“Rassegna stampa Febbraio-Marzo 2011″

13 aprile 2011
144° Conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
In questa rassegna stampa sono stati analizzati i seguenti articoli:
Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 7 febbraio 2011 (festa di San Romualdo)
Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 14 febbraio 2011 (festa di San Valentino)
Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 26 febbraio 2011 (festa di Santa Margherita da Cortona)
Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 10 marzo 2011 (festa di Santi Quaranta martiri)
Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 17 marzo 2011 (festa di San Patrizio)
Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” dell’ 8 aprile 2011 (festa di San Dionigi)
“Siria: la guerra dei media” di Simone Santini (Fonte: http://www.clarissa.it )
“Come bloccare i “neocons” Sarkozy e Cameron: la proposta dell’Unione Africana”
di Claudio Moffa (Fonte: http://www.claudiomoffa.it)
“Libia: l’impero contrattacca” di Alejandro Kirk (Fonte: http://www.eurasia-rivista.org)
“Fare la guerra con Gheddafi e non contro Gheddafi” di Pietro Ancona (Fonte:
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/)
“La lingua di legno” di Giulietto Chiesa (Fonte: http://www.megachip.info/)
“La fine della sovranità italiana” di Pino Cabras (Fonte: http://www.megachip.info/)
“Si vis pacem, fac bellum” di Matteo Simonetti (Fonte: http://www.movimentozero.org/)
“Una Europa di Popoli”di Eva Klotz – Federico Cenci (Fonte: agenziaitalia)
“Pronto in tavola un piccolo Iraq, a due passi da Lampedusa” di Carlo Bertani (Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/)
“Bahrain: ex detenuti denunciano “apparato di tortura” britannico” di Finian Cunningham
(Fonte: http://www.eurasia-rivista.org)
“Il mito della creazione delle Nazioni Unite di Israele” di Jeremy R. Hammond
(Fonte: http://www.eurasia-rivista.org)
“Striscia di Gaza, febbraio: 7 palestinesi uccisi e 46 feriti” di Saed Bannoura (Fonte: http://andreacarancini.blogspot.com/)
“Il mondo applaude mentre la CIA affonda la Libia nel caos”di David Rothscum
(Fonte: http://sitoaurora.splinder.com/)
“Libia: previsioni per il week end”di Gianluca Freda (Fonte: http://blogghete.altervista.org/joomla/)
“Afghanistan, altri nove bambini morti in un raid Nato”di Enrico Piovesana (Fonte: http://it.peacereporter.net/)

Comments (12)

meglio saltare i tg e vedere i programmi della rete, ma SENZA IL SONORO. e accorgersi che Fabio Fazio è il sosia del tiranno siriano Assad, che Santoro parla con le mani e pensa con i piedi, che la Gruber non parla ma sgomma con le labbra da cm 8 e 1/2 di spessore……..la Tv muta insegna più della Tv sonora.
Marcello Veneziani, 13 .IV.11 Il Giornale
” DA LA BUSSOLA QUOTIDIANA:
Gli Apache sul piede di guerra
di Riccardo Cascioli06-05-2011
Tra le tante critiche piovute addosso al presidente americano Barack Obama per la gestione del blitz in cui è stato ucciso Osama bin Laden, la più curiosa è certamente quella degli indiani d’America, decisamente arrabbiati perché l’operazione ha avuto il nome in codice di “Geronimo”, il grande capo Apache.
A farsi interprete del malumore è stato un pronipote dello stesso Geronimo, Harlyn Geronimo, oltretutto un veterano del Vietnam, che ha scritto a Obama rimproverandogli di aver dato il nome del suo bisnonno a un’operazione contro “un terrorista che ha ucciso migliaia di persone”. “E’ un insulto e un errore”, scrive Harlyn Geronimo: “Ribattezzare un’operazione per eliminare o catturare Osama bin Laden con il nome di Geronimo è un errore storico, infamante per un capo indiano-americano e un grande spirito umano”. Harlyn chiede anche che il nome del bisnonno venga cancellato dai documenti ufficiali sull’operazione condotta in Pakistan.
E’ davvero paradossale che il primo presidente nero degli Stati Uniti incorra in una gaffe così clamorosa nei confronti di una minoranza. Peraltro se non verranno fatte le scuse e accolte le richieste di Harlyn Geronimo, gli indiani d’America da ora in poi si riferiranno a Obama chiamandolo presidente Bingo Bongo.”
Libero, 11.XII.10:
“la filosofia di Umberto Eco è una tardiva riproposta del nominalismo in versione scettica e relativista: la verità (quindi la realtà) non esiste, esistono solo i nomi e la loro coerenza è soltanto grammaticale. vorrei vedere la faccia di Eco se Bompiani gli dicesse:
“- diritti d’autore? ma sono un nome, perchè li cerchi sul conto corrente?-”
Cesare Cavalleri
Caro Seveso, perchè non inauguri una rubrica di denunce inutili ma doverose (il titolo che qui sopra ti suggerisco non mi sembra male)? scusami se, al contrario degli altri lettori, mi autocito:
in Borgo Albizi, a Firenze, c’è una lapide che ricorda un miracolo di S. Zanobi, copatrono della città. Che si creda o meno a tal miracolo, ovvero la Resurrezione di un fanciullo, la lapide è molto antica e quasi coeva dell’episodio (V sec. d.C.). addirittura compare come intestazione la formula greca “siùn Theò” (con Dio). Un deficiente, che forse si annoiava, ha sporcato il lato destro di questa lapide con vernice spray. Ma fino a quando dovremo sopportare queste angherie?
la segnalazione, inutile, risale al settembre MMX
g
da italianiliberi.it:
”
Sguardo sull’Europa
di Ida Magli
ItalianiLiberi | 11.04.2011
Guardiamola, dunque, quest’Europa! E’ davvero ripugnante. Ripugnante per la sua vigliaccheria, per la sua infame ipocrisia, per la sua proditoria aggressione a popoli infinitamente più deboli quali gli Africani, ma soprattutto per la sua volontà di uccidere i propri cittadini e la loro civiltà addossando loro anche il costo dell’omicidio.
