Sturm und Drang: elezioni accademiche 2011

La Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ringrazia tutti gli studenti che il 25 maggio 2011 hanno votato la lista Sturm und Drang (Azione Universitaria-Comunità Antagonista Padana-Cuib d’Avanguardia) alle elezioni accademiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, contribuendone all’ampio successo.

Comments (11)

 

  1. Cuor Piccino scrive:

    complimenti per la scelta del simbolo (Corto Maltese). Per dimostrarVi il mio culto per il fumetto d’autore, Vi segnalo i seguenti titoli :

    Alan Ford, di Magnus &Bunker

    n.7, una gita a San Guerreta- satira sull’imperialismo USA in America del sud, ove i piani Marshall della situazione sono utilizzati dai caudilli locali per i propri lussi. Novembre 1969
    n.10, Formule- satira sulla sinistra nelle fabbriche. Un agente segreto russo, riccamente vestito, strattona un operaio, apostrofandolo come vile capitalista, e invitandolo a cedergli il passo quale proletario. Febbraio 1970
    n.40, Ecologia- un pazzo, Aseptik, vuole distruggere la Terra. Per mascherare i suoi intenti reali, organizza convegni contro l’inquinamento. L’agente Bob Rock, sbadigliando, si chiede perchè, tra tante chiacchere, nessuno costruisca i depuratori. Siamo nel 1972!
    n.73, il dottor Cancer: uno scienziato denuncia le multinazionali del tabacco. Siamo nel 1975.

    Batman, the killing Joke, A. Moore e Brian Bolland, 1988- il lettore scopre in medias res che il criminale Joker, prima di subire un incidente chimico, è una vera e propria vittima della società. Nel duello con Batman, il delinquente chiede all’eroe perchè, lottando contro il crimine, finga che tutto abbia un senso. La risposta è da brividi:
    “forse le persone normali NON cedono sempre. Forse, quando ci troviamo nei guai, non è detto che dobbiamo strisciare sotto un sasso.”

    Asterix, Goscinny e Uderzo.
    Asterix e il duello dei capi- si assiste allo scontro tra i Celti del villaggio e i Galli latinizzati, che torneranno- rari aves- alla Tradizione.
    Asterix e la Obelix spa: non occorre chiamarsi Catone per capire che l’avidità e l’ingordigia hanno distrutto la Roma repubblicana. Perchè non replicare con i resistenti?
    Asterix e il regno degli Dei: una città à la page in una foresta antica, nuovi abitanti, nuovi bisogni, riqualificazione turistica di una società ancestrale……….Goscinny era un genio.

  2. CHE COS'E'L'ITALIA scrive:

    il Giornale, IV.VI.MMXI, di Luigi Mascheroni.
    Reperibile su internet c/o:

    http://www.sottoosservazione.wordpress.com

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    Il soldato Tobino nella follia della guerra
    Di sottoosservazione
    Luigi Mascheroni per “Il Giornale“

    Dentro Mario Tobino, e dentro la sua scrittura, esistono due deserti. Il secondo è quello della solitudine e della follia, a cui l’autore de Le libere donne di Magliano dedicò la propria vita professionale di medico e i propri libri più famosi. Il primo invece è quello fisico della Libia e morale della guerra, che a ben guardare è solo un altro tipo di pazzia e di solitudine. Nel deserto della follia Tobino camminò, accanto ai suoi matti, da quando iniziò a lavorare all’ospedale psichiatrico di Ancona, alla metà degli anni Trenta, fino praticamente alla morte, vent’anni fa, nel 1991. Nel deserto di Libia, invece, marciò e sudò per diciassette mesi, tanto durò la sua avventura militare, da giovane tenente medico, dal giugno 1940 all’ottobre 1941, quando fu reimbarcato per Napoli per una «ipertrofia muscolare».
    La cosa nota è che una decina di anni più tardi, dopo una travagliata vicenda editoriale, uscì Il deserto della Libia, il romanzo di Tobino, in ventuno «capitoletti» (paesaggi, incontri, avventure, uomini…), su quella surreale esperienza bellica e umana: un libro che ha ispirato anche due film, il tragicomico Scemo di guerra del 1985 di Dino Risi con Beppe Grillo e Le rose del deserto, l’ultima opera firmata, nel 2006, da Mario Monicelli. La cosa meno nota, invece, è che già nei mesi africani Tobino annotò a caldo su dei quadernetti le proprie impressioni che poi rielaborò tra la fine del ’41 e il ’45 in uno scritto magmatico intitolato Il libro della Libia, rimasto dattiloscritto e inedito, e che appare oggi in appendice alla nuova edizione critica de Il deserto della Libia pubblicata negli Oscar Mondadori. E non per caso riappare in questo 2011, settantesimo anniversario della sfortunata spedizione italiana in Libia nella Seconda guerra mondiale, e proprio mentre il Paese nordafricano è tornato a essere di drammatica attualità.
    I due testi, come è facile immaginare, hanno in comune molti temi ed episodi, ma non tutti. Quando nel ’52 apparve Il deserto della Libia, scritto in terza persona, Tobino commentò: «È il primo mio libro libero», intendendo il suo primo romanzo che usciva in un Paese libero. Ma gli appunti contenuti nel Libro della Libia, in prima persona, lo sono ancora di più: più liberi, più sinceri, più diretti. E se possibile ancora più disillusi sulla guerra, sull’Italia, sull’esercito e sui suoi alti ufficiali. A partire – come dimostra il brano che qui sotto anticipiamo – dal Generale Rodolfo Graziani, uno che – scrive Tobino tra sé e sé – «non amava la guerra, ma il carnevale della guerra». E non capì mai il deserto.
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    ECCO UN ESTRATTO DI TOBINO:

