Non siamo italiani

Abbiamo un poco posticipato l’uscita di questo numero de “Il Cinghiale corazzato” ma mai come in questo caso ci troviamo obbligati a ringraziare i nostri impegni ed l’estenuante labor limae che precede ogni uscita del nostro giornale, per averci permesso di presentare a voi una copertina che ci rende oltremodo felici e soddisfatti.
La bandiera slovacca (di questo si tratta) non è l’omaggio ad un popolo che è riuscito in maniera sostanzialmente incruenta a recuperare la propria indipendenza nel 1992, ponendo fine alla chimerica Cecoslovacchia, frutto delle perverse alchimie (massoniche, avrebbe detto un nostro vecchio amico e collaboratore) della conferenza di Versailles del 1919.
E nemmeno è un gesto di affetto verso la Repubblica slovacca del 1939 e al suo presidente Monsignor Josef Tiso: a questo statista cattolico del Ventesimo secolo (di fronte al quale i vari “demi-chretien” Sturzo, De Gasperi, La Pira e Dossetti biancheggiano come tante mute statue di sale) abbiamo già dedicato una commossa conferenza-tributo in questo Ateneo nel dicembre 2007.
E’ proprio un gesto di ringraziamento agli amici della Nazionale di calcio slovacca che hanno posto fine all’avventura sudafricana degli “Azzurri”
Qualcuno di voi potrebbe rimproverarci per una serie di motivi: polemica occasionale, trivialità, ammiccamenti al leghismo, antitalianità.
Ebbene, da parecchi mesi nel nostro Ateneo ci stiamo dedicando ad una contrappuntistica revisione storica del c.d. “Risorgimento italiano”, segnalando le stecche della sgangherata orchestrina istituzionale che ha iniziato a inondare l’aere delle proprie composizioni in occasione del cento cinquantenario dell’Unificazione italiana. Mostrare il vero volto del machiavellico conte di Cavour, del predone garibaldesco, di Mazzini apostolo del pugnale, dei generali piemontesi carnefici del Sud, dei Pisacane e degli Orsini, degli Ugo Bassi e dei Ciceruacchio, dei Monti e dei Tognetti, ma anche dei cattivi maestri Gioberti e Cattaneo, è certamente essenziale per testimoniare la portata di un fenomeno rivoluzionario che non ha unito ciò che era naturalmente e felicemente diviso ma ha irrimediabilmente devastato la struttura tradizionale, sociale e morale dei popoli di lingua italiana (popoli padano-alpini in primis).
Ci restava però fondamentalmente un dubbio. Quella variopinta e pittoresca umanità che spesso in questa stagione sembra confondere l’Università Cattolica con Alassio, Portocervo o l’Idroscalo e che frequenta abitualmente i chiostri bramanteschi avrà capito che noi non siamo italiani?
Dopo aver criticato De Sanctis e il liberale Manzoni, De Amicis e Carducci, d’Annunzio e Gentile, abbiamo quindi dovuto occuparci giocoforza degli “apostoli” dell’italianità contemporanea: pescando nel mazzo, Cannavaro, Buffon, Quagliarella e De Rossi (attendendo Cassano e … Balotelli).
Ci è venuto relativamente facile perché quando i “nostri azzurri”(rectius i “vostri azzurri”) hanno dichiarato di voler devolvere parte delle loro prebende al comitato per i festeggiamenti del cento cinquantenario, non potevamo che esultare ai gol di Vittek o Kopunek.
Abbiamo tifato contro, l’abbiamo fatto anche in passato, anche qui in Università Cattolica (qualcuno tra voi ricorderà un cartellone con “Forza Bulgaria” per gli Europei del 2004 o un “Forza Germania” (e fin qui tutto in famiglia, direte voi) e un ancor più estremo (ma non per questo meno convinto) “Forza Ghana” per i mondiali del 2006 o un ringraziamento all’Olanda per gli Europei del 2008 ): non per posa, non per esagerazione estremistica, non per voglia gratuita di polemizzare ma con passione, convinzione e dedizione. Non siamo italiani, non ci riconosciamo in quel posticcio sentimento di appartenenza nazionale, nemico e ostile delle nostre identità che un verboso romanticismo ottocentesco, veicolato da una pessima politica e facile alle manomissioni storiografiche, ha cercato di inoculare nelle vene dei nostri bisnonni e che due sanguinose guerre mondiali non sono riuscite a concretizzare. Non siamo italiani e quindi tra l’altro non tifiamo italiano, salvo beninteso riconoscere il valore agonistico e tecnico delle singole individualità.
