente, l’unione tra la protesta generale, la lotta di massa e l’organizzazione. I fasci rurali cominciarono a sorgere con un ritmo travolgente soprattutto dal gennaio 1893, dopo la strage di Caltavaturo. Questo tragico avvenimento in verità fu soltanto il catalizzatore della reazione dei contadini. Le vere ragioni del dilagare dei fasci rurali vanno piuttosto ricercate nelle sempre più indigenti condizioni di vita delle masse popolari. Alle storiche cause di sofferenza e di malcontento si erano aggiunte infatti, dalla metà degli anni ’80, gli effetti della crisi agraria causata, come abbiamo già detto, dalla forte concorrenza dei prodotti agricoli americani. In Sicilia il primo mercato a subirne le conseguenze fu quello del grano che subì un consistente calo di prezzo. Il Governo italiano cercò di arginare la crisi economica introducendo nuove tariffe doganali, tra le quali fu compreso un dazio protettivo del grano. Ciò scatenò la guerra commerciale con la Francia che bloccò l’importazione di vino. Alla crisi del grano si aggiunse così quella del vino, ed inoltre si aggiunse la fillossera che distrusse i vigneti. Altro settore agricolo siciliano piegato dalla crisi fu quello degli agrumi, il quale risentì sia della concorrenza d’oltreoceano sia della guerra di tariffe con la Francia. In questo settore la crisi fu ancora più dura poiché, nel periodo precedente, vi era stata una corsa all’affitto delle terre coltivabili ad agrumi, per via della maggiore esportabilità e questo aveva causato un aumento esagerato dei fitti delle terre e della produzione agrumaria. I coltivatori non avevano più come pagare i debiti. Al solito i grandi proprietari latifondisti, non risentirono gravemente della recessione economica, anche perché aiutati, notevolmente, dall’introduzione del dazio sul grano mentre i gabelloti, si ritrovarono a pagare fitti alti. Su chi scaricarne il peso? Sui contadini, naturalmente rendendo ancora più gravosi i patti agrari allora in vigore, e diminuendo le già misere paghe dei giornalieri. Conseguenza diretta della crisi, fu, pertanto, un’ulteriore accentuazione della lotta di classe: da un lato i grandi proprietari latifondisti, i quali videro aumentare il peso della rendita fondiaria e vennero protetti dal Governo; dall’altro i contadini, sui quali pesava interamente il prezzo della crisi, in mezzo c’erano i gabelloti. Fu soprattutto contro questi ultimi che, nel 1893, i contadini si organizzarono per manifestare la loro protesta e la loro rabbia. Erano proprio i gabelloti i più diretti, e visibili, responsabili delle loro tristi condizioni: i grandi latifondisti se ne stavano ben lontani.

    LA STRAGE DI CALTAVATURO

    Alla base della strage di Caltavaturo vi fu il mancato indennizzo dei contadini per la perdita degli usi comuni in seguito alla eversione della feudalità. In breve i fatti andarono così: il duca di Ferrandina (che possedeva a Caltavaturo 6.000 ettari di terra), si era finalmente deciso a concedere una aliquota dei propri terreni – quale liquidazione degli usi civici – al comune di Caltavaturo. Gli amministratori, però, invece che ripartire queste terre tra i contadini li concessero in gabella ed in affitto a dei prestanome dei borghesi, e talvolta anche senza il ricorso a prestanome, come per esempio nel caso del segretario comunale Antonio Oddo, che teneva da otto anni in affitto terre del comune (da S.F. Romano, 1959).