    Graziani, il generale che non capiva il deserto
    Di sottoosservazione
    da “Il Giornale“
    Prima di abbandonare il periodo grazianesco è prudente un commento sulla quistione: non tutti i soldati e comandanti erano nel lumeggiato stato mentale, v’era chi aveva senno, vedeva chiaramente la bandiera marcia e avvertì come poteva. Ma gli altri, ripeto, erano una marea e solo i fatti che ineluttabilmente dovevano accadere avrebbero potuto toglier loro le pazze illusioni, pulire il cervello, almeno per quello che è possibile, ché alcuni sono così ciechi che ormai occhi nuovi nessuno glieli può rifare.
    Cominciò dunque la guerra nel deserto, guerra quant’altri mai dolorosa e triste, dove non c’era nulla che allietasse e solo i soldati avrebbero potuto trovare un conforto se si fossero tra loro voluti bene, ma tra loro si volevano male, cioè non si stimavano, e in più la natura dove vivevano era ostilissima.
    Il ciarpame, le trombette, il parolaio cominciò dunque a essere ucciso come venne in contatto con il deserto, e ciascuno cominciò ad avere paura, se non che, prima che il nemico iniziasse la battaglia, quando si trovavano insieme si rifacevano coraggio e nascondevano quella paura, che il deserto gli aveva messa, con i paroloni e le stupidaggini, poiché nel deserto ci si può vivere tranquillamente soltanto avendo i pensieri, avendo un mondo sicuro e amato dentro il cuore, e i soldati non avevano dentro di loro niente di sicuro o amato, avevano sopra di loro la sensualità, il desiderio di godere, e con questo unico desiderio è impossibile vincere le guerre. Il generale Graziani, che quando incominciò ad andare male, i soldati sussurravano che non amava star vicino alle bombe, era un generale che non doveva amare non soltanto i proiettili, ma neppure la critica, e mai più i ragionamenti e le disquisizioni di guerra. Egli, dopo la catastrofe, si difese con una assai bella lettera indirizzata al «duce» dove in sostanza a costui diceva che la colpa del disastro erano proprio i dissennati ordini che lo stesso duce aveva dato. Io non so chi sia stato il primo a scaricare il barile, io so che un generale è il padre dei soldati e deve fare il bene del paese, e solo avere questo scopo. Io so, poiché lo stesso Graziani lo ha dichiarato per iscritto, che egli generale, poche ore prima dell’attacco nemico, stava preparando l’invasione dell’Egitto e per questo aveva ammassato tutte le sue forze alla frontiera e persino le vettovaglie aveva portato in linea, e si comportò cioè, dette ordini, come la vittoria fosse sicura, il nemico uno sciocco e disarmato.
    Ora Graziani non aveva capito la guerra di movimento, non solo, non sapeva che fosse il deserto, e sembrava caparbiamente che non volesse assolutamente guardarlo come era, e che gli inglesi non erano gli arabi del 1911, che le armi noi non l’avevamo, che innanzitutto non v’erano le ragioni, noi incivili, di vincere dei civili, e che era supremamente sciocco dirsi: – noi siamo destinati alla vittoria e la vittoria verrà da noi – e che infilare dentro le nebbiose teste degli ufficiali e soldati che noi si era un esercito glorioso e il nostro compito era quello di attaccare e il nemico si sarebbe frantumato solo perché noi si iniziava il combattimento, questa opinione era certo sconsiderata. E non è che Graziani e i soldati non sapessero la forza e l’astuzia del nemico perché prima dell’attacco decisivo del nemico vi erano stati numerosissimi piccoli scontri dove noi eravamo stati sempre giocati molto per le armi che essi avevano e cioè autoblinde ed armi automatiche, armi a noi ignote, ma assai anche per tutta la faragine di luoghi retorici e comuni che invece, di distruggere ora che si era davanti al nemico e in ogni modo lo si doveva fronteggiare con i mezzi che si aveva in attesa di averne di migliori, si favorivano questi balordi drappi e da Roma e dallo stesso Graziani, il quale avrebbe potuto fare qualsiasi cosa ma non reagire con ogni mezzo a quelle che erano le cause predominanti della obbligatoria vergognosa sconfitta. E invece portò perfino le vettovaglie in prima linea considerando che era bene averle già spostate in avanti dato che sicuramente quella che era oggi la prima linea, a causa della sua folgorante avanzata di domani, sarebbe venuta una lontana e comoda retroguardia. È da aggiungere che moltissime delle sue truppe erano a piedi, compresi i suoi libici i quali perfino li aveva frammischiati a reparti italiani e accarezzando i libici (da lui considerati invincibili), trattandoli con maggiore riguardo creò avvilimento e sdegno negli italiani, sciocca superbia nei libici. E davvero costui generale non aveva nozioni di guerra, sebbene nel tempo che precedette l’attacco nemico, se avesse avuto un po’ di attenzione, avrebbe perfino avuto tempo ad apprenderle, e proprio dagli inglesi, i quali partendo da sicure, difese basi lungo la costa (e anche noi queste avremmo potuto averle e forse migliori degli inglesi, e valga ad esempio la chiave, cioè Tobruk) facevano con le loro autoblinde arabeschi nel deserto e ritornavano alla base, e non tenevano schierato proprio nello spietato deserto un esercito ma vi tenevano delle schiere leggere quali avvertitori dei movimenti del nemico.
    Pubblicato per gentile
    concessione della Fondazione
    Mario Tobino
    e di Arnoldo Mondadori editore

