Unità d’Italia: 150 volte no

Cari lettori, quello che vi accingete a leggere è un numero speciale de “Il Cinghiale corazzato”, dedicato ai 150 anni dell’unità italiana. Raccoglie una serie di micro-saggi che il nostro gruppo studentesco ha elaborato nel corso dell’ultimo anno mezzo (grazie soprattutto alla penna di Davide Canavesi) per commentare criticamente la montante marea retorica per l’incombente (e ingombrante) centocinquantenario. E’ un piccolo tributo alla Verità storica (che altri chiamerebbero forse con disprezzo e con volontà riduttiva “revisionismo”) che ci sembra doveroso rendere pubblico qui, nell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Sopperiamo con questo ad una mancanza delle nostre autorità accademiche, di molte cattedre di storia del nostro Ateneo, spesso distratte e imbalsamate in ricerche erudite o forse, ancora di più, ideologicamente complici e conniventi con la Rivoluzione Italiana. Lo facciamo con umiltà, con la consapevolezza delle nostre poche forze e con il mesto orgoglio di essere purtroppo gli unici a farlo.

Il cosiddetto “Risorgimento”, oltre ad avere impastato insieme, in una folle alchimia politica, popoli dalle storie, dalle lingue, dalle tradizioni e dai caratteri diversi, è stato condotto essenzialmente contro due obiettivi principali: contro la Chiesa cattolica, i suoi diritti, le sue prerogative, la sua Libertà e contro i popoli italiani, le loro tradizioni, i loro usi e costumi, quell’antico sistema di libertà e guarentigie locali che garantiva ad ognuno uno spazio piccolo o grande, all’interno di una società coesa e veramente organica.

Pur essendo scritto per quelli che tra voi avranno voglia, tempo, attitudine e interesse per leggere comprendere o riflettere, questo numero de “Il Cinghiale corazzato” è redatto essenzialmente per altri.

Non certo per quelle officine culturali che hanno creato, manomettendo spesso storia, letteratura e buon senso, il sentimento nazionale italiano (e a coloro che continuano ancor oggi questo “sporco lavoro”, sia in chiave unitaria che in chiave “federalista”): a costoro va infatti tutto il nostro disprezzo. Non è scritto nemmeno per tutti quelli che in buona fede hanno aderito, combattuto e sofferto in quegli anni per questa “italia”, maschera carnascialesca fatta indossare a viva forza alla vera Italia, plurima e disunita, da sempre nelle sue mille diversità, nei suoi tanti campanili e nelle sue tante bandiere. A costoro che la retorica risorgimentale, sia essa affidata a stanchi ripetitori istituzionali o a guitti d’avanspettacolo lautamente prezzolati, chiama “martiri” o eroi”, va solo il nostro pensoso silenzio e nulla più. Questo numero de Il “Cinghiale” è scritto invece per quelli che hanno combattuto, da Custoza a Solferino, da Lissa al Volturno, da Castelfidardo a Mentana, contro il progetto della rivoluzione italiana, contro nemici spesso soverchianti e blindati dall’appoggio pavido e complice della “comunità internazionale”, dalla disinformazione delle gazzette, dai soldi delle Logge: a tutti costoro va il nostro rispetto e questo inadeguato omaggio.

Scriviamo per Voi, soldati dell’Impero o austro-lombardi e austro-veneti, modenesi, parmensi, granducali, zuavi e soldati del Papa Re e delle Due Sicilie, per voi, briganti e contadini, assassinati da piemontesi o dalla truppaglia garibaldesca che vi voleva portare una civiltà inesistente, una bandiera posticcia, un re di cartapesta. Scriviamo per Voi gesuiti scacciati, preti assassinati, vescovi incarcerati, religiosi vilipesi, altari profanati, reliquie disperse, ostensori lordati (come nelle peggiori rivoluzioni novecentesche). Scriviamo per Voi, patrioti di patrie perdute che siete affidati al ricordo e alla penna di pochi scrittori mentre a generali stragisti, ragazzini plagiati, avventurieri tagliagole, ladri di cavalli, ministri senza scrupoli e senza onore, massoni impenitenti, scribacchini d’occasione, preti “ammodernati” o ribelli si intitolano strade e scuole (pubbliche).