    Cinquecento contadini, stanchi di questa usurpazione e angariati dai patti agrari e dalla crisi, all’alba del 20 gennaio 1893 “occuparono” alcune terre di proprietà comunale e cominciarono a lavorarle. Mentre stavano zappando, sopraggiunsero i militari e i contadini decisero allora di ritornare in paese, per manifestare dinanzi al Municipio e per esporre le proprie ragioni al sindaco. Ma quest’ultimo risultò irreperibile. Stanchi per la vana attesa, decisero di ritornare ad occupare i terreni demaniali, ma trovarono la strada sbarrata dalle forze dell’ordine. “Improvvisamente, senza preavviso di squilli di tromba od altro, una scarica di fucileria sulla folla lasciava undici morti e quaranta feriti, alcuni dei quali, trasportati all’ospedale di Palermo, morivano nei giorni seguenti” (S.F. Romano, 1959). La notizia dell’eccidio fece inorridire l’intera nazione (si dice!). Il fascio di Palermo manifestò subito la propria solidarietà con le vittime. Esso, inoltre, convocò un’assemblea tra i soci, durante la quale si sottolineò l’urgenza della propaganda socialista fra i contadini, e si aprì una sottoscrizione, che ben presto diventò nazionale, a favore delle famiglie dei caduti. A Caltavaturo, coloro che avevano partecipato alla manifestazione del 20 gennaio costituirono un fascio dei lavoratori e tra gennaio ed aprile sorsero, come funghi, numerosi fasci rurali (soprattutto nella Sicilia centro-occidentale), sia a causa dello sdegno suscitato dall’eccidio sia per l’opera di propaganda avviata, in campagna, dal fascio di Palermo. Alla manifestazione tenutasi in aprile a Caltavaturo parteciparono anche i presidenti dei fasci di Corleone e Piana dei Greci che diventeranno ben presto i più attivi e importanti della Sicilia del latifondo. Il fascio di Corleone era stato costituito nel settembre 1892, ma le sue attività ebbero inizio soltanto il 9 aprile 1893, giorno della sua inaugurazione ufficiale. Presidente fu eletto colui che ne era stato il principale fautore: Bernardino Verro. Il dirigente corleonese si fece subito promotore della costituzione di nuovi fasci nei paesi vicini; diresse gli scioperi e le lotte contadine che, sin dalla primavera, si svolsero nel circondario e divenne uno dei capi indiscussi del movimento dei fasci. Il fascio di Piana dei Greci sorse il 21 marzo 1893, sotto la presidenza di Nicolò Barbato. un medico che, negli ultimi tre anni, aveva fatto propaganda socialista nelle famiglie contadine del suo paese. Il sodalizio corleonese e quello di Piana divennero il punto di riferimento dei fasci sorti nei paesi vicini. Riporta Massimo Ganci che quello di Piana dei Greci fu il Fascio più maturo e più democratico di tutta l’Isola. Le decisioni venivano prese dopo lunghe discussioni alle quali partecipavano tutti, e alla fine si votava. Il 1° luglio 1893, il sodalizio contava già 2.500 uomini e 1.000 donne! Uno dei segni più evidenti della maturità e della democrazia di questo fascio fu proprio la presenza femminile (che, comunque, non fu un’esclusiva di Piana). Durante l’inaugurazione del fascio di Corleone, si riunirono le delegazioni di numerosi altri fasci e si delinearono i punti di un programma di rivendicazioni. Tali punti vertevano essenzialmente sull’aumento dei miseri salari dei braccianti, e sulla modifica dei vessatori patti agrari cui erano sottoposti i contadini. Basandosi su tali rivendicazioni, vennero avviati, ai primi di maggio, i primi scioperi agrari a Campofiorito a Corleone e a Piana dei Greci. Con le prime agitazioni iniziò anche la reazione delle autorità di Pubblica Sicurezza e, quindi, le prime denunzie all’autorità giudiziaria ed i primi arresti. Verro e Barbato vennero denunziati per “grida sediziose” e “come eccitatori di tumulti, per associazione a delinquere e per aver preparato stragi e saccheggi” (S.F. Romano, 1959 ). Tra gli arrestati vi fu anche Nicolò Barbato, tradotto in carcere il 12 maggio ma rilasciato il 20 giugno, in seguito al grande scalpore suscitato dal suo arresto. Le numerose denunzie e gli arresti dei dirigenti e di numerosi soci dei fasci di Corleone, Piana dei Greci e San Giuseppe Jato riuscirono nell’intento di far cessare questa prima ondata di agitazioni. Intanto in maggio il numero delle organizzazioni era già arrivato a 90 ed il fascio di Palermo, sotto la guida di Garibaldi Bosco, ritenne opportuno affrontare il problema della loro organizzazione e del loro coordinamento a livello regionale. Inoltre, bisognava chiarire, una volta per tutte, il loro indirizzo politico. A tale scopo furono organizzati due congressi regionali, che si tennero a Palermo nei giorni 21 e 22 maggio 1893. Secondo le idee del comitato promotore di questi congressi, i Fasci dovevano diventare, oltre che delle organizzazioni di carattere cooperativistico e sindacale, anche delle sezioni socialiste. Grazie alla pregiudiziale socialista, come auspicava il Bosco, si riuscì a smascherare i fasci apocrifi, cioè quelli che erano, in realtà, esclusivamente strumenti elettorali in mano ai borghesi. Da questi due congressi scaturirono, inoltre, altri due elementi che si sarebbero rivelati molto importanti per il movimento dei fasci. Uno fu il legame organizzativo che si stabilì tra fasci cittadini e quelli rurali, e quindi tra il movimento operaio ed il movimento contadino. L’altro elemento fu l’attenzione e l’entusiasmo con i quali si discusse del ruolo che le donne siciliane potevano, e dovevano, avere all’interno dei fasci. La loro partecipazione fu infatti massiccia e significativa. Le donne così come i ragazzi, partecipavano attivamente alle manifestazioni ed alle agitazioni dei fasci, anche dove non erano iscritte, e furono sempre nelle prime file. A volte erano proprio loro a sollecitare i mariti all’azione. Le donne presero parte anche agli scioperi agrari d’autunno che, come vedremo, si svolsero imponenti nelle zone del latifondo: una donna, Caterina Costanza, venne arrestata nella zona di Piana dei Greci in quanto promotrice dello sciopero del 30 ottobre; a Villafrati vennero arrestate sei donne, poiché, insieme ad altre quattro, si erano recate, armate di bastone nei terreni di un signore del luogo per convincere i braccianti che vi lavoravano a scioperare. Fu proprio la partecipazione dei ragazzi e delle donne che diede al movimento quel carattere di massa che lo distinse. Ovviamente, l’adesione femminile non lasciò indifferenti le autorità. I ben pensanti e molti giornalisti gridarono allo scandalo, al rilassamento dei costumi, all’allontanamento dalla Chiesa….. I contadini, infatti, sia uomini che donne, pur continuando a credere ai dogmi della religione cattolica, ed a conservarne il culto ne rifiutavano, non a torto, le istituzioni e le autorità che rimanevano fedeli alleate dei ricchi proprietari. La loro “chiesa” divenne il fascio. Sembrò quindi naturale, soprattutto nei centri rurali, tenere nella sede dell’organizzazione un crocifisso ed un’immagine del Santo protettore del paese o portare in giro, nelle manifestazioni, crocefissi e rappresentazioni della Madonna e dei Santi. In realtà, i dirigenti dei Fasci, nelle loro propagande, facevano leva sul sentimento religioso dei contadini per suscitare in loro entusiasmo e passione per il socialismo, inteso però non come attesa messianica di un futuro migliore, ma come impegno concreto, attivo, di ogni essere umano per costruire una società migliore. I contadini prendevano così coscienza dei propri diritti ed erano pronti a lottare per conquistarli. Sia nei Fasci rurali che in quelli delle città, si tenevano periodicamente delle riunioni domenicali, durante le quali si leggevano i giornali, si discuteva dei principi del socialismo, delle proprie condizioni di vita, delle rivendicazioni da avanzare, di come organizzare e condurre uno sciopero o una agitazione. Queste riunioni costituivano una novità per i contadini e per i minatori. Esse contribuirono allo loro istruzione e alla loro educazione morale e intellettuale. Soprattutto contribuirono a far loro acquisire la consapevolezza dei propri diritti. Consapevolezza che si manifestò compiutamente nelle rivendicazioni avanzate, dai contadini, al congresso di Corleone del 30 luglio 1893, e nelle richieste formulate dagli zolfatari, del nisseno e dell’agrigentino, nel congresso che si tenne a Grotte in ottobre.