  3. lo Zibaldino scrive:

    appunti per ogni sturmer che si rispetti (ovvero: contributo da parte dell’anima catto-cattolica dell’alleanza che spero fruttifera!).
    da Radici Cristiane:

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    RC n. 28 – Ottobre 2007    
    Scozia: il coraggio della fede
    La Scozia è una terra incantevole abitata da un popolo con una grande e drammatica storia alle spalle. Una storia che forse non ha ancora visto la sua ultima pagina…

    di Paolo Gulisano

    La storia civile della Scozia è strettamente legata a quella religiosa. Quando, alla fine del XIII secolo, il sovrano inglese Edoardo I Plantageneto invase la Scozia con l’obiettivo di annetterla al suo regno, suscitò non solo la reazione di eroici guerrieri come William Wallace e nobili patrioti come Robert Bruce, ma anche dell’intera Chiesa scozzese.

    Nascita di una nazione

    Come scrisse il grande saggista G.K. Chesterton nella sua A Short History of England: «Probabilmente egli [il Plantageneto] non arrivò mai ad intuire quale forza avesse chiamato in vita e si fosse messo contro, anche perchè una tale forza non aveva ancora un nome. Noi la chiamiamo “nazionalismo”. La Scozia resistette, e le avventure di un cavaliere di nome William Wallace ben presto dovevano dotare questa forza di certe leggende che sono molto più importanti della stessa storia.
    Fu allora che i preti cattolici della Scozia diventarono il partito patriottico e anti-inglese; atteggiamento che poi dovevano conservare anche durante tutta la Riforma.
    Wallace fu preso e giustiziato, ma il ferro era già rovente sul fuoco. (…)Edoardo fu il martello degli scozzesi, non perchè li schiacciò, ma perchè li fece. In effetti, egli li percosse sull’incudine e li forgiò a guisa di spada».
    Nel 1320, sei anni dopo aver inferto sul campo di battaglia di Bannockburn una pesantissima sconfitta agli inglesi, il fiore della nobiltà di Scozia e i capi dei clan si radunarono presso l’Abbazia cluniacense di Arbroath, a pochi chilometri da Dundee, per chiedere al Papa di riconoscere alla Scozia il diritto di essere una nazione, fondata su una storia e su una fede

    «In verità non è per la gloria, non per le ricchezze, non per gli onori che noi combattiamo, ma per la libertà… Per quella sola, a cui nessun uomo retto rinuncerebbe, anche a prezzo della vita stessa».

