Una legge per regolamentare la Storia? La Comunità Antagonista Padana dice NO

Ona legg per regolamentà la Storia?
La Comunità Antagonista Padana la dis NO
Comunicato bilingue della Comunità Antagonista Padana del 18 ottobre 2010

Despiaserà fòrsi a quaivun ma in del còro “unanime e bipartisan” vegnuu dòpo al diktat che Riccardo Pacifici, president della Comunità ebraica di Roma, ha mettuu al mond polidigh de lengua italiana, la Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica la gh’è minga e, come natural, ghe la pò minga vess. A nunch ghe sorprend che on privaa cittadin pòda dettà l’almanacch polidigh d’on parlament ma fòrsi, se ben ghe pensom, tutt quest l’è mis’ciaa con l’esistenza stessa dell’Unidà polidiga italiana, fin dal sò ruzzaa fora e voruu da alter “process unitar”. De sigur la nostra total lontananza dai meccanismi, dai tic, dai cliches, dai manfrin della polidega italiana la pò minga fà desmentegaa la gravità de questa proposta che, pur essend elaborada a Roma, la gh’avarà conseguenz anca chi, in Lombardia.
Ona Lombardia rinnovada e indipendent la podaria mai tollerà in di so ordinament ona simil regression legislativa, se de nò se borla giò in di stessi meccanismi che g’hann per tant temp cloroformizzaa la produzion storiografiga di università italian, trasformaa spess a sotto agenzie del poder polidigh. Pòden le Università, le Accademie, i center colturai diventà loeugh de ratificazion della storia scrivuda in di aule de on parlament? La po’ trasferis la libera ricerca storiga de i dipartiment di atenei alle aule de Camera e Senato italian? Inscì voeur Riccardo Pacifici. L’è corius notà, in d’on stato in doeu la paròla “libertà” la vee maniacalment semper ripetuda, come se voeur- in del sònn general dell’opinon pubbliga- doprà i manett del pensee, proponend la galera per chi voeur minga adeguass. Come gioin universidari della CAP, semm minga i partigiann della “libertà d’espression” intenduda in del sens modern, culuralment anarchigh e atomizzant, ma incadenà la ricerca della Verità, in ambient stòrigh veour dì ming domà buttà in del precipizzi del “politicament correggiuu” i fodament stess del savè e conoscenza ma negà ogni spazzi fodor progress in della analisi del passaa.
On quai esempi traa dalla storia del secòl passaa, le foibe e Katyń con’t ona legg inscì, sarìen staa faa mai savuu o deformaa. Affidaa l’indagine storiga ad on parlament (specialment a quell italian) l’è on gest patològigh e pericolos, ancor pussee veduu l’alt livell d’ignoranza tipigh di deputaa ed i senadur de questa svendurada repubblica. In d’ogni loeugh e in d’ogni situazion l’è on dover moral mettes contra a quest gest pretestuòs e scelleraa.

Una legge per regolamentare la Storia: il Fronte Indipendentista Lombardia dice NO