    LA CONQUISTA DEI POTERI PUBBLICI

    La via scelta nei congressi di maggio, per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti i lavoratori, fu quella legalitaria. Per ottenere il riconoscimento dei propri diritti, per l’attuazione degli ideali socialisti e per essere, finalmente, i protagonisti e non le vittime del sistema politico, le classi lavoratrici non dovevano ricorrere alla rivoluzione ma alle libere elezioni. Il 9 luglio, giorno designato per le elezioni, a Catania, a Messina, a Caltanissetta, a Piana dei Greci e in altri centri minori, vennero presentate, per la prima volta, liste socialiste, composte sia da “fascianti” poco noti sia da candidati già molto conosciuti quali: De Felice a Catania; Petrina e Noé a Messina; Barbato a Piana dei Greci. I risultati premiarono il lavoro svolto dall’intera organizzazione regionale. Oltre ai candidati di spicco, furono eletti anche numerosi operai, contadini, artigiani. Alla base di questo successo c’erano principalmente: le peggiorate condizioni di vita di gran parte della popolazione ed il crescente malcontento. Sull’onda dell’entusiasmo, crebbe il numero degli iscritti e si costituirono nuovi Fasci. I giornali del tempo e le autorità affermavano che il numero degli iscritti ai fasci, ammontava a circa 300.000. Ma, come affermò in seguito Garibaldi Bosco, questa cifra era superiore a quella reale, ed era stata gonfiata dai dirigenti dei fasci per far credere al Governo di disporre di forze ingenti, contro le quali al Giolitti non conveniva agire con la forza. Più vicina alla realtà, anche se approssimata per difetto è invece la stima fatta, nei mesi di ottobre e novembre, dal direttore generale di P.S. Sensales, giunto in Sicilia a fine settembre per svolgere, su ordine del Giolitti, un’inchiesta sui Fasci. Secondo tale stima in Sicilia c’erano 70.553 iscritti ai Fasci. Gli scioperi intrapresi nel maggio ’93 dai braccianti e dai mezzadri dei circondari di Corleone e Piana dei Greci, come abbiamo detto prima , erano cessati a causa delle numerose denunzie ed agli arresti dei contadini e, soprattutto, dei dirigenti dei Fasci. Le agitazioni ripresero il 23 giugno, con lo sciopero dei mietitori del fascio di Prizzi, i quali richiedevano un aumento del salario. Ma gli scioperi agrari più consistenti e diffusi si ebbero subito dopo il congresso dei fasci della provincia di Palermo, che si tenne a Corleone il 30 luglio ’93. I “Patti di Corleone” non intendevano rivoluzionare i rapporti di proprietà allora esistenti, ma, più semplicemente miravano alla modifica degli iniqui contratti di affitto da parte dei gabelloti. Dal congresso di Corleone uscirono anche altre importanti rivendicazioni: aumenti salariali per i braccianti; divisione dei beni demaniali; affitto diretto dal proprietario del terreno, in modo da eliminare la figura intermediaria del gabelloto, fonte solo di aggravi per il contadino e di potere e ricchezza per la mafia. Gli scioperi ebbero inizio nei primi giorni di agosto. Da Corleone e da Piana dei Greci si estesero in diversi comuni dell’entroterra palermitano ( Bisacquino, Villafrati, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Roccamena, Belmonte Mezzagno), e agrigentino (Casteltermini, Acquaviva Platani, Santo Stefano di Quisquina ed altri centri minori). I contadini si astenevano dal lavoro dopo aver compiuto i lavori di mietitura e di trebbiatura, e convincevano anche i pastori, e tutti i salariati, a fare altrettanto. A settembre i coloni si rifiutarono di prendere i terreni a mezzadria alle solite condizioni, chiedendo che venissero applicati i Patti di Corleone. I proprietari delle terre e i gabelloti, all’inizio, si opposero categoricamente e, convinti di poter controllare e interrompere questa agitazione con gli stessi strumenti che si erano rivelati efficaci per gli scioperi di maggio, si rivolsero alla forza pubblica e alla “forza privata”. A Corleone i proprietari terrieri cercarono, inutilmente, di convincere Bernardino Verro a desistere dalla sua attività offrendogli un compenso di quindicimila lire, se avesse accettato di farsi da parte, o una fucilata, in caso contrario. Il Verro, inoltre, il 12 settembre, fu diffidato dal Sottoprefetto. Le amministrazioni comunali dove si svolgevano le agitazioni, intanto, richiedevano rinforzi militari ed erano accontentati. Tuttavia lo sciopero, al quale, secondo stime ufficiali, parteciparono ben 50.000 contadini, nonostante questi episodi, procedette in maniera composta e senza dare luogo ad incidenti che potessero autorizzare l’intervento della polizia o della magistratura. Per sostenere a lungo lo sciopero, alcuni Fasci costituivano i monti frumentari e raccoglievano offerte di denaro, per aiutare i braccianti. I contadini alla fine, grazie soprattutto alla compattezza, alla tenacia e alla maturità dimostrata, riuscirono a fare cedere la maggior parte dei proprietari. Una prova del successo dell’agitazione contadina, può ravvisarsi nello stato di allarme in cui entrò il Governo in seguito al dilagare dello sciopero agrario. Conseguenza diretta di tale stato di allarme fu l’inasprimento dell’atteggiamento ostile e persecutorio che il Presidente del Consiglio aveva iniziato ad assumere nei confronti dei Fasci a partire dal maggio 1893. Risalgono infatti a questa data i primi provvedimenti governativi contro i Fasci. A spingere Giolitti ad intraprendere questa linea politica, furono le incessanti pressioni provenienti dai proprietari terrieri, dai sindaci, dai funzionari di P.S. Alle incessanti richieste di scioglimento dei fasci Giolitti rispondeva di non ritenere necessari i mezzi eccezionali ma aggiungeva: “I mezzi che la legge concede li adopererò tutti inesorabilmente”. A maggio egli inviò una circolare alle autorità di polizia invitandole alla più stretta sorveglianza e alla denunzia dei dirigenti dei Fasci; e a giugno promosse un’inchiesta amministrativa per indagare se vi fossero pregiudicati tra gli iscritti ai Fasci, in modo da colpire, in caso di riscontro positivo, i sodalizi in quanto associazioni per delinquere. Scrive Francesco Renda che alla base della titubanza mostrata dal Giolitti nel ricorrere ad un provvedimento eccezionale di scioglimento dei Fasci vi era la precarietà della maggioranza che appoggiava il suo governo e non certamente, aggiungo io, un rispetto per i contadini e le loro rivendicazioni. Anche in autunno, quando, in seguito all’allarme suscitato dallo sciopero agrario, sempre più insistenti si fecero le richieste di provvedimenti straordinari, Giolitti, invece di sciogliere immediatamente i Fasci, preferì prendere tempo, inviando nell’Isola il direttore generale di P.S. Sensales. Oltre tutto, in ottobre, come abbiamo visto, sempre più sindaci, preoccupati per le agitazioni in corso, richiedevano l’invio di soldati nei loro comuni. Spesso però il rafforzamento militare piuttosto che evitare i conflitti ne diveniva un fattore scatenante, in quanto le autorità facevano abuso delle truppe a loro disposizione, esagerando i pericoli di qualunque manifestazione organizzata dai Fasci. Alla fine dell’esaltante sciopero agrario dell’autunno, comunque, il movimento dei Fasci Siciliani non si trovò ad affrontare soltanto la violenta repressione scatenata dal Governo, ma anche l’inaspettato cambiamento della politica agraria del Partito del Lavoratori Italiani!