Scriviamo per Voi che gli scompensi economici e le follie del progetto unitario hanno portato all’emigrazione, per gli assassinati dei tanti La Marmora, Cialdini e Bava Beccaris, e per i tanti bravi “terroni” e “paisan” costretti a morire su monti gelidi e fangosi, pensateci un po’,…per Trento e Trieste.

Come tutte le creazioni umane (in questo caso assai difettose) , l’italia-stato finirà (presto o tardi), ma a Voi chi renderà il nome, la memoria e la felicità perduta?

Un’altra giustizia certamente, lontana dalle pavidità e dai calcoli degli uomini servili e sciocchi. Per la memoria invece ci stanno provando in questa martoriata penisola, in perenne tensione tra commedia e tragedia, tra funerale e carnevale, tante persone di buona volontà. Gli ultimi siamo noi.

Duri per durare

Piergiorgio Seveso

tratto da “Il Cinghiale corazzato”, foglio di informazione e cultura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica, numero 36, Inverno 2011, Speciale Antirisorgimento

Comments (17)

 

  1. il tazebao scrive:

    il programma è ottimo. a tal proposito, la contestazione dei plebisciti unitari risulta doverosa. in un quadro di brogli, mancanza di alternative nel quesito plebiscitario (“volete voi l’annessione alla Sardegna?”, in buona sostanza), mancanza di segretezza nel voto (le famose urne del sì e del no in piazza a Napoli), si aggiungano operazioni degne della moderna intelligence:
    “un certo appoggio (alle operazioni di voto, ndr) era venuto da un agente segreto di Cavour, che dopo aver raggiunto Firenze con ottanta carabinieri sotto mentite spoglie, vi aveva aizzato la popolazione. stando alle memorie di questo agente segreto, apparse nel 1861 a Bruxelles successivamente alla morte di Cavour, dopo la riuscita dell’azione egli incassò da Boncompagni (figura del governo provvisorio, ndr) 6000 franchi ” da Franz Pesendorfer, La Toscana dei Lorena, Sansoni pg.189.
    Leopoldo II, onde evitare spargimenti di sangue, scelse la via dell’esilio, prefigurando nel marchese Bettino Ricasoli intere generazioni di politici italiani (gli disse, infatti:”- lei marchese ha tre facce, ed una di scorta!-”).
    giuseppe corsi firenze

    ps: nella Grande Guerra, nota anche come IV guerra d’indipendenza italiana, molti contadini pensavano che Trento e Trieste fossero un uomo ed una donna prigionieri degli austriaci ( niente male per una reale e sentita condivisione di interessi e ideali!)

  2. giuseppe.corsi.fi@gmail.com scrive:

    LA LOGGIA DEL PORCELLINO
    “se siam bravi e siam cortesi son felici i piemontesi;
    ma con questi sulle rive d’Arno capitati
    finiremo alla Specola impagliati”.

    (la Specola è il museo antropologico e naturalistico; mi dispiace per Oneto e Gioventura piemonteisa, ma così è).
    con queste parole i popolani fiorentini accolsero la scelta della propria città a capitale del nuovo regno. Come mai?
    Il costo della vita salì alle stelle; il centro medievale subì uno sventramento simile a quello della vecchia Milano, penso zona Galleria (con il risultato che al centro degli antichi cardo e decumano della colonia romana troviamo l’odierna piazza della Repubblica, degna espressione dell’edilizia-regime della Parigi di Napoleone III e della Torino del galantuomo. Una generazione più tardi, Giovanni Papini l’avrebbe chiamata “Piazza Vittorio, Piazza Rottorio”). Dallo sventramento del centro cittadino, nonché dell’antico Ghetto (da almeno cent’anni già abbandonato dagli Ebrei, emancipati da Pietro Leopoldo), e dalla distruzione delle mura cittadine (l’ultima cerchia medievale, la V, di Arnolfo di Cambio, metà XIV sec.), nacque una “torta” di speculazione edilizia, interamente appannaggio della società anonima (la spa ottocentesca) denominata LaFondiaria.
    In questa mia filippica, per qualcuno senz’altro etilica, sono in buona compagnia:
    dello scrittore Guido Carocci e del pittore Telemaco Signorini, che all’epoca denunciarono l’immane scempio (mentre ritraeva gli scorci destinati all’oblio, il Signorini si sentì apostrofare da un conoscente così: – “che fai, Telemaco, piangi sulle porcherie che vanno giù?_” così rispose: “-no, piango sulle porcherie che vengon su.”;
    dello storico dell’arte Chastel, che nella sua storia dell’arte italiana, Sansoni ed., afferma che l’Italia unita è un po’ povera sul piano dell’invenzione architettonica (e, aggiungo a mio avviso, tale rimane fino allo stile Piagentini);
    del Collodi, che si pentì delle sue “caldane” risorgimentali e guardò con simpatia quei “codini”, reazionari, che si ostinavano a chiamare ancora piazza del Granduca la nuova piazza della Signoria;
    del popolano Làchera, venditore di pere cotte. Ad unità avvenuta, soleva dire in pubblico: “- doveva essere tutto d’oro, porconi, ma per loro-”. (si riferiva a nuova dinastia, patrioti, romanticume vario).
    Con l’afflusso della burocrazia unitaria da tutta Italia, poi, selezionata con criteri “darwiniani” (come la pentola di fagioli di Curzio Malaparte: quelli bacati vengono a galla!) la città inizia a perdere le sue caratteristiche più genuine ( si forma così l’immagine fasulla del fiorentino “puzza-al-naso” o falso e cortese, che tanta fortuna ha ancora oggi in Italia. Con il bel risultato che il foresto a casa mia, alla fine, sembro io!).

