Il vero volto del Conte di Cavour

Antagonisti Padani

Fatta piazza pulita delle mistificazioni patriottarde e delle evidenti distorsioni delle vicende risorgimentali operate da chi voleva, e vuole tuttora con meschina caparbietà, proporci l’idea di un Risorgimento oleografico,molti dubbi insorgono comunque su alcune delle figure che continuano a popolare le pagine dei libri di storia e a riempire le bocche dei politicanti. Tra queste vi è sicuramente la figura del conte di Cavour, celebre ministro sabaudo, solitamente considerato il vero trionfatore del Risorgimento in virtù dell’imposizione della forma monarchica, sconfiggendo il repubblicanesimo mazziniano e blandendo le velleità garibaldine. Non v’è dubbio che Camillo Benso conte di Cavour sia stato il demiurgo del processo risorgimentale ma ciò non implica che effettivamente il suo progetto abbia trionfato in toto, anzi alcuni indizi potrebbero spingerci a pensare che egli si sia dovuto adeguare a certi compromessi che hanno quanto meno viziato il suo piano iniziale, cosa che lo stesso conte è stato comunque abile a mascherare. Peraltro la memoria storica del Cavour si perpetua illibata anche perché la sua prematura morte, il 6 giugno 1861 a soli 51 anni, gli permise di godere del periodo trionfante del Risorgimento e di non avere sulla coscienza invece le difficoltà dei primi decenni di Regno. Cerchiamo comunque di tracciare un quadro riassuntivo della figura del Cavour.

E’ singolare notare come alla base dell’esperienza esistenziale e delle scelte politiche di Cavour vi sia, come per tanti altri personaggi del Risorgimento, l’influenza della cultura e del pensiero calvinista ginevrino. Dalla città svizzera proveniva infatti la madre del Cavour, Adele di Sellon, andata in sposa a Michele e, in seguito, convertitasi al cattolicesimo nella forma eterodossa del giansenismo. Non bisogna trascurare infatti l’influenza religiosa del calvinismo ginevrino nelle vicende risorgimentali, spesso tramite l’ “innocuo” medium della cultura, tanto che lo storico Giorgio Spini si è spinto a dire che “per la maggior parte degli spiriti magni del primo liberalismo italiano […] non sia neppure pensabile una biografia, ove si prescinda da influenze ginevrine”. Oltre al Cavour, bisognerebbe ricordare le biografie di Manzoni o Viesseux, o ancora con maggiore evidenza la circolazione e il successo che ebbe tra i futuri patrioti risorgimentali il famoso Storia delle repubbliche italiane nel Medioevo di Sismonde de Sismondi, nel quale la storia degli stati italiani dopo la morte di Lorenzo il Magnifico (1492) era tracciata semplicisticamente come storia di una decadenza da cui si doveva risorgere in un processo unitario. Ad ogni modo il giovane Cavour, compiuta la sua istruzione nel Genio militare,preferì far precedere alla carriera politica un formativo grand tour alla rovescia: se nel XVII e XVIII secolo i nobiluomini inglesi scendevano attraverso la Francia per visitare i principali centri della penisola, Cavour, che mai si sarebbe spinto a sud di Firenze, preferì visitare Francia e Inghilterra per apprendere dal vivo le nuove teorie economiche, i nuovi sistemi di produzione e le tecnologie da importare nelle sue terre. In realtà le conoscenze acquisite nei paesi già toccati dalla rivoluzione industriale non risultarono nell’immediato particolarmente proficue per il giovane ambizioso piemontese. Nel 1837, quando ancora abitava a Parigi, il Cavour aveva incominciato a giocare in Borsa ricavandone anche discreti profitti sennonché due soli anni dopo un azzardato investimento speculativo, in una situazione di incertezza economica generata dalla crisi politica legata alla politica estera francese, azzerò l’intero profitto di tre anni d’investimento. Il conte aveva infatti creduto nella risolutezza del governo francese nel ricercare il conflitto, tentando così una speculazione al ribasso, ma pochi giorni dopo prevalse la linea pacifica suggerita dall’Inghilterra cosicché Cavour vide sparire la sua fortuna e si vide inoltre caricato di un debito di 45.000 franchi, che prontamente il padre si premurò di saldare in seguito alle disperate invocazioni epistolari del figlio. Negli stessi anni fu poco felice anche l’esordio del conte nell’imprenditoria, in particolare in quella ferroviaria e di navigazione fluviale. Si lasciò attrarre infatti dalla fortuna che stavano ottenendo in Savoia alcune società che già avevano sperimentato la navigazione sul Rodano e si accingevano a entusiasmanti progetti consistenti nello scavo di canali e di ferrovie sulla terraferma. Acquistò così 20 azioni della società Savoyarde diventando anche rappresentante degli azionisti piemontesi e milanesi. Purtroppo la società si dovette scontrare con problemi finanziari e tecnici enormi tanto da accontentarsi di utilizzare i binari con carrozze a trazione animale anziché locomotive e alla fine di abbandonare anche la navigazione fluviale, per la quale erano stati acquistati due battelli, a causa dell’abbassamento del livello delle acque. Non sazio della cocente sconfitta nel 1842 Cavour si aggiudicò i beni della disciolta società per fondarne un’altra al fine di costruire una ferrovia tra Chambery e il lago di Bourget. Per qualche tempo la ferrovia funzionò ma presto i costi di manutenzione si assestarono ad un livello molto superiore rispetto ai profitti, tanto da spingere il consiglio d’amministrazione a sciogliere la società, smantellare la ferrovia e vendere il materiale.