Dispiacerà forse a qualcuno ma nel coro “unanime e bipartisan” seguito al diktat che Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha posto al mondo politico di lingua italiana, il Fronte Indipendentista Lombardia non c’è e naturalmente non ci può essere. Ci stupisce che un privato cittadino possa dettare l’agenda politica di un parlamento ma forse, se ben riflettiamo, tutto questo è connaturato con l’esistenza stessa dell’Unità politica italiana, sin dal suo indotto ed eterodiretto “processo unitario”.
In ogni caso la nostra totale estraneità ai meccanismi, ai tic, ai cliches, alle manfrine della politica italiana non ci può fare ignorare la gravità di questa proposta che, per quanto elaborata a Roma, avrà serie ripercussioni anche qui, in Lombardia.
Una Lombardia rinnovata ed indipendente non potrebbe mai tollerare nei suoi ordinamenti una tale regressione legislativa, pena il ricadere nei medesimi meccanismi che hanno per tanto tempo cloroformizzato la produzione storiografica delle università italiane, riducendole spesso a
sotto-agenzie del potere politico.
Possono le Università,le Accademie, i centri culturali diventare luoghi di ratificazione della storia scritta dalle aule di un parlamento? Può trasferirsi la libera ricerca storica dai dipartimenti degli atenei alle aule di Camera e Senato italiani? Così vuole Riccardo Pacifici.
Curioso notare, in uno stato in cui la parola “libertà” viene maniacalmente ripetuta in ogni circostanza, come si pretenda – nel torpore generale dell’opinione pubblica – di introdurre le manette del pensiero, proponendo il carcere per chi non vi si attiene. Come frontisti,. non siamo i partigiani della “libertà d’espressione” intesa nel senso moderno, culturalmente anarchico ed atomizzante, ma incatenare la ricerca della Verità, in ambito storico significa non solo gettare nel burrone del “politicamente corretto” le basi stesse del sapere e conoscenza ma negare ogni spazio di futuro sviluppo nell’analisi del passato.
Per mero esempio tratto dalla storia del secolo appena concluso, le foibe e Katyń con una legge analoga, sarebbero rimaste fatti ignoti o deformati. Affidare l’indagine storica ad un parlamento (specialmente a quello italiano) è un atto patologico e preoccupante, ancor di più visto l’alto livello d’ignoranza che caratterizza i deputati ed i senatori di questa sventurata repubblica. In ogni sede ed in ogni circostanza è dovere morale opporsi a questo atto pretestuoso e scellerato.

Piergiorgio Seveso
Portavoce
Ufficio Politico
Fronte Indipendentista Lombardia
16 ottobre 2010

Comments (6)

 

  1. tributo a Gilberto "evergreen" Oneto scrive:

    da il Giornale, 15.VI.10:

    La notizia del risultato elettorale in Belgio viene data da gran parte dei giornali con evidente imbarazzo: qualcuno minimizza, altri la relegherebbero volentieri in cronaca nera, in molti la trattano come un fastidio che avrebbero preferito evitare. Pochi cercano di analizzare davvero le motivazioni della vittoria dei separatisti fiamminghi, in troppi ne danno una lettura solo economica e una inestinguibile genia di saputelli la liquida come la solita scalmana estiva di un razzismo impossibile da estirpare. Indicativi di quest’ultima depravazione patologica sono i riferimenti alle simpatie filo naziste del padre del leader nazionalista. L’essere stato «amico di Hitler» è la postmoderna versione europea dell’aver «parlato male di Garibaldi» del Tecoppa. Si ricorda con sdegno che alleati dei tedeschi sono stati gli indipendentisti bretoni, gli ustascia croati, i baltici e che anche gli irlandesi qualche pensierino l’avevano fatto. Si glissa invece sul dettaglio che fra i sodali del Führer si sono trovati anche tutti gli indipendentisti dell’Europa Orientale, in prima fila i musulmani di Bosnia e del Caucaso, il mondo arabo pressoché al completo e, a un certo punto, la stessa Casa Madre sovietica. Ma soprattutto si evita di considerare che quando si vuole scappare di prigione non si guarda troppo per il sottile su chi ti passa la lima o aiuta ad abbattere le mura della cella, poco importa se gli puzzino le ascelle o se sia egli stesso il peggior avanzo di galera.
    Certo, nel caso fiammingo, non si tratta di evadere da un carcere ma di far valere quelli che si ritengono i propri diritti di comunità, e infatti i fiamminghi non si affidano a impresentabili compagni di letto (presenti solo nella mala fede di certi commentatori), ma utilizzano il più sacrosanto dei diritti, quello dell’autodeterminazione, cavalcano il più nobile degli strumenti di lotta pacifica: la volontà e il consenso della gente.
    Se la maggioranza o una fetta significativa della comunità decide di voler cambiare legge, Paese o bandiera ha tutto il diritto di farlo: si chiama democrazia. Purtroppo viviamo in un tempo e in un posto in cui l’informazione è in larga parte gestita, dietro il paravento del «politicamente corretto», da una conventicola tenuta assieme da stinte ma resistenti convinzioni ideologiche e da precisi interessi. Per costoro solo le scelte popolari che vanno nella direzione «giusta» sono da considerare democratiche, tutte le altre sono manifestazioni di insano populismo, quando non addirittura di follia reazionaria o di bieco razzismo. Che bravi i Tamil che se ne vogliono andare dallo Sri Lanka, che infami i fiamminghi che vogliono lasciare il Belgio! I Kosovari vanno bene, Catalani e Baschi no!
    In realtà dietro l’aplomb o il nervosismo di gran parte dei commentatori si nasconde un preoccupato retro pensiero: si parla di Belgio ma si pensa all’Italia. In un momento in cui ci si aggrappa a tutto, dalla crisi economica ai mondiali di calcio, per esorcizzare pericoli e afflati federalisti, per ritardare le riforme e per rinvigorire un patriottismo piuttosto anemico, questa storia belga cade proprio male e rischia di dare vigore alle aspirazioni autonomiste di casa nostra. Era già successo con i «cattivi esempi» della Slovacchia e di una bella fetta di comunità ex sovietiche ed ex jugoslave: si è dovuto allora fare ricorso a tutto il repertorio di omissioni, menzogne e di descrizioni di ecatombi vere o inventate per calmare le paturnie autonomiste attorno al Po. Questa per loro proprio non ci voleva, e si dovranno tirar fuori dagli armadi tutte le icone patriottiche, fare davvero un bel centocinquantesimo se si vogliono salvare l’unità della patria e della sua cassa. Ma attenzione: più si allungano le code di paglia, più si accorcia la pazienza della gente.