  3. admin scrive:

    Grazie. Son tutti contributi splendidi e molto ben scritti. Luca

  4. l'acchiappabischeri scrive:

    propongo all’attenzione di tutti la trilogia di Mario Costa Cardol, edita da Mursia:
    Venga a Napoli signor Conte
    Ingovernabili da Torino
    Va pensiero su Roma assopita
    a tratti emerge la formazione piemontesista dell’autore (tipo la rettitudine del D’Azeglio etc. interessante però che si parli dei Savoiardi veri e propri, oggetto di cessione, alla faccia del cd liberalismo, alla Francia); sulla Toscana poco o nulla; però il mio giudizio resta positivo

  5. l'acchiappabischeri2 scrive:

    segnalo inoltre:
    Renè Grousset, Storia delle Crociate, piemme
    Arturo Basso,Beato Marco d’Aviano, messaggero Padova
    Claude Mutafian, Metz Yeghèrn (il grande male,ndr). breve storia del genocidio degli Armeni, ed. Guerini
    Rino Cammilleri, La vera storia dell’Inquisizione, piemme
    Rino Cammilleri, Sherlock Holmes e il misterioso caso di Ippolito Nievo, piemme
    Louis de Wohl, L’ultimo crociato- il ragazzo che vinse a Lepanto, Bur

  6. lo Zibaldino scrive:


    “Daghe dentro Nino, che i butemo a fondi!”. così il comandante della flotta austriaca Von Tegetthoff si sarebbe rivolto al timoniere della Ferdinand Max, Vincenzo Vianello, al momento di ordinare la manovra di speronamento della Re d’Italia, in quella lingua veneta che era lingua franca della marina austriaca. e “viva S.Marco” fu il grido che risuonò sulla flotta vittoriosa alla fine della giornata.
    ” il risorgimento e le sue storie , allegato a il Giornale, f. 16, pg.177

  7. chi sono i veri "parrucconi" e retrivi? scrive:

    nell’ 800 le condizioni igieniche erano critiche in tutta Europa: gettare la sporcizia in strada era ancora la norma. a Bagni di Lucca ( il ducato di Lucca fu annesso alla Toscana nel 1847 in base al congresso di Vienna.per tale ragione, fu sfiorata la guerra con Modena, che ricevette- per bilanciamento- Pontremoli, territorio della repubblica fiorentina dal XIII sec. per chi non lo sapesse, il resto della Lunigiana era territorio modenese),
    una povera vecchia non si accorse che sotto casa sua passava Leopoldo II e lo imbrattò. vistolo, si precipitò a chiederne il perdono ma Leopoldo, sorridente, la rassicurò, esclamando:
    “- meno male ero io, perchè se fosse stato un suddito inglese a quest’ora avremmo una dichiarazione di guerra da Londra!-”.
    gc

  8. il bel regalo della Castiglione scrive:

    sollecitando un dibattito geopolitico sul tema, penso che Napoleone III, visti i brillanti risultati ottenuti (rispetto ai disegni originari) in Italia e in Messico, sia definibile come “utile udiota” ( vecchia categoria leninista) . o no?
    Theoden di Rohan