Che fine ha fatto l’Unione europea? Si è dissolta. Nessuno delle migliaia di politici che risiedono a Bruxelles ha neanche ricordato, in questi giorni di negazione bellica della fondazione “pacifista” dell’EU, di aver trionfalmente nominato soltanto pochi mesi fa, a completamento della costituzione-trattato di Lisbona, un ministro degli Esteri, per giunta britannico a sottolinearne la forza e l’importanza (la baronessa Ashton) con l’assunzione di ottomila funzionari per l’apertura di ambasciate in ogni paese del mondo. La politica estera ogni Stato se la fa per sé.
L’Unione era un bluff e serviva a rendere l’Europa oggetto passivo della conquista islamica, in base alle leggi e normative appositamente predisposte: eliminazione dei confini e dei controlli doganali per le persone e per le merci; rigorosissima protezione degli stranieri contro gli interessi, di qualsiasi genere, degli abitanti; mandato di arresto europeo per “reati” inesistenti come il razzismo, ma inventati anche questi per difendere gli stranieri e severamente perseguiti tramite la Lega Antidiffamazione e le sue diramazioni. Tutte cose che ormai sappiamo a memoria e che, se stupiscono, è perché non si riusciva a credere fino in fondo che i governanti d’Europa avessero davvero come unico scopo, nel costruire l’Unione, la distruzione dei propri Stati, insieme alla morte culturale e fisica dei loro Popoli.
Adesso ne abbiamo delle prove talmente evidenti che è impossibile sbagliarsi. La Francia ha aggredito la Libia e la Costa d’Avorio, mandando in frantumi perfino il tabù della parola “guerra”, senza neanche consultarsi con i tanto amati “fratelli” europei. Ma nessuno creda che i politici non conoscessero bene i motivi che hanno preparato e scatenato l’attacco: le pseudo ribellioni praticamente contemporanee di tutti gli Stati nord africani sono state istigate e finanziate dagli Stati Uniti per avere un’ apparenza di giustificazione “democratica” nel mettervi i piedi, collocarvi governi di suo gusto, e non andarsene più. E’ una vecchia e consolidata strategia americana quella di provocare guerre “democratiche” e non vincerle mai del tutto. Servono esclusivamente per potervi rimanere e occupare per sempre il suolo straniero. Perdite di vite? Enormi spese militari? Immagine negativa? Ma certo. Queste sono tutte cose che pagano i sudditi, quelli americani e quelli dei paesi associati alle sue imprese; per l’America quello che conta è essere presente per omologare a se stessa a poco a poco tutti i popoli, oltre ovviamente ad impadronirsi del loro petrolio o delle loro miniere.
La conseguenza inevitabile, però, per gli Stati europei che le si affiancano, è il travaso in Europa delle popolazioni africane. Neanche se supponessimo di essere governati da totali idioti, potremmo credere che non avessero messo nel conto che, bombardandoli a casa loro, sarebbero scappati da noi. Anzi, dato che radunare i soldi per il viaggio richiede una lunga preparazione, gli è stato soltanto offerto il momento e l’occasione propizia.
Quello che sta succedendo nella gestione degli immigrati tunisini fra Italia e Francia rappresenta soltanto una piccolissima prova della macroscopica menzogna con la quale è stata costruita l’Unione europea: siamo uguali, siamo fratelli, abbiamo la stessa patria, la stessa cittadinanza, lo stesso territorio, la stessa moneta, ci vogliamo tanto bene, non ci faremo mai più la guerra. Ce la faremo, invece (questa è una facile previsione), ma costituirà soltanto l’ultima fase della nostra agonia. Lo scopo sarà stato raggiunto: distruggere l’Europa della civiltà, della scienza, della filosofia, dell’arte, del cristianesimo, del diritto, della bellezza, e mettere al suo posto l’Europa degli Africani, ossia di chi non ha mai prodotto “pensiero” e che quindi non sarà di nessun ostacolo a coloro che stanno appunto, in silenzio, aspettando di veder passare lungo il fiume il cadavere europeo: la Russia e la Cina. Sarà un grave indebolimento anche per l’America, questo è certo. Anche gli Americani, infatti, non sanno “pensare”: sono stati quasi soltanto gli immigrati dall’Europa – Tedeschi, Francesi, Italiani – a dare il massimo contributo alla produzione intellettuale americana. Cosa di meglio, però, possono sperare popoli che sanno pensare quali i Russi e i Cinesi?
Ida Magli
Roma, 11 aprile 2011
“
da “la bussola quotidiana”:
“Gesù, cosa ho fatto?”. Rock star sconvolto dall’aborto di suo figlio
di Raffaella Frullone10-05-2011
“Gesù, che cosa ho fatto?”. Disperate, angosciate, terrorizzate, sono le uniche cinque parole che giravano vorticosamente in testa ad un padre l’attimo dopo aver assistito all’aborto del figlio. Non un padre qualunque, non un inesperto adolescente, non un uomo timido e insicuro alle prese con una situazione che non sapeva gestire, non un cattolico fervente la cui donna aveva deciso per due, no. Il grido silenzioso di rimorso è quello di Steve Tyler, rock star di fama internazionale nonché leader degli Aerosmith.
Era il 1975 , anno dei primi travolgenti successi per il gruppo, esploso, anche sotto il profilo commerciale, con Toys in the attic, che ha venduto circa 8 milioni di copie, Sweet Emotion e Walk this way. Tyler , allora 27enne, si era trasferito a Boston ed aveva voluto con sé la giovanissima fidanzata Julia Holcomb. La ragazza allora aveva solo 14 anni e per consentire la convivenza tra i due, i genitori di Julia avevano firmato un permesso per affidare a Tyler la custodia legale della figlia.