    A settembre si era svolto, infatti, il congresso di Reggio Emilia, durante il quale si erano gettate le basi ideologiche e politiche del Partito Socialista Italiano. A Reggio Emilia i socialisti italiani decisero che il partito doveva: “essere attento solo alle esigenze del bracciantanto agricolo di tipo capitalistico, e non preoccuparsi punto né dei contadini piccoli proprietari né degli stessi mezzadri ed affittuari che sono anche essi, come i contadini coltivatori diretti, destinati a scomparire, travolti dalla trasformazione in senso capitalistico dell’agricoltura”; di conseguenza Il movimento dei Fasci siciliani, che è al contempo di braccianti del latifondo, di contadini senza terra, di mezzadri, coloni, piccoli affittuari, ed anche di strati di contadini piccoli proprietari, in una impostazione di tal genere non trova posto, anzi è considerato come un corpo estraneo da guardare con diffidenza” (F. Renda). A favore degli oltre 50.000 contadini siciliani, che da oltre un mese stavano scioperando per l’attuazione dei Patti di Corleone, non venne espressa, da parte del congresso, alcuna parola di solidarietà; anzi venne manifestata contrarietà per le rivendicazioni stesse degli scioperanti, in quanto a sostegno e non contro la mezzadria. Altro deliberato del congresso di Reggio Emilia, che sancì definitivamente il distacco dal movimento siciliano, fu quello che stabilì che il Partito Socialista Italiano doveva rompere qualunque tipo di legame con i partiti affini e con i singoli che non fossero formalmente socialisti. Questo in Sicilia volle dire la rottura degli stretti legami che fino ad allora il Partito aveva avuto con il movimento dei Fasci, alla cui direzione non vi erano esclusivamente militanti socialisti e al quale erano iscritte persone che, in base alle disposizioni adottate a Reggio Emilia, non potevano più fare parte del Partito. Il movimento dei Fasci Siciliani venne così abbandonato a sé stesso, proprio mentre si accingeva ad affrontare i suoi momenti più difficili. I dirigenti nazionali del partito socialista, tranne qualche comunicato di solidarietà, non si occuparono più della situazione siciliana.