  9. il bel regalo della Castiglione2 scrive:

    errata corrige: utile idiota

  10. un cinghiale con la lente scrive:

    Gli stati preunitari si chiamano, in filatelia, stati antichi. La “vexata quaestio” su quale sia il primo francobollo italiano viene risolta dalla maggioranza (chi l’avrebbe mai detto, è una vera sorpresa!) a favore del regno di Sardegna ( primi mesi del 1851), in quanto il Lombardo-Veneto (1850) viene liquidato come stato d’occupazione straniera. A tal proposito, chiedo al Cinghiale di indire su queste pagine un bel referendum!
    La serie lombardo-veneta 1850-57 riporta lo stemma Asburgo-Lorena (eredità del matrimonio tra Maria Teresa d’Austria e Francesco Stefano di Lorena, granduca di Toscana dopo l’estinzione dei Medici con Gian Gastone), caricato sull’aquila bicipite; seguono le serie con effigie in rilievo di Francesco Giuseppe, volta a sinistra, 1858-62, a destra, 1861-62, e di nuovo l’aquila bicipite (1863). il valore è riportato in “Soldi”.
    per il regno sardo v’è il “re galantuomo” di profilo dentro una cornice ovale, appunto 1851( e così sarà per i territori annessi al nuovo regno d’Italia). Seguono: le poste modenesi, 1852, con l’aquila coronata estense;
    Parma, 1852, con il giglio borbonico racchiuso in un cerchio;
    Toscana, 1851, con il Marzocco coronato (il Marzocco è il leone sacro di Marte, secondo l’antica araldica della Repubblica Fiorentina, la quale dietro Palazzo vecchio, nell’attuale via dei Leoni, installò un serraglio con il re della foresta. Ed il povero animale visse anche a lungo, morendo sdentato e spelacchiato!);
    stato pontificio, 1852, con il triregno e le chiavi decussate (una curiosità:esiste il francobollo da 20 Bai, con le cifre dentro un rettangolo, e il territorio, “Romagne”, riportato in calce, del 1859);
    Napoli, 1858, caricato con gigli, Trinacria e cavallo, e Sicilia, 1859, con l’effigie di Ferdinando II.
    Negli anni ’50 del XX sec. vi sono stati i centenari, ovvero le riproduzioni dei suddetti nel francobollo delle Poste Italiane dedicato a ciascun stato. Volete ridere? Nel catalogo Bolaffi del 1970, non trovo comunque un centenario del Lombardo-Veneto. Curioso……………………….
    gc

  11. beh, mi sarebbe costato una discreta fatica scriverlo sui muri scrive:

    in “Perfido ottocento.16 picole cronache”, di Sergio Anselmi, de Il Mulino, si trova, in “Rivoluzione”, una vicenda molto istruttiva. È quella di Alvaro Barabicchi, “garzone di ciabattino, inchiodato ad un graveolente deschetto con due vecchi scarpari” . Siamo a Scorzano, paese della legazione di Fermo, nello Stato pontificio. Il poveretto vi conduce una vita grama, tra i fumi degli acidi, delle colle e delle resine, tra crudeltà di paese varie ed assortite (ad opera del curato latifondista, dei benestanti del capoluogo etc.). nel 1849 il Nostro si ritrova a Foligno con altri volontari: un garibaldino li conduce a Roma. Il quadro è molto interessante: “i romani continuavano nelle loro faccende”; “era curioso vedere alcuni religiosi con la camicia rossa indossata sul saio o sulla veste, andare in giro con fucile e bandoliera, inneggiando a Dio e al Popolo”. L’avventura finisce male: mentre i più furbi, con la nomea di “moderati”, trovano asilo nel regno sardo, Alvaro, ruminando contro gendarmi, preti e padroni, non vuole tornare più a casa e si rifugia a Corfù, da dove viene espulso come indesiderato dal governatore britannico.
    Con due camerati il garzone ripara in Sicilia, tra le campagne di Ficuzza e Donna Giacoma. Le imprese alla Robin Hood non vengono capite dai poveri locali, destinatari- almeno nominalmente- dei proventi del brigantaggio da strada. I tre stranieri (parlano infatti una lingua forestiera) vengono traditi dai loro “protetti” e il tribunale del barone Don Corlèo, di Corleone, ne decreta la fucilazione sommaria. A Scorzano,dopo il 1860, eressero una statua al “generoso garibaldino morto in esilio per la patria redenzione”.
    E di sicuro sarà andata così anche nelle valli di Bergamo-città-dei-mille: si sarà sparsa la voce, tra i giovani, che qualcuno stava cercando volontari, offrendo una divisa, vitto e soldo giornaliero. Mi direte che da Neanderthal in qua è sempre stato così: bene, ma allora perchè fare il santino di Garibaldi?
    Ps: a pensare su queste rivoluzioni-gioco per ricchi, che perdurano fino agli anni ’70 del xx sec., mi domando sempre: chissà quante vittime strumentalizzate dai cattivi maestri di turno (non vedo perchè dovrei essere l’unico bischero, nel contesto odierno che durerà ancora mesi, a non far domande retoriche e ovvie)?