A distanza di 35 anni, la vicenda viene a galla dalle pagine dell’autobiografia del gruppo, “Walk in this way”, curata da Stephen Davis e da poco disponibile nelle librerie americane. Secondo quanto riportato nelle pagine del libro, Julia rimase incinta e l’enturage degli Arosmith convinse Tyler a prendere l’unica strada ragionevolmente possibile: quella dell’aborto. Un’esperienza di cui Tyler stesso parla proprio nel volume: «Ero davvero in crisi. Per me era un momento importante, stavo costruendo un progetto di vita con una donna, ma ci convinsero che non avrebbe mai funzionato e che avrebbe rovinato le nostre vite». Tyler e Julia si lasciano convincere ed è proprio la rock star a descrivere con poche, crude parole il momento che davvero segna la reale rovina delle loro vite. « E’ semplice. Vai dal medico, si mette un ago nel ventre della mamma, e viene iniettato il veleno. Tu resti lì, a guardare. Poi tirano fuori il bambino, morto. Pochi minuti. Ero devastato, nella mia testa continuavo a ripetere “Gesù, cosa ho fatto?” ».
A descrivere lo stato d’animo di Tyler dopo l’aborto del figlio è anche l’amico Ray Tabano, chitarrista del gruppo che ha vissuto di riflesso il dramma del cantante «Tyler uscì stravolto da quell’esperienza. Era solo un ragazzo e il fatto di aver visto tutto, di avere vissuto tutto, lo distrusse».
Sebbene negli anni dell’adolescenza Tyler avesse già avuto esperienze con alcool e marjuana, è l’aborto della sua fidanzata a segnare lo spartiacque più importante della sua vita, che degenera in maniera irreversibile. Pur continuando a vedere Julia, piombata in una crisi depressiva che la porterà a tentare più volte il suicidio, inizia una relazione con una modella di Playboy, Bebe Buell, che lo accompagna in un tour Europeo. La modella è la prima diretta testimone del baratro in cui cade Tyler: “Era pazzo, sempre completamente ubriaco, più volte è stato capace di distruggere il camerino che gli assegnavano. Tornati a Boston le cose non sono migliorate, un giorno tornando a casa l’ho trovato disteso in bagno completamente imbottito di droga. Era distrutto dal dolore». La situazione degenera a tal punto che la Buell, quando rimane incinta della figlia Lyv, nata nel 1977, realizza che è impossibile crescere un figlio con un uomo completamente fuori controllo al suo fianco e torna con il suo ex fidanzato, il produttore Todd Rundgren, che crescerà Lyv come fosse sua figlia.
Sebbene la vita disordinata di Tyler possa essere vista come la conseguenza del successo misto all’animo rock, gli esperti riconoscono in questo tipo di atteggiamento i tratti tipici di uno stress seguito ad un grosso trauma: assumere droghe infatti non è che il tentativo di rimuovere ricordi e sensazioni. La rabbia inoltre, specialmente per un uomo è spesso espressione di un grosso senso di colpa che ha bisogno di essere espresso.
Di come la sua vita sia stata rovinata dalla droga, Tyler parla anche nella sua stessa autobiografia: «Mi sono sniffato la mia Porsche, il mio aereo e la mia casa. Ho buttato via 20 milioni di dollari per colpa della droga. Nonostante negli anni 80 fossi uno dei cantanti più celebri e pagati al mondo, ero sempre senza soldi per via degli stupefacenti».
Il libro è presentato dal cantante come «il racconto della sua discesa agli inferi»: «Salivo spesso sul palco con una cassetta piena di droga – scrive il cantante –Sono fortunato di essere ancora vivo». A nulla è valsa la sua permanenza in diversi centri di riabilitazione per disintossicarsi: «Se non fossi stato aiutato dagli altri, probabilmente sarei morto diverse volte» ha dichiarato «Ecco che cosa ho avuto dalla droga. Mi ha fatto allontanare dai figli, ha segnato in negativo la mia band, ha distrutto i miei matrimoni e spesso mi ha messo in ginocchio».
Una storia triste. Squallida se pensiamo che stiamo parlando di un talentuoso rocker che nella vita ha avuto possibilità straordinarie di successo oltre che di guadagno. Una storia che Tyler ha messo per iscritto in un libro che probabilmente è specchio del suo stato d’animo oggi “Does the noise in my haed bother you?” ovvero “Ti dà fastidio il chiasso nella mia testa?”. No, non ci dà fastidio Tyler, e forse il chiasso è figlio di quella frase che come un vortice ti girava in testa in quella spoglia stanza d’ospedale “Gesù, che cosa ho fatto?”
sono molto perplesso sul finale (“siamo in ballo, balliamo”), ma mi sembra un buon articolo:
da http://www.faustobiloslavo.com:
Articolo
29 aprile 2011 – Il Fatto – Libia – Il Giornale [PDF PAGINA 1]
Ha ragione la Lega è un intervento sballato dall’inizio
Sull’incerta e confusa guerra in Libia la Lega ha ragione, anche se ciurla nel manico per interessi di bottega. Non sono certo un pacifista,ma l’avventura dell’Italia nel conflitto libico è apparsa sballata fin dall’inizio. Una «guerra» parallela della propaganda e della disinformazione ha influenzato la percezione della realtà sul terreno. Il colonnello Gheddafi era stato dato per spacciato, ma poi ci siamo resi conto di aver venduto la pelle dell’orso troppo presto.