  2. da www.siciliasud.net (in conformità a normativa su copyright e trademark): scrive:

    “Due i motivi che mi infastidiscono nel linguaggio politicamente corretto: il primo è che questo lessico nasconde una forma strisciante di razzismo. Nell’inutile tentativo di non offendere nessuno si finisce per esaltare le differenze. Il secondo motivo è la bizzarria delle formule verbali, che rendono spesso incomprensibili (o ridicoli) discorsi semplici. Questo stile linguistico è molto di moda tra i politici e gli accademici. Ma questo non ci deve intimorire: la guerra al politically correct è una guerra più che santa. Ed ecco, quindi, un piccolo sciocchezzario politicamente corretto. Come suonerebbero le nostre frasi se espresse in “correttese”? Alcuni termini sono realmente in uso, altri, inventati. Alcuni suoneranno volgari ma niente paura: usate la versione politicamente corretta.

    Disoccupato (1) – Diversamente lavorante.

    Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare.

    Chi va con il diversamente deambulante, impara a diversamente deambulare.

    Sei un figo!- Sei un organo sessuale femminile coniugato al maschile! (F. Palombo)

    Disoccupato (2) – Lavoroleso.

    Ci stiamo infilando in un vicolo cieco!- Ci stiamo infilando in un vicolo non vedente! (M. Del Re)

    Sei un cretino! – Sei diversamente intelligente!

    Belin!- Organo genitale maschile di provenienza diversamente generosa. (A. Firpo)

    Sei giovanissimo! – Sei diversamente vecchio.

    Sono biondo. – Sono diversamente bruno.

    Sei omosessuale.- Sei diversamente eterosessuale.

    Persona disabile. – Persona diversamente abile.

    Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.- Non c’è peggior audioleso di chi vuol esser non udente.

    Porca Vacca! Suino e bovino femmine (di facili costumi)!