  12. lo Zibaldino scrive:

    SE NON CI FOSSE DA PIANGERE CI SAREBBE DA RIDERE

    da rinocammilleri.com:

    Pierluigi Baima Bollone, citando A. M. Di Nola, riporta un’abitudine di Vittorio Emanuele II: lasciava crescere l’unghia dell’alluce per un intero anno, poi la tagliava e la affidava al suo orafo «affinché le incastonasse in oro e diamanti, per poi farne dono alle sue amanti». Di tali gioielli se ne contano una quindicina. La domanda è: che scarpe portava, il re, in simili circostanze? (cfr. “Esoterismo e personaggi dell’Unità d’Italia”, Priuli & Verlucca, p. 264).

  13. e alura speriamo si reincarni in una capra! scrive:

    ibidem, rinocammilleri.com
    “MAZZINI
    April 28th, 2011 | Categoria: Antidoti
    «Dalla qualità delle azioni compiute dall’uomo sulla terra come anche nelle altre esistenze, dipendono le condizioni dell’esistenza seguente e quanto meglio avremo agito tanto più presto si compirà il nostro pellegrinaggio». Cavo questa citazione di Mazzini dal libro di Pierluigi Baima Bollone “Esoterismo e personaggi dell’Unità d’Italia” (Priuli & Verlucca, p. 225). Si tratta di una chiara affermazione del «karma», la forza trascendente che condiziona il «samsara», cioè la catena delle reincarnazioni che si concluderà nel «nirvana». Se si compiono delle cattive azioni, ci si reincarna in un essere inferiore (una donna, un animale…). Se si agisce diversamente, si sale di grado e si accorcia la catena, così che si possa, al più presto, chiudere il ciclo e rientrare nel Nulla. Mazzini, comunque, non era buddista né induista. La sua Religione dell’Umanità Progressiva era un mix piuttosto confuso di tutte le religioni e credenze, spiritismo compreso.

    ndr: ma le compagne femministe, tanto attratte dalle filosofie orientali, cosa pensano della donna vista come essere inferiore in cui reincarnarsi?

  14. Lo Zibaldino scrive:

    da Il cimitero di Praga, U. Eco, pag.138:
    “il generale (Garibaldi, ndr) lo incontrerete presto, mi ha detto Dumas, e al solo parlarne il suo viso si è illuminato di ammirazione. con la sua barba bionda e gli occhi azzurri sembra il Gesù dell’ Ultima Cena di Leonardo…………………………………………………..”.
    ed in effetti furono stampati veri e propri “santini” con l’effigie del “Grande Millantatore”. la fonte qui presente è un romanzo; eppure, quanti storici hanno dato simile parere. Ma come si fa a fare storiografia così?

  15. Tirteo scrive:

    un’osservazione per il filatelico: il francobollo da 20 baj, o baiocchi, delle Romagne è stato emesso non dallo stato pontificio, bensì dal governo provvisorio di annessione. con simpatia

  16. può servire? tranquilli, non mi pagano scrive:

    da radicicristiane.it:

    “”
    RC n. 55 – Giugno 2010
    La tragica morte di Ippolito Nievo
    Cesaremaria Glori – Solfanelli, Chieti 2010, pp. 168, € 12