Al contempo però non siamo leghisti e, vi confesserò che la penna traccia queste poche righe con soddisfazione, non siamo nemmeno federalisti (tutti ormai sono federalisti, si son viste anche trote federaliste). Quindi vi risparmieremo, cari lettori, le nuove fobie neocons, i richiami strumentali e/o guenoniani alla Tradizione, le ciarle padaniste, le affabulazioni liberiste, il folclore da operetta o da concorso di bellezza, le spacconate “legge e ordine”, i rutti liberi in trattoria, la politica del farfugliamento incendiario, salvo poi smentire mentre in villa ad Arcore stanno per servire gli antipasti.
Colgo però l’occasione per salutare l’amico Roberto Ortelli, al centro poco tempo fa di una piccola e grande bufera mediatica degna del “Belpaese” per una sua telecronaca calcistica su Radio Padania. A lui, al di là di qualsiasi distinzione partitica, rinnovo tutta la mia amicizia cementata dalla comune Fedeltà ad un Re che non ha bisogno né di partiti, né di Parlamenti per governare il mondo.
Lavoriamo quindi nel nostro piccolo (ed insieme a tanti altri assai più bravi di noi) allo sviluppo di una formazione politico-culturale e di un’azione politica indipendentista nelle nostre terre che smascheri errori ed orrori del collaborazionismo leghista e al contempo fornisca le giuste coordinate per preparare nuove élites politiche atte a gestire con forza, consapevolezza e misura i percorsi della dissoluzione dell’unità italiana.
In questo senso più che fare il tifo contro, attendiamo che la dissennata politica della cicala e della spartizione del bottino pubblico, portate avanti scientemente in questi decenni, presentino a Madama Italia il conto, facendo riemergere tutte quelle insanabili contraddizioni che la mazza ferrata del nazionalismo fascista, la consociativa generosità democristiana e la politica del sorriso berlusconiana non sono riuscite a sanare.
Nel vertiginoso e progressivo crollo della presenza e della dignità dello stato italiano, non vorremmo mai che la nostra amata Lombardia diventasse terreno di conquista e spartizione per le clientele ligrestiane, leghiste o cielline.
E’ proprio il nostro senso di responsabilità ed il desiderio di operare per il bene comune che ci chiama a metterci in gioco, portando il nostro contributo, dal momento che, proprio nella rottura della continuità statuale, il popolo lombardo ha l’occasione di uscire dalla spirale delle tre R: risorgimento, resistenza, repubblica, con il rifiuto dell’intero “patrimonio” valoriale ch’esse rappresentano. E quale luogo migliore dell’Università cattolica del Sacro Cuore per un continuo lavoro di produzione di scenari e di rielaborazione giuridica, politologica e storica che vadano in questa direzione? La Comunità Antagonista Padana lavora, con le poche forze che ha a disposizione, (anche) a questo. In Lombardia si è ancora molto indietro ma non mancano forti segnali di vitalità, sia nelle province occidentali che in quelle orientali, in Veneto invece sono già stati fatti molti passi avanti ulteriori che seguiamo con notevole interesse. Notiamo, tra l’altro, che anche da Sud e dalla Sardegna possiamo cogliere con soddisfazione molti sostanziosi segnali di rinascita di sentimenti nazionali, sopiti, spesso conculcati ma mai completamente distrutti. Alle matricole 1991 (con qualche inserto del 1992) che forse per la prima volta prendono in mano una copia de “Il Cinghiale corazzato”, diciamo solo: avrete modo e tempo per imparare a conoscerci, per polemizzare o per apprezzare, per disprezzare o ammirare. Buona lettura e soprattutto buona permanenza.
Piergiorgio Seveso