    Intervento armato.- Azione di pace. (Elena)

    Basso. – Verticalmente svantaggiato. (Elena)

    Barbone.- Residenzialmente flessibile. (Elena)

    Puttana.- Orizzontalmente accessibile. (Elena)

    Ladro. – Diversamente onesto. (Marco)

    Saccenza. – diversamente intelligente (Piero)

    Insomma potremmo andare avanti per ore (anzi vi invito ad aggiungere la vostra versione allo stupidario politicamente corretto). Quando ci si ferma per un attimo a considerare con ironia questo lessico, il risultato è a dir poco grottesco. È così dannatamente difficile interagire con gli altri senza pregiudizi che alla fine ci si rende pesantemente ridicoli. (fonte semplicemente blog)”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”

  3. e il Sud Tirolo? scrive:

    il presente commento non vuole essere nè un’apologia di reato, nè un’istigazione a delinquere, bensì una mera segnalazione finalizzata ad ispirare una ricerca serena ed equilibrata (così come si fa, ad esempio, in Spagna, relativamente alla guerra civile) sui fatti occorsi in Sud Tirolo/Alto Adige negli anni 60 del XX sec.
    da http://www.altopascio.info:
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    Il manifesto del Seudtiroler Freiheit che ricorda asserite violenze contro i separatisti, terroristi, detenuti negli anni ’60 da parte dei carabinieri suscista nuove polemiche, infatti sulla vicenda è stato aperto un fascicolo in procura e ci sono le proteste del centrodestra di lingua italiana. La deputata del Pdl Michaela Biancofiore ha prospettato in un’interrogazione la richiesta di “dichiarare fuori legge il partito estremista tedesco Suedtiroler Freiheit” e il consigliere regionale di Unitalia Donato Seppi ha annunciato un esposto in procura.

    “Terroristi eroi, carabinieri torturatori”. Si legge nel manifesto, una frase “provocatoria”, il tutto poi vertirebbe in una vera e propria campagna anti italiana, portata avanti in provincia di Bolzano da parte della Suedtiroler Freiheit, il movimento popolare secessionista che da sempre chiede l’autodeterminazione per l’Alto Adige e l’eventuale annessione al Tirolo austriaco.Il manifesto questa volta non è piaciuto per niente e cosi la Procura della Repubblica del capoluogo altoatesino ha avviato un’indagine per vilipendio alle Forze Armate, ad i ha nteressatoi direttamente sara’ il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, che nel pomeriggio, durante un vertice a Roma verra’ deciso come procedere e se sporgere querela per diffamazione.

    La forza politica, ormai ha “alzato il tiro” e, costantemente attacca l’Italia ed anche gli italiani residenti in Alto Adige. Il Suedtiroler Freiheit è capeggiato Eva Klotz, figlia dell’ex terrorista Georg, sarebbe proprio di Eva la scelta dello slogan: “1961-2011 Feuernacht Folternachte” (notte dei fuochi, notti di torture ). I manifesti sono stati fatti stampare in massiccia quantità in occasione del 50esimo anniversario del primo attentato terroristico anti-italiano e mostrano una bella fotografia in bianco e nero degli anni 60 raffigurante la conca di Bolzano, in primo piano un traliccio dell’alta tensione abbattuto e l’immagine di Sepp Kerschbaumer, terrorista condannato ad oltre 15 anni di reclusione. Al centro la scritta, a fianco un berretto da carabiniere con accanto una macchia di sangue. E come se non bastasse il sito della forza politica pare riporti frasi e commenti veramente poco “pacifici”, anche per questo Eva Klotz ed il suo fidato “delfino” Sven Knoll, per altro consiglieri provinciali, insieme al responsabile del sito internet del movimento, Werner Thaler, sono finiti sul registro degli indagati della Procura. I 3 però sostengono che sostengono che i fatti di tortura sono documentati.