L’attività che invece consentì a Cavour di imporsi alla pubblica attenzione e, in tal modo, di obnubilare i precedenti vergognosi insuccessi, fu invece la proficua amministrazione e la gestione della tenuta agricola di Leri nel Vercellese, insieme alla fondazione del periodico “Risorgimento” in compagnia di Cesare Balbo. Nel 1848 così Camillo Benso poté ottenere uno scranno parlamentare, acquisendo fin da subito un notevole prestigio tanto da essere nominato nel 1850 ministro dell’agricoltura, del commercio e della marina nel governo d’Azeglio, e l’anno successivo anche ministro delle finanze. Il vero capolavoro politico di Cavour, che l’accreditò come guida del Piemonte sabaudo per i successivi dieci anni, fu però la spregiudicata tessitura politica che portò al celebre connubio con Rattazzi, cioè un accordo tra la destra e la sinistra moderata al fine di escludere la rappresentanza clericale, accordo che Denis Mack Smith ha considerato l’archetipo del trasformismo che avrebbe insudiciato la vita parlamentare del Regno d’Italia. Naturalmente però la storiografia filo-risorgimentale ha sempre mostrato una certa ritrosia a giudicare le opere dello statista in maniera assolutamente spassionata: il fine guadagnato dall’azione politica cavouriana, cioè la conquista della penisola da parte della monarchia sabauda, è sufficiente a rendere intrinsecamente giusta ogni singola mossa dello statista. Pertanto davanti ad orecchie turate dalla cera del nazionalismo italiota sfrenato, o anche semplicemente dall’opposizione allo status quo ante (che aveva ancora in sé barlumi della società d’ancien régime e controriformistica), risulta persino inutile segnalare quanto l’operazione di Cavour che più servì a guadagnare la simpatia francese e inglese al progetto sabaudo, cioè la partecipazione alla Guerra di Crimea, sia in sé non troppo diversa dall’intervento italiano nella Seconda Guerra Mondiale fortemente voluto da Mussolini. In entrambi i casi si trattò della partecipazione ad uno scontro non tanto in relazione alle finalità dello scontro stesso, quanto per ottenere guadagni territoriali del tutto marginali rispetto alla guerra stessa. Anzi, per certi versi, mentre la Seconda Guerra Mondiale non poteva che coinvolgere, direttamente o indirettamente, tutti gli stati europei, la guerra di Crimea risultava uno scontro molto più limitato territorialmente che il piccolo Piemonte avrebbe potuto tranquillamente ignorare, anziché mandare un contingente di 15.000 uomini solo per sedersi al tavolo dei vincitori nella Conferenza di Parigi. La spregiudicatezza di Cavour non pare troppo differente da quella di Mussolini, diverso fu solo l’esito della partecipazione, che tanto spesso decide della sorte della memoria storica dei personaggi.