Sbagliavamo ad accoglierlo a Roma, come se fosse la Madonna pellegrina del Nord Africa e abbiamo sbagliato dopo a mollarlo dalla sera alla mattina. Prima delle bombe potevamo almeno giocare la carta dell’ultima ora con un blitz del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sotto la tenda da beduino per convincere Gheddafi a trovare una soluzione indolore, in nome della vecchia amicizia. Il Colonnello poteva anche non sentir ragioni, ma l’Italia ci faceva un figurone. Ed il governo avrebbe potuto ulteriormente «giustificare» un intervento ben poco sentito dall’opinione pubblica.
Inutile girarci attorno: «Questa è una guerra che quasi nessuno voleva e noi meno di tutti. Gli americani si sono sfilati e l’Italia prima ha concesso un dito, poi una mano e adesso bombardiamo come gli altri. Speriamo almeno che da questo guazzabuglio riemergano i nostri interessi nazionali ». Non lo dice Gino Strada, ma il generale Mario Arpino, ex capo di Stato maggiore della Difesa.
Al momento il risultato è che i rubinetti del gas verso l’Italia sono chiusi e le concessioni petrolifere dell’Eni nella Sirte rimangono a rischio, perchè nella zona corre la linea del fronte. Non solo: Gheddafi ha aperto i cancelli ai clandestini diretti a Lampedusa. Il Colonnello è ancora al potere e controlla metà del Paese, a parte Misurata sotto assedio e qualche altro focolaio. Per non parlare dei 700 milioni di euro che secondo la Lega ci costerebbe questa imprevedibile guerra. Una cifra probabilmente esagerata, ma in tempi di crisi e con diecimila soldati impegnati all’estero, un altro conflitto proprio non ci serviva.
Dopo i radar ci siamo impegnati a colpire anche carri armati, caserme, arsenali per non far meno degli alleati. Qualcuno dovrà spiegarci perchè possiamo bombardare i militari libici e non i talebani in Afghanistan, ben più tagliagole, dove i nostri caccia fanno solo fotografie. Oppure secondo quale logica colpiamo la Libia, ma non la Siria dove il regime sta massacrando il proprio popolo, come Gheddafi a Misurata.
E non ci vengano a dire che da una parte ci sono solo i fan del colonnello, tutti cattivi o sanguinari e dall’altra i buoni, esempio di democrazia. Il capo politico dei ribelli e quello militare erano rispettivamente ministro della Giustizia e dell’Interno di Gheddafi fino all’altro giorno. A Derna e Al Baida gli ex prigionieri di Guantanamo ed i veterani della guerra santa in Irak sono in prima fila contro il regime.
Il colonnello, dopo 42 anni al potere, ha fatto il suo tempo ed ora che siamo in ballo dobbiamo ballare fino in fondo, ma forse era meglio restare neutrali come la Germania.
da notapolitica.it:
“POLITICA13 maggio 2011Bandiera Bianca
di Redazione
Con una lettera in cui si paventano “tutte le necessarie azioni giudiziarie per la tutela del proprio nome e per il risarcimento dei danni subiti”, gli avvocati di Bianca Berlinguer hanno “invitato” Notapolitica.it a “rimuovere dal sito” il documento sindacale (il cosiddetto “Libro Bianca”) che denunciava una serie di comportamenti scorretti che sarebbero stati commessi dal direttore del Tg3 da quando è alla guida della telegiornale. Scrivendo su una carta intestata affollata da un numero di avvocati largamente superiore al numero di redattori di Notapolitica.it, lo studio dell’avvocato Grazia Volo parla di uno “scritto […] compendio di malevole e offensive considerazioni sulla nostra Cliente (la maiuscola è nell’originale, ndr)” che “rappresenta al lettore una serie di inveritieri ed infamanti avvenimenti”.
Ora, Notapolitica.it non ha voluto e non vuole entrare nel merito della vicenda. Semplicemente, ci è capitato tra le mani un documento di cui si era parlato molto ma che in pochi avevano letto davvero. E abbiamo deciso di pubblicarlo per permettere a chiunque di farsi un’idea più compiuta della questione. “Conoscere per deliberare”, scriveva Luigi Einaudi nelle sue “Prediche Inutili”. Ma come deliberare se si conosce soltanto una parte della verità? Come farsi un’idea precisa se tutto quello che hanno pubblicato i giornali sono state le reazioni sdegnate di Bianca Berlinguer?
Siamo stati ingenui. Perché nel nostro paese impera una surreale concezione della libertà di stampa a corrente alternata, che vale soltanto per chi può permettersi di fronteggiare una corazzata legale come quella che difende gli interessi di Bianca Berlinguer, protagonista di mega-processi su argomenti che vanno dal terrorismo alla mafia, passando per l’alta finanza. Notapolitica.it, naturalmente, non può neppure permettersi di respirare, in presenza di un tale colosso. Figuriamoci se ha le risorse necessarie per andare ad uno scontro in tribunale.
Per ora, dunque, alziamo mestamente Bandiera Bianca. Ci ritiriamo in buon ordine e rimuoviamo il documento incriminato dal nostro sito. Ci riserviamo però di chiedere un parere legale (gratuito, s’intende) a qualche avvocato che ci vuole bene, perché sinceramente non ci sembra di aver violato alcuna legge. L’articolo 21 della Costituzione italiana vale ormai soltanto per chi può permettersi avvocati costosi e protezioni politiche particolari. A noi, che non possiamo permetterci né gli uni né le altre, forse non resta che la resa.