    L’Arma sin da allora respinse le accuse di tortura e maltrattamenti sostenendo che i terroristi si procurarono da soli le lesioni. Su questa nuova vicenda etnica e’ intervento anche il presidente della giunta provinciale Luis Durnwalder che ha parlato di “accuse ingiuste ed infamanti ai carabinieri”.
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  4. da il Giornale, 25. IV.10 scrive:

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    I sette fratelli Cervi, antifascisti convinti e attivi, vennero fucilati dai fascisti nel novembre 1943, al poligono di tiro di Reggio Emilia. I sette fratelli Govoni si interessavano poco o niente di politica, soltanto due erano aderenti alla Repubblica Sociale Italiana. Per di più la guerra era finita quando, nel maggio del 1945, insieme ad altre dieci persone, furono uccisi a freddo da ex partigiani.
    La ferocia della vendetta superava quella della guerra. E prosegue, nella dimenticanza, ancora oggi. Provate a fare una semplice ricerca su Internet. Per i fratelli Govoni troverete 12.500 fonti, in gran parte di nostalgici; per i fratelli Cervi ne troverete 121.000, fra cui musei, associazioni, scuole, istituti a loro dedicati.
    Se poi andiamo a vedere la storiografia, non c’è libro sul periodo 1943-45 che non si diffonda sui Cervi, mentre i Govoni sono ricordati degnamente in tre volumi: Il triangolo della morte di Giorgio Pisanò (ristampato da Mursia nel 2007), Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa (Sperling & Kupfer, 2003) e Vincitori e vinti di Bruno Vespa (Mondadori, 2005). È facile dedurre la spiegazione di una simile differenza proprio dal titolo di Vespa: la storia la fanno i vincitori, e guai ai vinti.
    Fausto Bertinotti, non molti anni fa, ha invece voluto dire qualcosa di diverso: «Come vittime i sette giovani Cervi e i sette giovani Govoni, per me sono uguali; come vittime! La differenza consiste che i primi hanno costruito la Repubblica italiana e perciò vanno onorati non come morti, ma come attori di quel cambiamento. Gli altri non hanno fatto niente, sono vittime, ma non come attori della storia. Ci sarà pure una differenza, o no?». Un discorso che non farebbe una piega, se non suscitasse orrore proprio quell’essere stati uccisi benché non avessero «fatto niente». Forse, la loro colpa fu proprio essere sette, come quegli altri fratelli che dovevano essere onorati con una vendetta a freddo.
    Il 10 maggio del 1945 – a Pieve di Cento, non lontano da Campegine, paese dei fratelli Cervi – degli uomini armati bussarono alla porta degli anziani coniugi Govoni, contadini da generazioni, e prelevarono sette dei loro figli; l’ottava si salvò perché, sposata, si era trasferita altrove. Soltanto Dino (41 anni) e Marino (33) avevano aderito alla Rsi, senza peraltro essersi macchiati di delitti o soprusi. C’erano poi Emo (32 anni), Giuseppe, padre di un bambino di tre mesi (30), Augusto e Primo (di 27 e 22 anni). Venne presa anche Ida, che aveva vent’anni e stava allattando un bambino di due mesi. Gli uomini con il mitra dissero che si trattava soltanto di un breve interrogatorio, per raccogliere delle informazioni.
    La vecchia madre, anni dopo, chiedeva ancora disperatamente notizie dei figli a un amico degli uomini che li avevano prelevati. Si sentì rispondere: «Cercali con un cane da tartufi».
    I sette giovani Govoni erano stati buttati in una fossa comune, ad Argelato, insieme ad altre dieci vittime. Quando i cadaveri vennero ritrovati, sei anni dopo, si scoprì che uno solo aveva ferite di arma da fuoco. Portati in un magazzino, tutti erano stati presi a calci, pugni e bastonati per tutta la notte; la mattina dell’11 maggio, sull’orlo di una fossa anticarro, erano stati finiti per strangolamento con un filo del telefono, oppure a colpi di roncole, vanghe e zappe.
    Finora ho usato la parola vendetta, ma la vendetta c’entra poco: il progetto politico dei partigiani comunisti era seminare il terrore per continuare ad avere il controllo della situazione, anche a guerra finita, almeno nelle zone più «rosse».
    Gli autori dell’eccidio, la «Brigata Paolo» venivano da formazioni partigiane comuniste. Il processo, in seguito si concluse con quattro condanne all’ergastolo: ma i quattro erano già stati messi al sicuro, oltrecortina. Cesare e Caterina Govoni, i due genitori, ricevettero dallo Stato una pensione di 7000 lire, mille lire per ogni figlio. Non mi serve fare il conto del corrispondente in euro dei nostri giorni. Sono dolori che niente può pagare.
    Ma, forse, oggi, un rimedio c’è. Si continui a dare il giusto onore ai fratelli Cervi, giustiziati in base a una legge di guerra – un’atroce guerra civile – perché ospitavano in casa soldati stranieri, sbandati o fuggiti dai campi di prigionia. Ma si onori anche la memoria di chi è stato ucciso – senza «avere fatto niente» – per un motivo più abietto: spargere il terrore in tempo di pace.
    http://www.giordanobrunoguerri.it
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  5. "-Pansa chi?-" Tizia, consigliera di quartiere, PDL, da qualche parte a Nord scrive:

    da il Giornale, 31.VII.09 ( S. Ignazio):
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    Lo si può anche leggere come un libro di storia. L’ultimo libro di Giampaolo Pansa, Il revisionista, appena pubblicato da Rizzoli, è l’autobiografia di uno dei più grandi giornalisti italiani, ma è anche l’affresco di mezzo secolo di storia italiana. Pansa parte da Casale Monferrato, la sua città, e c’immerge nell’atmosfera bellica: i rastrellamenti, i partigiani, la persecuzione della comunità ebraica. Poi si va avanti e s’incontrano molti dei personaggi che Pansa ha incrociato nella sua vita e che sono centrali nelle vicende italiane: da Enrico Berlinguer a Fortebraccio, il pungente corsivista prima paladino della Dc e poi del Pci; c’è il principe Junio Valerio Borghese, intervistato ala vigilia del fantomatico colpe di cui sarebbe stato protagonista e il grande Eugenio Scalfari, il fondatore padrone di Repubblica, sempre convinto di essere una spanna sopra gli altri e primo giornalista a osare quel che prima nessuno aveva mai osato: orientare con i suoi scritti la vita politica italiana. Poi, sullo sfondo, c’è la guerra civile e tutte le opere del Pansa revisionista: si comincia con la tesi di laurea, sulla guerra partigiana fra Genova e il Po, e si arriva al Sangue dei vinti e ai romanzi degli ultimi anni. Pansa scopre un’Italia dimenticata, quella che ha perso la guerra civile, ha custodito lutti e dolori nel silenzio, non è mai uscita da una condizione di sudditanza culturale. Dopo la pubblicazione del Sangue dei vinti, Pansa, uomo di sinistra, ha ricevuto più di duemila lettere che gli raccontavano le storie dell’italia che aveva perso la guerra. In particolare, Pansa chiede scusa, con umiltà, a Otello Montanari, il dirigente del Pci di Reggio Emilia che nel ’90, coraggiosamente, contro tutto il suo partito, aveva dato il via alla stagione revisionista che poi, in casa del Pci, voleva dire una sola cosa: ammettere le gravi responsabilità del partito nei massacri compiuti nell’immediato dopoguerra in alcune zone d’Italia, in particolare in Emilia e in Romagna. Nel ’90, quando Montanari aveva dato il via all’operazione revisionista, Pansa gli aveva dato del “fesso d’oro”, ritenendo che Montanari fosse stato strumentalizzato dal Psi nella sua offensiva contro ciò che restava del Pci. Errore. Grave errore. E Pansa diciannove anni dopo si cosparge il capo di cenere.