    Se Ippolito Nievo è noto come autore de Le confessioni di un italiano, meno noto è come uomo e soldato (partecipò alla spedizione di Garibaldi contro il Regno delle Due Sicilie). Ma ancor meno nota è la sua fine. Ma andiamo con ordine: durante l’impresa garibaldina fu nominato viceintendente, il che comportava la responsabilità dell’amministrazione del corpo di spedizione e, in seguito, dell’esercito meridionale. Un incarico pieno di responsabilità questo, suscettibile di critiche che divennero malevole e spesso calunniose nella lotta fra le fazioni che vedevano contrapporsi Cavour e Garibaldi. Fu proprio per difendersi da queste calunnie, che avevano trovato nella stampa dell’epoca una tribuna ascoltata e temuta, che Nievo fu costretto a redigere un Rendiconto nel quale dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato suo e di tutta l’Intendenza. Fare ricorso a quella stesura fu una mossa corretta, tuttavia nel fascicolo erano contenute notizie riservate, della specie che non sarebbe stato opportuno rivelare.

    E veniamo al punto, ottimamente ricostruito da Glori che si è avvalso di materiale di archivi militari: Nievo partì da Palermo con il vapore Ercole la sera del 4 marzo 1860; a bordo c’erano 80 persone tra equipaggio e passeggeri e, custodito in una voluminosa cassa, il Rendiconto con tutti i documenti giustificativi che lui aveva predisposto. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi del Governo di Londra, aveva cercato di dissuaderlo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il viceintendente non era uomo dall’abbandonare né il suo equipaggio né il prezioso carico, e non comprese il criptico messaggio dell’annunciato disastro. Non sapeva che quel rendiconto non doveva vedere la luce, perché avrebbe rivelato l’ingerenza pesante del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. L’Intendenza aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre d’oro turche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali e delle alte cariche civili borboniche: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica. La reazione fu tardiva, lacunosa e minata dalla sfiducia aggravata dal tradimento di molti, senza il quale il più grande e agguerrito Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto.

    La mattina successiva la nave si inabissò, quand’era già prossima al golfo di Napoli. Scritto con rigore di studioso, ma affascinante come un “giallo”, il saggio contribuisce a dare una nuova luce sugli aspetti meno noti del Risorgimento italiano, al cui 150° anniversario stiamo avvicinandoci forse senza un adeguato approccio critico.
    (RC n. 55 – Giugno 2010)

  17. DOVE DEVO ANDARE IO, UN TROTTA? scrive:

    ECCO COSA SI DOVREBBE REALMENTE FESTEGGIARE IN ITALIA!

    da rinocammilleri.com:

    «Quando i reggitori della Repubblica di San Marco, tremanti di paura alle minacce francesi, strappavano le gloriose insegne del leone alato e supplicavano pace, i contadini del veronese gridavano Via San Marco! e morivano per esso in quelle Pasque che rinnovarono i Vespri. Quando, sotto il cumulo di umiliazioni patite da prepotenti francesi e da giacobini paesani, Carlo Emanuele avvilito abbandonava Torino, i montanari delle Alpi, i contadini piemontesi e monferrini continuavano disperatamente la resistenza allo straniero. Quando nella Lombardia gli Austriaci si ritiravano incalzati dai Francesi, i contadini lombardi a Como, a Varese, a Binasco, a Pavia osavano ribellarsi al vittorioso esercito del Bonaparte, sfidando la ferocia della sua vendetta. Quando il mite Ferdinando III di Toscana era licenziato dai nuovi padroni e i nobili fuggivano, e i Girella, democratici improvvisati, venivano fuori con la coccarda tricolore, i contadini toscani insorgevano al grido di Viva Maria! Quando nelle Marche scappavano generali e soldati pontifici e il vecchio Pontefice arrestato era condotto via da Roma sua, non i Prìncipi cattolici osarono protestare, non Roma papale insorse ma i contadini dai monti della Sabina alle marine marchigiane caddero a migliaia per la loro fede e per il loro paese. Quando vilmente il re di Napoli con cortigiani, ministri e generali fuggiva all’avanzarsi dello Championnet, soli, i montanari degli Abruzzi, i contadini di Terra di Lavoro, i Lazzaroni di Napoli si opposero all’invasore in una lotta disperata e sanguinosa» (Niccolò Rodolico). Quella che avete letto è la «quarta di copertina» de «Le insorgenze. L’Italia contro Napoleone» (I Quaderni del Timone) di Oscar Sanguinetti. Un sunto dettagliato, comodo da avere sottomano. La prima, vera, Resistenza italiana.

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