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DA LA BUSSOLA QUOTIDIANA:
Lo sfruttamento della credulità popolare
Il Guardone17-05-2011
In un’epoca di crisi e di incertezza trova terreno fertile la speculazione di chi fa leva sulle paure e sulle speranze popolari. Ieri sera Roberto Giacobbo, conduttore di “Voyager” (RaiDue, lunedì ore 21.05), ce ne ha dato prova per l’ennesima volta con il suo viaggio a Bugarach, piccolo paese dei Pirenei francesi, mosso da ipotesi improbabili: lì sarebbe passata una stirpe di Re discendente da Gesù, lì ci sarebbero indizi che porterebbero al più prezioso tesoro del mondo, lì sarebbero nascosti i Catari, lì esiste una montagna che sarebbe uno dei pochi luoghi al mondo in cui salvarsi dalla presunta Apocalisse del 21 dicembre 2012…
Giacobbo riesce a dare il meglio di sé (se così si può dire) quando può usare la sua capacità affabulatoria e la spettacolarità delle immagini per vendere fumo al pubblico credulone. La trasmissione naviga sui confini della verosimiglianza e sfrutta a mani basse la suggestionabilità popolare di cui un po’ tutti siamo vittime spesso inconsapevoli. Se inizialmente il programma prediligeva argomenti legati alla scienza, all’archeologia e alla storia, pian piano la deriva verso l’irrazionale e l’inspiegabile si è fatta sempre più evidente.
Sarà una coincidenza, ma a molti dei temi assurdi affrontati in trasmissione il conduttore ha dedicato interi libri (“Chi ha veramente costruito le piramidi e la sfinge”, “Atlante dei mondi perduti”, “2012. La fine del mondo?”) che hanno avuto un buon successo di vendita. Da un personaggio che nasce e si presenta come giornalista, ricoprendo per giunta ruoli di vertice nella tv di servizio pubblico, ci si aspetterebbe ben altro.
da http://www.luomolibero.it:
MISSION TO KOSOVO
13 – 19 aprile 2011
Mercoledì 13 aprile si parte. Alle 6.00 ritrovo a Busto e poi via: destinazione Belgrado. Bel tempo e poco traffico, tutto lascia prevedere un viaggio piacevole. Il navigatore indica dieci ore all’arrivo, soste comprese. Alle 18.00 saremo a destinazione, in tempo per goderci un po’ di buona cucina serba e una camminata per le vie acciottolate di Skadarska (la centralissima strada in stile Bohemien di Belgrado).
Non è andata così in realtà: abituati alla libera circolazione delle merci tra gli stati dell’Unione non abbiamo considerato cosa significhi avere a che fare con le dogane. Poco importa che la merce trasportata (gli aiuti raccolti in questa prima fase del progetto: 22 Personal Computer per aule scolastiche, medicinali, giocattoli, cancelleria e dolci pasquali) abbia una destinazione umanitaria. Complessivamente, tra Croazia, Slovenia e Serbia, abbiamo perso ben otto ore per le incombenze burocratiche, oltre alla cauzione di 500€ e altri 65€ di tariffe e balzelli doganali. Raggiungeremo la capitale solo alle tre di notte, esausti. Prima di addormentarci, pensiamo che forse l’Unione Europea a qualcosa serve. Queste Strade d’Europa, tanto amate, le vivremo certamente in altri modi.
Giovedì 14 incontriamo nel Palazzo del Governo di Belgrado la dott.ssa Kruna Petkovic e la dott.ssa Sladjana Marcovic, rispettivamente Sottosegretario del Ministero di Belgrado per il Kosovo e Metohija e Assistente, già incontrate nella spedizione di capodanno. Oltre al piacere di ritrovarsi, accogliendoci con un banchetto allestito nell’ufficio del Sottosegretario, facciamo il punto della situazione sul progetto. I ringraziamenti non ci sembrano né dovuti né forzosi: quello che stiamo cercando di fare per loro è molto importante. Purtroppo ci informano che appena due giorni fa è stata distrutta un’altra Chiesa Ortodossa in Kosovo e che il progressivo ritiro delle truppe della KFOR programmato sarà un disastro. «Chi proteggerà ora la culla della nostra cultura?» ci domandano preoccupate e ci pregano di far conoscere il più possibile la terribile situazione del Kosovo. Impresa ardua, pensiamo noi, ma da cui non ci tireremo indietro. Con questa promessa ci accomiatiamo. Domani ripartiremo con destinazione Mitrovica. La seconda fase del progetto “Accendiamo la Speranza” comincia ad entrare nel vivo.
Venerdì, 15 Aprile
Alle 9:00 puntuali lasciamo Belgrado e indirizziamo i nostri due mezzi verso il Kosovo. Ci godiamo il viaggio. Il paesaggio serbo, prevalentemente di pianura, avanza davanti ai nostri occhi: la ruralità di alcuni posti aggiunti alla “modernità” dei mezzi che incrociamo proietta le nostre menti ad immagini viste in filmati in bianco e nero. Belgrado e la Serbia sono così, sospesi tra voglia del nuovo e un’economia che stenta a decollare. Lasciato alle spalle il bellissimo Monastero di Zica (primo patriarcato della Chiesa autocefala serba) che sorge nelle vicinanze della città di Kraljevo – dove si trovano ancora oggi decine di migliaia di profughi serbi scappati dal Kosovo dal ’99 in poi -, incominciano le bellissime valli del sud serbo, attraversate dal fiume Ibar. Il confine si avvicina e sentiamo la tensione alzarsi un po’, o meglio la premonizione per ciò che ci aspetterà in Kosovo. In realtà la linea amministrativa (così chiamata dai serbi che non riconoscono il la legittimità del governo di Pristina) la passiamo agilmente così come la linea di confine gestita da Eulex (la polizia dell’Unione Europea chiamata a gestire la transizione dei poteri dai serbi ai Kosovari). Questa parte Nord del Kosovo, che si stende fino alla parte nord della città di Kosovska Mitrovica è abitata solo da serbi. Eulex ci comunica che dovremo però recarci a Mitrovica sud, al terminal doganale dove il materiale trasportato dovrà essere accettato e dove verranno tolti i sigilli posti sul nostro minivan. Per precauzione contattiamo l’Ambasciata Italiana di Pristina segnalando la nostra presenza; le risposte che riceviamo, una volta compreso che il materiale è destinato alle enclaves serbe del sud del Kosovo, non sono di certo incoraggianti. Giunti a Mitrovica prendiamo contatto con i Carabinieri della MSU i quali, molto gentilmente, ci accompagnano fino al terminal doganale… e qui iniziano i problemi. Le autorità doganali albanesi cominciano a richiederci una serie di documentazione difficile a prodursi (teniamo conto che tutto il resto delle dogane sono state passate senza problemi) che riusciamo comunque a consegnare. Alla fine saranno più di tre ore di attesa, in una dogana impossibile a vedersi… tre ore di attesa per sentirci dire alla fine che i beni da noi trasportati, una piccola donazione per motivi umanitari (computer, cancelleria, colombe pasquali) deve essere autorizzato niente di meno che dal Governo del Kosovo. Cioè in pratica ci chiedono che sia la neo insediata Presidente Atifete Jahjaga a firmare l’autorizzazione alla donazione (il che francamente ci pare un po’ esagerato). Cresce in noi il “leggerissimo” sospetto che le autorità locali, vista la destinazione dei beni creino quante più lungaggini burocratiche possibili al fine di spazientire i donatori. Tanto basta, come arrivo in Kosovo, per capire che sotto la patina di un’apparente autorità legittima, covino ancora odi e rancori che la “buona” volontà internazionale non potrà risolvere tanto facilmente. Riecheggiano in noi, come monito, le parole del Sottosegretario serbo “i problemi continueranno ancora a lungo”. Ora siamo in attesa del supporto dell’Ambasciata Italiana, bloccati a Mitrovica nord in una situazione di cui non possiamo prevederne il termine. Sospesi in balia di un arbitrio le cui ragioni sono chiarissime, spiegarlo ai più sarà difficile…
Benvenuti in Kosovo, pensiamo.