  6. il caso Ipazia scrive:

    Rino Cammilleri, su Il Giornale del 25.IV.10:

    R icordate il film Le crociate di Ridley Scott? L’autore dichiarò di aver voluto fare un’opera contro tutti i fondamentalismi ma, guarda caso, nella trama solo i cristiani erano cattivi e infidi, mentre i musulmani erano buoni e generosi. Ora è il turno di Alejandro Amenábar, che – testuale – col suo film Agorà ha voluto denunciare, anche lui, i fondamentalismi. Ma, vedi un po’, anche qui i cattivi sono i cristiani. Naturalmente è vero che anche il cristianesimo ha avuto i suoi supporters a mano armata, ma Scott ha dovuto cercarli nel XII secolo e Amenábar nel V. Sì, perché a far problema oggi non è certo il cristianesimo, bensì altre religioni i cui fanatici la mano armata ce l’hanno ancora, e certi registi olandesi ne sanno qualcosa. Così, è più comodo «denunciare» chi non si difende, per cose avvenute mille e rotti anni fa, e pazienza se oggi non è certo la «scienza» ad essere perseguitata bensì il cristianesimo.
    Ipazia, scienziata bella e giovine, trucidata dai cristiani su ordine del vescovo Cirillo ad Alessandria nell’anno 415: questo il mito politicamente corretto. Intanto avvertiamo che prima di Voltaire (1736) Ipazia non se la filava nessuno; sono i philosophes a trarla dall’armadio dei secoli per metterla in quello degli «scheletri» della Chiesa. Nel secolo dei romantici Ipazia diventa la rappresentante del mondo pagano (visto come dorato e tollerante, dove si viveva in armonia con la natura e i suoi dèi) uccisa dal fanatismo monoteista. Nel Novecento eccola proto-femminista contro la «misoginia» cattolica. La verità? Innanzitutto, della sua beltà niente sappiamo: aveva sui sessant’anni quando morì. Scienziata? Suo padre, Teone, si dava da fare coi misteri ermetici e orfici. Lei era neoplatonica e la sua «scuola» era in realtà un cenacolo ristretto in cui si insegnavano «misteri» da non divulgare ai «profani» (infatti, non rimane alcuna sua opera, quel poco che si sa lo si deve ai discepoli). Come neoplatonica era molto vicina al cristianesimo di cui apprezzava le virtù stoiche, tant’è che Sinesio di Cirene, suo alunno e ammiratore, finì vescovo. Come quel Cirillo (santo e Padre della Chiesa) che, secondo alcuni, avrebbe ordinato il linciaggio di Ipazia per odio al paganesimo, alle donne e alla scienza. Macché. Cirillo non temeva affatto i pagani, ormai innocua minoranza, bensì gli eretici (cristiani), che non cessava di contrastare. Suo antagonista politico era il governatore (cristiano) Oreste, il quale, da buon funzionario bizantino e, dunque, cesaropapista, riteneva che la Chiesa dovesse essere sottomessa alla Stato. Il contrasto (ripetiamo: politico) tra i due aveva creato in città partiti contrapposti, fazioni politiche che nell’età bizantina erano la regola.
    Ebbene, in Alessandria tutti sapevano che eminenza grigia di Oreste era la vecchia Ipazia. Nel partito favorevole a Cirillo c’era un gruppo che il santo a stento riusciva a tenere a bada, i famigerati «parabolani», così chiamati dal nome dei gladiatori contra leones aboliti molto tempo prima da Teodosio. Si aggiunga che nella testa del popolino – e nelle dicerie – gli insegnamenti misterici di Ipazia, di cui nulla trapelava, erano diventati chissà quali pratiche di magia nera. Finì che la lettiga con cui gli schiavi portavano Ipazia a spasso venne assalita e lei linciata. Cirillo e Oreste, che non pensavano che le cose sarebbero trascese a tal punto, rimasero così impressionati da affrettarsi a far pace. Oreste, cui l’ordine pubblico era sfuggito di mano, lasciò la città. Rimase san Cirillo con la patata bollente in mano. Morale: se qualcuno si scandalizza del fanatismo di certi cristiani d’antan ricordi che anche Robespierre, Hitler e Stalin erano battezzati cristiani. Hitler era addirittura cattolico.

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