    LE MANIFESTAZIONI CONTRO LE TASSE

    Dopo l’abbandono da parte del partito socialista , il movimento dei Fasci siciliani cominciò a perdere compattezza e lucidità. Le prime agitazioni che i dirigenti dei fasci non riuscirono a controllare furono quelle contro le ingiuste e opprimenti imposte comunali. Queste lotte si svilupparono in maniera massiccia e tumultuosa al termine dello sciopero agrario, in seguito all’entusiasmo da questo suscitato. Ad essere colpiti dalle esose tasse comunali non erano solo i contadini ma tutti i ceti ad esclusione delle classi abbienti, che ancora, con l’eccezione di qualche comune ove la lista socialista aveva vinto le elezioni amministrative di luglio, dirigevano le amministrazioni comunali, e lo facevano a proprio esclusivo vantaggio. La tassa comunale sul bestiame, ad esempio ed è solo UN esempio, veniva in gran parte a pesare sui ceti più umili, poiché l’importo che doveva pagare chi possedeva bestie da tiro e da soma, gli animali da lavoro del contadino, era maggiore rispetto a quello che era tenuto a pagare chi possedeva vacche e buoi o cavalli da corsa , cioè i ricchi proprietari. Ma ad angariare piccoli proprietari, artigiani, contadini e lavoratori in genere, erano soprattutto le imposte indirette, che in Sicilia avevano un gettito nettamente superiore a quello delle imposte dirette. Tra le prime, l’aggravio che più di tutti opprimeva ed esasperava il popolo, era senz’altro il famoso “dazio consumo”: nei comuni aperti si poteva fare entrare liberamente la merce ed il dazio si pagava al momento della vendita al minuto, ricadendo di conseguenza esclusivamente sui consumatori; nei comuni chiusi il dazio si applicava invece su tutte le merci che entravano in paese, cosicché tutti pagavano lo stesso importo ma, i commercianti, potevano rifarsi sul consumatore al momento della vendita. In ogni caso, erano i ceti più poveri a sopportarne il peso. In più i cittadini non ricevevano, come contropartita delle gravose tasse pagate, i servizi pubblici cui avevano diritto, poiché alla “servitù economica” si aggiungeva la “servitù amministrativa In base alla riforma elettorale del 24 settembre 1882, infatti, il diritto di voto era riconosciuto a coloro i quali pagassero una data somma di imposta diretta o sapessero leggere e scrivere. Questa legge consegnò le amministrazioni comunali in mano al “ceto civile”, cioè a quel ceto di piccolo-borghesi di cui facevano parte anche i gabelloti ed i “mafiosi” che , una volta acquisito il diritto al voto, strinsero una alleanza politica con i latifondisti, diventandone i galoppini elettorali e ricevendone in cambio “favori e privilegi”. Il sostegno dei mafiosi fu ricercato dai vari gruppi politici, sia per intimorire gli avversari sia poiché essi controllavano un congruo numero di voti. Gli unici sconfitti in ogni tornata elettorale erano sempre le classi povere prive del diritto di voto e, quindi, oggetto di tutti i soprusi e le angherie dei gruppi dirigenti locali. L’assoggettamento delle masse popolari non era solo economico, ma generale. Il Sindaco, che veniva nominato dal Governo, poteva facilmente limitare la libertà dei cittadini più ribelli, visto che era lui a rilasciare i certificati di moralità ed a informare il pretore riguardo le persone da sottoporre alle ammonizioni. Egli poteva sostituire l’ufficiale di polizia, assumendone le funzioni e potendo anche, in alcuni casi, effettuare gli arresti. Il Sindaco, inoltre, nella tutela dell’ordine pubblico si avvaleva dell’aiuto delle guardie campestri. Queste non erano altro che gli ex campieri dei feudi che, a partire dal 1866, erano stati organizzati in corpo di polizia municipale, dipendente dal Comune. Le guardie venivano in gran parte reclutate fra i pregiudicati ed i mafiosi del luogo, ed erano addetti di fatto alla tutela delle proprietà del sindaco e dei suoi amici latifondisti: ebbero un grande ruolo nella repressione violenta del movimento contadino. In alcuni comuni esse erano pagate direttamente dai proprietari terrieri; in altri comuni, invece, venivano pagate con i soldi di tutti i contribuenti, per quanto i loro servigi fossero rivolti soltanto ai gruppi dirigenti ed ai proprietari, mentre, al contrario, le masse erano solo vittime della loro violenza ed oppressione. Molteplici furono, dunque, i motivi di malcontento che stavano alla base delle agitazioni che si svilupparono alla fine del 1893. Uno dei motivi per i quali i dirigenti dei Fasci non riuscirono ad avere un totale controllo dell’agitazione fu anche conseguenza del fatto che al contrario di quelle precedenti, questa coinvolgeva svariate categorie sociali: braccianti, contadini poveri, operai disoccupati o sottoccupati delle città, artigiani, commercianti, piccoli e medi proprietari. Per di più, traducendosi in manifestazioni contro i municipi, l’agitazione in alcuni paesi fu strumentalizzata dalla fazione politica borghese avversa al gruppo politico al potere in quel momento; a volte entrarono in opera agitatori e provocatori con il preciso compito di trasformare le manifestazioni pacifiche in disordini, in modo da fornire il pretesto alla forza pubblica per intervenire. Una delle prime dimostrazioni contro le tasse si svolse in agosto a Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo.

    La mattina del 12 agosto una cinquantina di donne si radunò davanti al palazzo municipale per protestare contro le tasse e l’amministrazione comunale. L’indomani una delegazione di donne si recò alla caserma dei carabinieri per chiedere l’abolizione del dazio, la destituzione del Sindaco e lo scioglimento del Consiglio comunale. Il 15 agosto, 600 contadini e contadine sfilarono per le vie del paese. Questo pacifico corteo fu fatto sciogliere dal sindaco: tutte le donne presenti alla manifestazione furono arrestate, ed alcuni uomini furono tradotti al carcere di Misilmeri. Il 24 dicembre successivo il Fascio di Corleone organizzò un’assemblea per discutere contro i metodi seguiti dall’amministrazione comunale nella distribuzione delle tasse. Alla fine dell’assemblea circa 4.000 persone si riversarono sulla piazza del Municipio. Bernardino Verro, su sollecitazione dell’ispettore di polizia, invitò la folla a sciogliersi, e la manifestazione si concluse pacificamente. In qualche centro della Sicilia orientale le agitazioni contro le tasse assunsero subito un carattere tumultuoso. A Siracusa, il 10 ottobre una manifestazione di protesta (per la mancata attuazione delle riduzioni di tasse,che l’amministrazione aveva promesso alla cittadinanza) degenerò in tumulto e fu saccheggiato il palazzo municipale (calmato il tumulto la Giunta approvò i provvedimenti promessi). A Floresta, in provincia di Messina, il 22 ottobre fu assaltata la caserma dei carabinieri. Con il passare dei giorni la situazione cominciò a degenerare in tutta la Sicilia. I dirigenti dei fasci, prima ancora che si arrivasse alle devastazioni e agli eccidi, condannarono i primi disordini e gli eccessi delle popolazioni. Ma a partire da dicembre, come vedremo, i tumulti divennero sempre più numerosi e molte dimostrazioni contro i municipi, per l’abolizione delle tasse e dei dazi consumo, si trasformarono in tumulti. I dirigenti dei fasci non riuscirono a controllare il movimento che si allargava rapidamente e in modo disordinato. La sommossa popolare a questo punto diventò un facile pretesto per la liquidazione definitiva del movimento dei fasci ed in alcuni centri rurali, la rivolta fu repressa nel sangue. A sparare sulla folla non furono soltanto le truppe ma anche le guardie campestri al servizio dei proprietari terrieri e dei capi mafiosi.