Antonio Socci, su Libero, 5.VI.11:
Da tre mesi siamo in guerra e tutti tacciono. Dove sono i paladini della pace? E Napolitano…..
Posted: 06 Jun 2011 03:14 AM PDT
C’è una guerra in corso da tre mesi, i bombardieri della Nato tuonano giorno e notte, ma dove sono i giornalisti di denuncia, i Santoro, i Lerner, i Floris e dove sono l’Annunziata e la D’Amico?Dov’è la schiena diritta del giornalismo sedicente libero, quello che chiama “servi” tutti gli altri? Sarei curioso anche di sentire la saggia voce di spiriti liberali come Paolo Mieli o Ernesto Galli della Loggia. Invece sono diventati tutti muti. A cosa si deve questo improvviso silenzio collettivo?
E’ vero che il 26 aprile scorso si poteva leggere sul “Corriere della sera” che “il Colle sostiene i bombardamenti” con l’opposizione di sinistra tutta allineata dietro Napolitano (il governo già si era dovuto adeguare).
E che anche mercoledì scorso, al vicepresidente americano Biden, Napolitano ha ripetuto che l’Italia è “fianco a fianco” con gli Usa nella vicenda libica.
Ed è vero che il compagno-presidente con tale entusiastica adesione ai bombardamenti “umanitari” è diventato il riferimento privilegiato della Casa Bianca, relegando di fatto l’indebolito e incerto Berlusconi (che ha dovuto seguirlo nell’impresa) a un ruolo di secondo piano.
Ma la stampa avrebbe almeno il dovere di raccontare ciò che sta accadendo. Invece niente. Un autobavaglio così totale non si era mai visto. Eppure ogni notte i bombardieri Nato colpiscono duro.
Il Vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, implora instancabilmente di smetterla con le bombe. Ha dichiarato ad Asianews:
“La Nato ha intensificato i bombardamenti e continua a fare vittime. I missili stanno cadendo ovunque e purtroppo non colpiscono solo zone militari, ma anche civili. La gente a Tripoli soffre, anche se nessuno ne parla”.
Nell’ultima settimana il vescovo ha denunziato il bombardamento di un ospedale, di un quartiere popolare e di una chiesa cristiana copta.
Ma non c’è traccia di tutto questo sui giornali e in tv. Nessuno fa una piega. Nessuno s’indigna. Nessun programma tv, nessun editoriale.
Non si vede in giro neanche una bandiera arcobaleno alle finestre. E dire che solo qualche anno fa avevano riempito l’Italia. Ma a quel tempo si trattava di protestare contro Bush, mentre oggi a bombardare è il Premio nobel per la pace nonché democratico Obama.
Dunque oggi niente manifestazioni e niente marce Perugia-Assisi. Tutte le anime belle dormono un sonno profondo.
All’inizio di tutto, in marzo, della guerra parlò Lerner con “L’Infedele” e mi capitò di assistere incredulo al memorabile elogio della Francia dei bombardieri: ci fu addirittura chi – col plauso di Gad – ebbe la faccia tosta di affermare che il governo francese in questo modo testimoniava la sua imperitura volontà di affermare dovunque i valori umanitari della rivoluzione francese, di cui invece al governo italiano non importava niente.
Curioso paradosso perché i francesi affermavano quei presunti ideali umanitari bombardando i libici, mentre le autorità italiane – accusate di insensibilità perché ancora restie a bombardare – si stavano prodigando a soccorrere migliaia di rifugiati arrivati disperatamente a Lampedusa anche per fuggire dalla guerra “umanitaria” dei francesi.
Dunque dal buon progressista le bombe francesi furono giudicate umanitarie, mentre i soccorsi italiani erano disumanitari. Che grande esempio di giornalismo.
Tutti sanno che in realtà gli ideali umanitari non c’entrano niente con la guerra, tanto è vero che nessuno si sogna di andare a bombardare Damasco dove il regime compie quasi ogni giorno stragi contro i manifestanti.
Tanto meno si pensa di andare a bombardare Pechino perché il regime cinese stroncò nel sangue le manifestazioni di piazza Tien an men o perché continua a spedire nei lager gli oppositori.