Per una valutazione storica equilibrata ci si dovrebbe porre inoltre una domanda che è stata sempre elusa: tenuto per vero (e tale forse non lo è necessariamente) che a causa di un indirizzo generale della politica europea gli stati della penisola avrebbero dovuto andare incontro ad un processo di unificazione, per meglio resistere economicamente e militarmente, perché proprio il Regno di Sardegna avrebbe dovuto avere la funzione di guida e accentratore (o meglio quella di conquistatore)? Di solito si adducono motivazioni legate ad una supposta superiorità politico/economica rispetto agli altri stati italiani. Sono veritiere? In realtà la superiorità politica non è altro che la forma liberaleggiante e massonica assunta dal Regno Sabaudo nel decennio preunitario, e il conseguente rigurgito anticattolico che emerge dalla legislazione del periodo, atta ad accattivarsi la simpatie delle élites massoniche europee che in quel trono di tempo governavano in Inghilterra e Francia. Sulla superiorità economica invece ci sarebbe molto più di che discutere in quanto è vero che Cavour aveva impresso, in coerenza con gli esempi che aveva potuto osservare nei suoi viaggi giovanili, una decisa svolta modernizzatrice all’assetto economico del paese, sviluppando per esempio la più estesa e capillare rete ferroviaria della penisola, ma è anche vero che gli interventi in campo infrastrutturale ed economico avevano svuotato le casse sabaude tanto da fare del Regno di Sardegna lo stato col più alto debito pubblico della penisola  (dal 1848 al 1860 ben 1.024.970.595 lire di debito). Cavour fu certo il personaggio che più di tutti ebbe il “merito” (o meglio la colpa) della formazione del Regno d’Italia ma credo si possa dire che, pur dovendogli riconoscere una capacità politica fuori dal comune, egli ebbe il coraggio di rischiare, a volte oltre il limite del buon senso proprio come nei suoi giovanili investimenti: la sua fu una scommessa in larga parte vinta, ma non si può evitare di valutare l’azzardo di tale scommessa. La metafora dell’investimento è comunque molto più icastica e questa visione coincide peraltro con quella espressa in quel periodo da un politico molto addentro nelle vicende politiche sabaude, Pier Carlo Boggio. Amico e sostenitore di Cavour, Boggio nell’aprile del 1859 nel pamphlet Fra un mese sostenne la necessità di entrare in guerra contro l’Austria a tutti i costi e il più presto possibile, alla luce di un ragionamento molto semplice: tutte le spese che erano state affrontate nel decennio precedente e che rischiavano di strangolare la monarchia erano giustificabili solo come investimento per un risultato di ampia portata,ossia la conquista di nuovi territori, che avrebbero inoltre permesso di ripianare queste spese. L’intero pamphlet si basa su un’affermazione di una semplicità e sincerità ammirevole: “La pace ora significherebbe per il Piemonte la reazione e la bancarotta” e continua “La politica del Piemonte in questi anni sarà detta savia, generosa e forte – o improvvida, avventata e temeraria, secondo che ora avremo guerra o pace [...] Il Piemonte accrebbe di ben cinquecento milioni il suo debito pubblico: il Piemonte falsò le basi normali del suo bilancio passivo; il Piemonte spostò la propria azione dal suo centro primitivo; il Piemonte impresse a sé medesimo un impulso estraneo alla sua orbita naturale; il Piemonte arrischiò a più riprese le sue istituzioni; il Piemonte sacrificò le vite di numerosi suoi figli, sempre in vista della gloriosa meta che si è proposto: il Riscatto d’Italia”. Al di là dell’ultima parte, piuttosto ideologica e ipocrita, il resto illustra bene quale fosse stato l’azzardo di Cavour che sarebbe risultato poi, come a noi è ben noto, del tutto positivo.

E’ bene porsi però un’ultima domanda: davvero il Risorgimento come si è realizzato corrisponde ai piani di Cavour? E’ difficile a dirsi e non è spesso semplice districarsi nelle parole di un politico abituato all’uso del doppio registro, privato delle lettere e pubblico dei discorsi, ma bisogna spendere alcune parole riguardo a questo argomento. Come è ben noto dopo l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), col quale la Francia di Napoleone III lasciava il conflitto senza adempiere completamente alle condizioni degli accordi di Plombières, Cavour si dimise in segno di protesta. Le dimissioni di Cavour non possono essere ridotte ad un semplice e astuto capriccio ma costituiscono bensì il segno di uno scacco che il conte riteneva potesse essere esiziale per l’adempimento del suo progetto. Siamo soliti infatti pensare che i Savoia avessero voluto fin da subito mettere le mani sull’intera penisola e che quindi le condizioni pattuite a Plombiéres, cioè la divisione del territorio italiano in tre parti e l’attribuzione ai Savoia solo della parte settentrionale, fossero in realtà un inganno ordito contro l’ingenuo Napoleone III. In realtà è molto probabile che le ambizioni e gli interessi di Cavour si limitassero solamente alla formazione di un Regno dell’Alta Italia, con la conquista del ricchissimo Lombardo-Veneto, le cui condizioni economiche e infrastrutturali erano omogenee a quelle avanzate del regno sabaudo con in più l’assenza del forte debito pubblico. Il Cavour infatti temeva che un regno unitario peninsulare avrebbe costituito un’entità del tutto ingovernabile, data l’incompatibilità dei popoli, delle loro condizioni e del loro sviluppo. Ciò è evidente nelle parole scritte all’ambasciatore sabaudo a Firenze, Villamarina: “La razza cis-appenninica e non ha nessuna analogia con la razza etrusca. Non si saprebbe come fonderle insieme. Ciò che darebbero i trattati in questo senso sarebbe presto distrutto dalla forza delle cose”. Cosa portò allora alla conquista della penisola? Il tradimento francese perpetrato dopo la battaglia di Solferino e il forte interessamento strategico e commerciale che l’Inghilterra aveva sulla penisola, convinsero Cavour nei mesi successivi ad ascoltare i richiami britannici e ad appoggiarsi all’unica potenza che avrebbe potuto offrire una soluzione all’impasse politico. Per questo lo statista sabaudo acconsentì a ritornare alla guida del governo e, appoggiandosi sulla Gran Bretagna, si convinse di dover seguire l’unica via possibile: la conquista dell’intera penisola, di cui forse il Cavour continuava a non essere particolarmente convinto ma che la Gran Bretagna caldeggiava per eliminare l’ultima potenza concorrente nel Mediterraneo, il Regno di Napoli. La prematura morte l’avrebbe poi tolto dall’imbarazzo di dover gestire quella situazione, tanto diversa dal progetto che aveva sostenuto.

Davide Canavesi

a cura dell’Ufficio politico

Fronte Indipendentista Lombardia


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