    GLI ECCIDI

    Intanto Giovanni Giolitti, travolto dagli scandali bancari, il 28 novembre 1893 si dimetteva dalla carica di Presidente del Consiglio. In verità Giolitti non aveva fatto praticamente nulla per eliminare, o quanto meno ridurre, le cause del malcontento popolare. Perfino gli stessi funzionari statali nei loro rapporti indicavano chiaramente quali erano le cause delle agitazioni, ravvisandole principalmente: nelle miserabili condizioni di vita dei lavoratori e dei contadini, dovute alla concentrazione delle proprietà terriere in mano di pochi, agli iniqui contratti agrari, ai miseri salari dei braccianti e dei minatori, alle angherie dei gabelloti. A tutto questo si aggiungeva, come scriveva nel suo rapporto del 22 novembre il Questore di Palermo, la cattiva e privatistica amministrazione dei municipi. Ma Giolitti non comprese o non volle comprendere, la portata politica e il carattere innovativo del movimento dei Fasci, ritenendolo un movimento esclusivamente economico teso ad ottenere soprattutto un aumento dei miseri salari. Non mise in atto, alcun provvedimento legislativo che mutasse le condizioni economiche e sociali delle masse popolari siciliane. L’atteggiamento tenuto da Giolitti nei confronti del movimento dei Fasci non accontentava neanche la classe abbiente, che criticava sia la sua riluttanza a ricorrere ad un decreto di scioglimento dei sodalizi sia la disposizione data alle truppe di non usare le armi da fuoco contro i dimostranti. Caduto Giolitti vennero meno quei freni da lui posti alla repressione del movimento e durante la crisi ministeriale che seguì le sue dimissioni iniziarono a verificarsi gli eccidi delle masse popolari siciliane. La serie di eccidi iniziò a Giardinello il 10 dicembre e continuò sotto il nuovo Governo dell’ex-siciliano Crispi fino alla proclamazione dello stato d’assedio, avvenuta il 4 gennaio 1894. “A Giardinello il 10 dicembre una dimostrazione contro le tasse e contro la condotta del Sindaco si concluse con 11 morti e numerosi feriti. “Il 17 a Monreale una dimostrazione contro i dazi fu repressa con le armi e si ebbero numerosi feriti; il 25 dicembre, a Lercara una dimostrazione contro le tasse fu repressa lasciando sul campo 11 morti e numerosi feriti. A Pietraperzia il 1° gennaio un’altra dimostrazione contro le tasse costò 8 morti e 15 feriti. Lo stesso giorno a Gibellina ci furono 20 morti e numerosi feriti. Il 2 gennaio a Belmonte Mezzagno, 2 morti ed il 3 a Marineo 18 morti e molti feriti. Due giorni dopo a Santa Caterina si ebbero 13 morti e numerosi feriti” (S.F.Romano, 1959). Secondo il calcolo di Napoleone Colajanni, i dimostranti uccisi furono non meno di 92, mentre tra le truppe vi sarebbe stato un solo morto. Se una parte dei morti in quei disordini fu dovuta all’intervento delle truppe che usarono le armi a fuoco, un’altra parte fu dovuta ai gruppi di guardie al servizio dei capi mafiosi dei comuni. Ad essere condannati a lunghi anni di carcere o all’ergastolo per gli eccidi non furono però le guardie campestri, la cui colpevolezza era certa, bensì i contadini e le contadine! Il 3 gennaio 1894, quando ormai il movimento di protesta era stato sconfitto dallo Stato e dalla Mafia, venne convocato il Comitato Centrale per decidere il da farsi e per la prima volta venne rivendicata ufficialmente la liquidazione del latifondo. Fino ad allora il movimento dei Fasci si era battuto soprattutto per la modifica dei patti agrari e per gli aumenti salariali. L’appello si chiudeva con una esortazione ai lavoratori affinché continuassero ad organizzarsi, ma pacificamente, senza ricorrere ai tumulti poiché con questi non si “raggiungono benefizi duraturi” (S.F. Romano, 1959)

    LO STATO D’ASSEDIO

    Il 4 gennaio venne affisso in tutti i paesi della Sicilia un Decreto Reale che proclamava lo stato d’assedio nell’Isola. Aveva così inizio la seconda fase della repressione, quella in cui si procedette alla liquidazione definitiva del movimento dei Fasci siciliani. Di questa seconda fase fu arbitro assoluto il generale Morra di Lavriano, nominato dal Crispi commissario straordinario con pieni poteri militari e civili. Il suo primo atto fu l’ordine di arrestare i membri del Comitato Centrale e i dirigenti più importanti dei Fasci dell’Isola. De Felice, Petrina, De Luca, Montalto, Ciralli e Maniscalco vennero arrestati il 4 gennaio; Bosco, Barbato e Verro il 16 gennaio. Gli arresti colpirono anche i contadini e tutti coloro, professionisti e studenti, che avevano partecipato alle dimostrazioni o semplicemente di simpatizzare per il movimento. In 70 paesi furono attuati arresti in massa. Circa 1000 persone furono inviati al confino senza nessun processo. L’11 gennaio il generale Morra di Lavriano dispose con un editto l’arresto e l’invio a domicilio coatto “degli ammoniti e della gente malfamata”. Con questo editto il numero delle persone colpite dalla repressione governativa aumentava in maniera logaritmica. Le persone arrestate o inviate al domicilio coatto in virtù di questo decreto furono 1.962 e tra di esse 361 erano della provincia di Catania e 135 della provincia di Messina, vale a dire di due province dove non si erano registrati tumulti. Naturalmente fu applicata rigorosamente “la sospensione delle guarentigie individuali sancite dallo statuto del Regno, cioè la libertà individuale, l’inviolabilità del domicilio, la libertà della stampa, il diritto di riunione e di associazione”. Ciò portò allo scioglimento di tutte le associazioni operaie (compresi i Fasci) e di tutte le cooperative, ma non disturbò il “circolo dei nobili” ed il “casino dei civili” (da non confondere con le case di tolleranza). Si procedette anche ad una revisione delle liste elettorali in base ai desiderata delle amministrazioni comunali. L’8 gennaio furono istituiti tre tribunali militari (Palermo, Messina e Caltanissetta) dove si svolsero tutti i processi contro i presunti responsabili dei tumulti e delle stragi. Le accuse mosse agli imputati si basavano sulle dichiarazioni dei sindaci, delle guardie campestri, dei carabinieri ecc.. Per rendersi conto della loro attendibilità basta considerare che un sordomuto fu imputato per aver emesso “grida sediziose” durante i tumulti di Misilmeri. Col movimento dei Fasci i siciliani si erano battuti contro gli agrari latifondisti, contro la mafia, e contro lo Stato. Ma erano in troppi e tutti dalla stessa parte. Le dure sentenze del tribunale militare di Palermo, scatenarono le reazioni di molti. “Già la sera stessa del 30 maggio 1894, molti studenti si radunarono a Palermo davanti al teatro Bellini e diedero vita ad un corteo cantando l’inno dei lavoratori; il giorno dopo, all’università, votarono un durissimo ordine del giorno contro le condanne e decisero di non presentarsi alle elezioni per protesta (…) La mattina del 31 una grande folla si radunò davanti al carcere per solidarizzare con i capi contadini detenuti, mentre il 1° giugno numerose barchette circondarono al porto di Palermo la nave “India”, che stava trasportando verso un lontano penitenziario De Felice, Barbato, Verro, Montalto,Pico e Benzi” (D. Paternostro, 1994). Il 14 marzo 1896 il nuovo governo Di Rudinì, concesse l’amnistia ai condannati dai tribunali di guerra per i fatti del ’93-94. Fu mantenuto però il divieto di ricostituire i Fasci del lavoratori e qualunque organizzazione dello stesso tipo. Con un provvedimento del settembre 1896 fu sciolta anche la federazione “La terra” di Corleone, fondata da Bernardino Verro, che per sfuggire alla condanna si rifugiò in America, dove continuò a fare propaganda tra gli emigrati siciliani. Sarebbe tornato, Bernardino Verro non era “uomo che scappa”, e sarebbe morto…. ammazzato. I provvedimenti del Governo tuttavia non poterono cancellare l’esperienza dei Fasci dalle menti e dalle coscienze delle masse contadine siciliane. Le rivendicazioni economiche e sociali dei Fasci sarebbero state riprese dai successivi movimenti di organizzazione della classe contadina che avrebbero interessato la società siciliana fino agli anni Cinquanta.