A proposito, neanche Napolitano si sogna di prospettare spedizioni militari contro quei due paesi, che egli peraltro visitò nel 2010 dando la mano a quei despoti (provate a rileggervi anche i discorsi molti amichevoli fatti in quella sede).
Ma allora perché questa smania di francesi e inglesi (che hanno il colonialismo nella loro storia) e poi degli americani, di sostenere una sorta di colpo di stato interno alla nomenclatura libica e spedire bombardieri sulla Tripolitania?
Secondo Angelo del Boca, storico ed esperto delle vicende libiche, “le vere ragioni di questa guerra sono il controllo dei pozzi di petrolio e i 200 miliardi di dollari dello Stato libico depositati nelle banche straniere”.
Non so dire se queste sono “le vere ragioni”, ma di sicuro non si può continuare a gabellarci la favoletta dell’intervento umanitario. Sarebbe il caso che la stampa raccontasse quello che sta accadendo e scavasse alla ricerca delle “vere ragioni” della guerra.
Invece da settimane non si legge un solo articolo sulla tragedia della Libia. E quando ne appare qualcuno è peggio che mai. E’ il caso del reportage da Tripoli pubblicato ieri a tutta pagina sul “Corriere della sera” a firma Lorenzo Cremonesi: spiace dirlo, ma sembrava quasi un inno ai bombardieri.
Si riportavano queste testuali dichiarazioni (rigorosamente anonime): “Brava Nato. Continui così”.
Possibile che l’inviato del Corriere sia riuscito a pescare proprio i pochi – guarda caso anonimi – che sono felici di venire bombardati ogni giorno e anzi chiedono di essere bombardati più intensamente?
Chissà perché non ha parlato con monsignor Martinelli e chissà perché non è andato a vedere gli effetti di quei bombardamenti, ascoltando le vittime. In tv del resto la guerra proprio non esiste.
C’è un colossale problema di informazione sulla vicenda libica. Gli Usa, i francesi e gli inglesi, con le autorità militari della Nato ormai fanno mera propaganda. Dice Del Boca: “Gli alti costi dell’operazione contro Gheddafi hanno trasformato un conflitto lampo in una guerra di fandonie fatta dai media”.
Mi ha colpito quanto ha scritto su Asianews padre Piero Gheddo, il decano dei missionari italiani, un uomo di Dio per nulla incline al pacifismo ideologico e al settarismo di sinistra, basti dire che fu tra i primi, negli anni Settanta, a denunciare i crimini dei Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia, svergognando certi media e certa sinistra italiana ancora intrisa di antiamericanismo.
Dunque l’altroieri padre Gheddo ha scritto:
“Le anomalie di questa guerra di Libia sono infinite e dimostrano che anche in Occidente soffriamo di una disinformazione colossale.
L’intervento umanitario iniziale sta assumendo i contorni di un crimine di stato. L’Onu aveva giustificato la ‘No fly zone’ per impedire che gli aerei libici bombardassero i ribelli della Cirenaica.
Ma in pochi giorni le forze aeree della Libia vennero facilmente azzerate. Poi si è passati a bombardare i mezzi militari di terra che avanzavano verso Bengasi e si continua, da più di due mesi, a bombardare le città della Cirenaica, non per proteggere il popolo libico da Gheddafi, ma per la ‘caccia all’uomo’ Gheddafi, il che sta scavando un abisso di odio e di vendetta fra le due parti del paese, Tripolitania e Cirenaica, che erano e sono pro o contro il raìs”.
Padre Gheddo ha poi citato il generale Anders Fogh Rasmussen segretario generale della Nato che “ha definito i bombardamenti come parte dell’intervento umanitario per proteggere il popolo libico! Ci vuole una bella faccia tosta, a mentire in modo così smaccato!”, ha tuonato il missionario.
“Chi mai può credere che i quotidiani bombardamenti su Tripoli sono fatti per difendere il popolo libico? Ecco perché stampa e Tv occidentali non parlano più della guerra in Libia. Non sanno più come giustificare una così evidente violazione dei diritti umani”.
L’assurdo poi è che la trattativa per far uscire di scena Gheddafi in modo incruento sarebbe stata possibile, ma proprio gli “umanitari” l’hanno uccisa sul nascere. Per quanto deve continuare questa guerra? E il nostro silenzio?
Antonio Socci
Da “Libero”, 5 giugno2011
QUALCUNO DICA A NAPOLITANO CHE DEVE ESSERE LUI A FARE AUTOCRITICA
Proprio il giorno in cui è uscito questo articolo il presidente Napolitano è intervenuto per deprecare l’indifferenza generale per il naufragio di un barcone di profughi davanti alle coste del Nordafrica.
Un mio lettore oggi mi ha scritto:
Il presidente Napolitano ci invita a non assuefarci alle notizie di annegamenti dei rifugiati provenienti dalla Libia.
Qualcuno dovrebbe informare il signor presidente che quei poveretti che scappano con grande rischio dalla Libia lo fanno perché qualcuno (Napolitano in testa) ha deciso di bombardare la Libia e sconvolgere la vita civile di quel paese che dava lavoro a oltre 1,5 milioni di lavoratori provenienti dall’Africa nera del sud.
Non posso che essere d’accordo con questo lettore. Aggiungo che Napolitano dovrebbe fare il presidente della Repubblica come la Costituzione lo descrive, come un silenzioso notaio.
Oltretutto lui ha un passato politico assai ingombrante che dovrebbe sempre ricordare…
Sono altri che hanno i titoli per fare sermoni morali e per parlare alle coscienze.