    Fara Misuraca

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    Bibliografia

    F. RENDA, Il movimento contadino nella società siciliana. Palermo, 1956.

    N. COLAJANNI, Gli avvenimenti in Sicilia e le loro cause, Sandron Palermo, 1895.

    G. DE FELICE GIUFFRIDA, La questione sociale in Sicilia, Roma, 1901.

    S.F. ROMANO, Storia dei fasci siciliani, Laterza, Bari, 1959

    F. RENDA, I fasci siciliani. 1892-1894, Einaudi, Torino, 1977.

    AA. VV., I Fasci siciliani, De Donato, Bari, 1976.

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    Sito derattizzato e debossizzato
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  9. visto da destra scrive:

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    Quando la mattina del 1° gennaio 1869 i contadini italiani si recarono a macinare il grano dal mugnaio del loro paese, come erano soliti fare abitualmente, trovarono inaspettatamente
    i mulini chiusi. Quel giorno, infatti, i mugnai dell’Italia settentrionale non aprirono i loro esercizi, mentre nel Mezzogiorno i pochi rimasti aperti fecero macinare gratis
    quanti vi si recavano. Le autorità prefettizie guardarono con grande preoccupazione al fenomeno, perché senza la macinazione del grano non si poteva ricavare la farina, e quindi
    impastare il pane, l’alimento base della dieta contadina. Si diffuse, pertanto, soprattutto nei piccoli centri, lo spettro della fame. Le masse rurali presentarono invano alle autorità
    municipali numerose petizioni contro la chiusura dei mulini, pensando per questa via di poter ottenere la loro riapertura. Ovunque nel paese dilagarono manifestazioni di protesta,
    che si svolsero in maniera tutt’altro che pacifica: dal Piemonte al Veneto al Friuli, esse spesso degenerarono in scontri sanguinosi tra le forze dell’ordine e i contadini manifestanti.
    Secondo stime ufficiali, al termine delle agitazioni, che furono particolarmente furenti nella campagna padana, si contarono circa 250 morti e oltre mille feriti.
    Che cosa aveva scatenato un tale scompiglio?
    Che cosa aveva spinto i mugnai a chiudere i loro mulini, provocando la reazione preoccupata dei contadini assillati dallo spettro di una carestia forzata? Era accaduto che nel 1868, per far fronte alle impellenti necessità finanziarie
    del Regno, il Parlamento italiano aveva approvato la tassa sul macinato, la quale prescriveva che in tutto il territorio nazionale il grano portato a macinare fosse sottoposto a tassazione.
    I mugnai pertanto dovevano versare all’erario un tributo direttamente proporzionale
    alla quantità di grano macinata, per controllare le quote del quale le autorità prefettizie fecero applicare ai mulini un contatore, obbligando così i mugnai al rispetto della legge.
    Storicamente la tassa sul macinato non era propriamente una novità assoluta. Già vigente nel Mezzogiorno durante il periodo borbonico, essa era stata abolita all’indomani della
    proclamazione dell’unità, probabilmente con l’intento, da parte del nuova classe dirigente, di accattivarsi il favore delle popolazioni rurali. Tuttavia, le finanze del neonato Stato italiano erano piuttosto dissestate e il suo bilancio in forte passivo. Le spese sostenute per il raggiungimento dell’indipendenza, per combattere il brigantaggio, per costruire l’apparato amministrativo ed estendere i servizi essenziali, come
    scuole e ospedali, all’intero territorio nazionale, infatti, avevano finito con il sopravanzare nettamente le entrate, vale a dire i proventi ricavati dalla tassazione. Pertanto, per colmare il sempre più rilevante disavanzo, i governi della Destra Storica optarono per l’innalzamento delle imposte,
    e in particolare di quelle indirette. Mentre la tassazione diretta, ovvero i contributi pagati dai singoli cittadini in proporzione al reddito conseguito, rimase sostanzialmente invariata, i tributi indiretti, quelli cioè che colpivano i prodotti di largo consumo, come il sale, la farina, il carbone, subirono un forte aumento. Da qui la decisione, propugnata dall’allora ministro delle Finanze Quintino Sella, di reintrodurre la tassa sul macinato, la
    sola capace di assicurare alle casse dello Stato un introito annuo di circa cento milioni.
    Nonostante le proteste delle classi popolari, a cui il pagamento della tassa costava un cifra pari al salario di dieci giornate lavorative di un operaio, per oltre un decennio, gli introiti di questa imposta costituirono il 6,5% delle entrate annuali dello Stato, contribuendo considerevolmente al raggiungimento
    del pareggio di bilancio nel 1875. Soltanto con l’avvento al
    potere della Sinistra di Agostino Depretis, che aveva duramente osteggiato il provvedimento, ribattezzandolo la«tassa della fame», l’imposta, dopo una prima riduzione nel 1880, venne definitivamente abolita nel 1884.
    La tassa sul macinato
    GIARDINA-SABBATUCCI-VIDOTTO • © 2010, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI
    POLITICA,ISTITUZIONIeDIRITTO

  10. visto da sinistra scrive:

    lo scandalo della Banca Romana- 1893- su BorsaeDintorni.it:
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    Introduzione

    L’affaire della Banca Romana e del suo fallimento comincia esattamente il 19 gennaio 1893, ma sembra un evento verificatosi nei giorni attuali: banchieri dall’atteggiamento quantomeno disinvolto, immobiliaristi in rampa di lancio nella loro carriera, ministri e deputati aggressivi e quasi “famelici”, addirittura due premier coinvolti (Giolitti e Crispi) e, infine, un ammontare di denaro non indifferente misteriosamente sparito nel nulla. Le indiscrezioni sul crac bancario si sparsero a macchia d’olio in tutto il paese: tutto era cominciato con l’arresto del governatore della Banca Romana, il commendator Bernando Tanlongo, e del direttore, Michele Lazzaroni. Del banchiere finito in galera si diceva sostanzialmente che aveva elargito denari in maniera generosa a tutti, senza andare a sofisticare troppo sulle opinioni politiche di coloro che venivano sovvenzionati.

    I contorni dello scandalo

    Lo scandalo della Banca Romana, come anticipato prima, coinvolse un presidente del consiglio e un ex presidente, appunto Giolitti e Crispi, che si erano fatti una vera e propria guerra senza esclusione di colpi, accusandosi reciprocamente di avere intascato e insabbiato “roba da codice penale”. I partiti della sinistra ne erano usciti malconci quanto quelli della destra. L’inchiesta nel suo complesso durò circa un anno e ci furono addirittura suicidi e morti misteriose. Cadde malamente un governo, con il presidente del consiglio dimissionario finito anche all’estero, si disse per evitare un eventuale arresto. Ma la conclusione della vicenda fu nel più classico stile italiano; tutti gli imputati furono assolti, compreso il disinvolto Tanlongo. Il governatore della Banca Romana, uno dei principali istituti di emissione prima che subentrasse la Banca d’Italia (gli altri erano la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito), nonché quello più vicino e legato al Vaticano, aveva da poco compiuto 73 anni quando fu arrestato nel suo ufficio in quella fredda mattina di gennaio. Questo arresto fu solamente l’inizio di una vera e propria valanga di “cadaveri” bancari come si disse allora. Il 22 gennaio fu arrestato, tra il clamore più generale, del direttore del Banco di Napoli, in concomitanza con il misterioso assassinio di un ex direttore del Banco di Sicilia, il quale poco tempo prima aveva denunciato degli abusi nel suo istituto. Le banche erano quindi praticamente tutte nei guai, per colpa soprattutto degli immobiliaristi verso cui avevano largheggiato negli anni della febbre edilizia per Roma capitale.

    Un concatenarsi di eventi

    La faccenda venne a complicarsi con un tormentone infinito su che giro avessero fatto ben 50 milioni prestati dalla Banca Nazionale alla Banca Tiberina. Il governo cercò di correre ai ripari, varando la riforma bancaria da cui sarebbe nata la Banca d’Italia. Nel luglio 1894 il processo a Tanlongo si concluse con un’assoluzione. I giudici accolsero la tesi secondo cui nel corso delle indagini fossero stati sottratti importanti documenti per salvare persone molto in alto.

    Come raccontò la vicenda Giolitti

    Nel suo libro di memorie, Giovanni Giolitti parlò ovviamente anche della vicenda della Banca Romana, la quale rischio di travolgerlo in maniera devastante. Da quel che scrive Giolitti, che era premier nell’anno dell’affaire, la questione del crack fu portata alla Camera dal deputato Colajanni: cominciarono a circolare in modo insistente voci sulle condizioni in cui la Banca versava e si parlava già allora di mancanze di cassa ed eccedenze in circolazione. C’è tra l’altro da ricordare che, all’epoca, le banche di emissione fabbricavano da sé i biglietti che emettevano, senza alcun controllo da parte del governo; la Banca Romana, la quale faceva fabbricare i suoi biglietti in Inghilterra, ne poteva commissionare fino a che voleva. Infatti si venne a scoprire, come precisa lo stesso Giolitti, che oltre alle eccedenze di circolazione di sessanta milioni di lire, la banca ne aveva fatti venire altri quaranta milioni che costituivano una serie duplicata. Di fronte alla scoperta di condizioni così gravi ci fu la ferma convinzione da parte di Giolitti di riordinare in maniera completa gli istituti di emissione , attraverso l’espletamento di provvedimenti volti a fornire la massima garanzia al credito e al biglietto di banca. Il pericolo corso dal credito nazionale era stato così grave che la nuova legge bancaria venne approvata quasi senza discussione nonostante gli interessi che andava a ferire. Sicuramente, la nuova legge sulla gestione bancaria e la conseguente nascita della Banca d’Italia sono da considerare il vero risultato benefico del grande scandalo dato che furono proprio tali fattori a creare un sistema molto più sicuro ed efficace rispetto al precedente per il funzionamento corretto delle banche di emissione, così al centro della cronaca finanziaria e per la circolazione della moneta. Giolitti parlò sempre con molto entusiasmo ed orgoglio di questa sua iniziativa, ritenuta “efficiente e più che adatta a far cessare il ripetersi di inconvenienti criminosi”: ciò nonostante, il suo prestigio politico fu enormemente intaccato dalla vicenda, soprattutto a causa della sua presentazione della nomina a senatore per Tanlongo, nonostante conoscesse le sue malefatte e della fuga a Berlino per evitare l’arresto.
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