AS
da La Bussola Quotidiana.it:
«L’Omofobia? Una grande bufala» Parola di ex gay militante
di Raffaella Frullone10-06-2011
Cinquecentomila persone per le strade, 41 linee del trasporto pubblico deviate, entusiasmo crescente. L’EuroPride 2011, che va in scena nelle strade della capitale, si prepara a vivere il suo culmine domani sera, quando una sfavillante Lady Gaga, invitata nientepopo di meno che dall’ambasciatore statunitense, si scatenerà sulle note di «Born this way», inno alla naturalità della diversità.
La manifestazione dell’orgoglio omosessuale, si legge nello statuto politico, sottolinea che «Essere orgogliosi significa scegliere a testa alta i propri percorsi di vita con consapevolezza e libertà, nel riconoscimento del medesimo spazio di libertà di qualunque altra persona». Ma questa definizione non convince, soprattutto chi l’ha frequentata per 20 anni, come Luca di Tolve. Oggi quarantenne e sposato con Teresa, Di Tolve oggi gestisce il gruppo Lot, associazione che difende l’identità di genere e offre supporto a chi porta dentro di sè ferite e dipendenze a livello emotivo. Nel suo libro «Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso», edito da Piemme, racconta la sua storia e la sua esperienza all’interno di Arcigay, storica associazione che, si legge nel suo statuto «si propone di promuovere e tutelare il diritto all’uguaglianza tra ogni persona sia essa gay, bisessuale, lesbica, transessuale o eterosessuale».
Di Tolve, che cosa è Europride ?
«Una manifestazione egocentrica, una pura ostentazione, una giornata di folle divertimento. Tutto quello che si fa normalmente nei punti di ritrovo la notte, viene riproposto nelle strade di giorno. Non è, come si vuol far credere, una battaglia sociale, ma solo un mettersi in mostra attorno all’unico elemento di coesione: il sesso. Per capirlo basta accedere al sito di arcigay.it, si trova una serie di locali, sparsi in tutta Italia, con la denominazione cruising, ovvero ricerca e offerta di sesso casuale, anonimo e vario. Nessuna associazione che promuove diritti si sognerebbe mai di organizzare un maxi festino per le strade, tranne i movimenti omosessualisti. Il loro unico scopo è sdoganare un modello di pensiero, negando tutti quelli che lo contraddicono».
In che senso?
«Non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi che una persona in un dato momento abbia un problema con la proprie identità sessuale, danno per scontato che la strada sia quella dell’omosessualità, e su quella indirizzano tutti, soprattutto i più giovani e i più fragili. Noi crediamo che l’essenza della persona non sia omosessuale, che ci possano essere delle tendenze, dei problemi psicologici, delle ferite, ma non se ne può parlare. Non si può dire nulla se non nel modo in cui Arcigay propone, perchè subito si è tacciati di omofobia. Ma lo spettro dell’omofobia è una grande, gigantesca bufala. Omofobia significa avere paura, io non ho paura dell’omosessualità e nemmeno degli omosessuali: lo sono stato per 20 anni! Questo è soltanto un tentativo di zittire chiunque si permetta di esprimere un’opinione diversa».
Qualcuno potrebbe obiettare che alcune persone non si riconoscono nella propria identità sessuale biologica…
«Conosco bene questo stato d’animo, per averlo provato. Porta con sè un carico di dolore, di rabbia, di sofferenza inimmaginabile. Di fronte a questa sensazione di freddo smarrimento viene naturale avvicinarsi al mondo gay, e poi ne si viene travolti. Noi vogliamo offrire un’alternativa, con il gruppo Lot vogliamo dare voce alle persone che non si sentono in sintonia con quello che provanno, andare incontro agli adolescenti che chiedono di capire cosa sta succedendo. Il percorso è lungo e complesso, ma bisogna essere chiari: siamo maschi o femmine. E la normalità è essere eterosessuali».
Quindi secondo Lei non ci sono diritti da tutelare per quanto riguarda gli omosessuali attraverso i GayPride?
«L’unico risultato di queste manifestazioni è il proliferare di locali dove si offre sesso. A me dispiace tantissimo perchè so che i ragazzi più giovani ci credono davvero, e il loro entusiasmo viene alimentato di continiuo, facendo loro credere che si cambierà il mondo, ma non è cosi’ e ai vertici lo sanno bene. E’ il sesso il motore del mondo gay, come in una sorta di cannibalismo ci si nutre di una cosa che non si ha. Ed è questo che personalmente ha fatto scattare in me un campanello d’allarme. Il sesso. Perchè non esiste la fedeltà nel mondo gay, esiste la ricerca compulsiva di qualcosa che si vuole possedere, ma non la si ottiene perche’ ci si ostina a cercare nell’uguale a noi. Non esistono persone serene, o piene, nel mondo gay. Al contrario quando l’individuo scopre il mistero della complementarità, tutto acquista una luce diversa… ».
Quale è stata la molla che Le ha fatto pensare che qualcosa non andava nel mondo gay?
«Ad un certo punto, dopo anni di ricerca sfrenata, non solo non avevo trovato nulla, ma non avevo nemmeno capito bene cosa stavo cercando, e nemmeno se lo avrei trovato mai. Esausto, mi sono fermato, ho staccato. Poi ho scoperto che c’erano altre possibilità: con grandissimo stupore e altrettanta sofferenza ho scoperto una cosa che nessuno, in 20 anni di Arcigay mi aveva mai detto, e cioè che potevo diventare eterosessuale. Perchè non me lo avevano detto? Mi hanno rubato 20 anni di vita. Ho cominciato a leggere i libri di Ncolosi, psicoterapeuta americano, che da anni negli Stati Uniti si occupava di terapia riparativa. Non sono stato convinto da subito, ma ho voluto tentare anche quella strada. Ho capito che la mia vita era cambiata quando ho cominciato a percepire la profondità del mistero della complementarità, e ho sentito dentro di me un desiderio, che nessuno mi aveva detto che avrei potuto sentire: quello di essere padre. Fino ad allora nessuno mi aveva mai detto che avrei potuto generare una vita».