    Così scrissero nella Dichiarazione. «Perciò, Reverendo Padre e Signore, noi supplichiamo Vostra Santità con le nostre più ardenti preghiere e con animo genuflesso, affinché Voi vogliate nella Vostra sincerità e bontà considerare tutto questo: dal momento che dalla venuta di Colui del quale siete Vicario in terra, non c’è maggior importanza o distinzione tra Giudeo e Greco, Scozzese o Inglese, vogliate guardare con gli occhi di un padre le tribolazioni e le angustie portate dagli Inglesi su di noi e sulla Chiesa di Dio».

    Non libertarismo, ma vero amore per la libertà

    È impressionante leggere la vicenda storica scozzese attraverso il manifesto di Arbroath: non semplicemente un’epopea cavalleresca, ma la battaglia di tutto un popolo. L’anelito alla libertà, intesa non secondo l’astrattezza delle ideologie, ma come il frutto concreto della verità e della giustizia, assurge a dei livelli che restano ineguagliati da parte delle moderne dichiarazioni politiche.
    La Scozia ottenne dalla Chiesa il diritto ad esistere come Nazione, giacché il diritto stesso a governare proviene da Dio e dalla conformità delle azioni del sovrano alla Sua legge.
    Questo legame rimase fino al 1746, fino a Culloden, l’ultima battaglia combattuta – e perduta– per la libertà della Scozia.
    Una religiosità profonda, quella scozzese, che è testimoniata anche dalla stessa bandiera nazionale, che altro non è che la croce di S. Andrea, – che è il Santo Patrono della Scozia – bianca in campo blu.

    Il dramma del Protestantesimo

    La grande civiltà scozzese medievale venne drammaticamente travolta dalla Riforma Protestante. Il XVI secolo segna un’epoca drammatica per l’Europa: la Cristianità si spaccò, e uomini animati da una furente volontà di cambiamento mutarono il volto della storia.
    Oltre ai ben noti Lutero e Calvino, in Scozia troviamo un personaggio un po’ meno celebre ma assolutamente decisivo nelle vicende di questa nazione: John Knox.
    La Riforma protestante si era affermata in Inghilterra dall’alto per la volontà di Enrico VIII. La questione del divorzio, che rappresentò il casus belli con il Papa, fu in realtà assolutamente pretestuosa. Ciò che l’obeso e libertino sovrano bramava, e con lui la grande aristocrazia inglese, era mettere le mani sui beni della Chiesa.
    In nessuna parte d’Europa quanto nelle Isole Britanniche esisteva, al tramonto del Medioevo, una simile quantità di monasteri, abbazie, conventi. Ogni casa religiosa, evidentemente, era in possesso di beni materiali: terreni, allevamenti, attività produttive, il cui reddito serviva a dare forma concreta alla carità cristiana.
    Grazie a queste rendite si potevano mantenere scuole, università, ospedali, ospizi, dando assistenza ai bisognosi in tempi in cui nessuno, se non la Chiesa, si prendeva cura di poveri, malati, indifesi.
    Un compito che le è stato assegnato da Cristo stesso, e che nonostante il passare dei secoli e il succedersi delle ideologie che pretendono di garantire il paradiso in terra, sembra rimanere tutt’altro che superato.   
    I piani ambiziosi di Enrico VIII potevano ora volgersi anche alla Scozia, quella terra che i suoi antenati avevano conquistato e poi perduto ignominiosamente: favorì quindi lo sviluppo tra gli scozzesi di una fazione filo-protestante e filo-inglese, che iniziò ad ordire complotti contro il Re e contro la Chiesa, in particolare contro uomini come il cardinale David Beaton, grande ecclesiastico e patriota.
    L’aggressione alla Scozia venne quindi portata direttamente contro l’esistenza stessa del cattolicesimo dal calvinismo feroce del predicatore John Knox; e il sangue dei martiri prese a scorrere per il Paese, mentre un intero patrimonio culturale venne devastato e distrutto.
    La Scozia, nonostante la sua lontananza geografica dal centro della Cristianità, era stata per secoli una delle figlie predilette di Roma, tanto da meritarsi il titolo di “Specialis Filia Romanae Ecclesiae”, figlia particolare della Chiesa Romana. Un titolo del quale i fedeli scozzesi erano sempre andati fieri.

    I giorni del martirio

    La distruzione materiale fu accompagnata dalla peggiore persecuzione immaginabile: furono stabilite durissime leggi penali contro i cattolici: la Chiesa doveva scomparire dalla faccia del Paese, e con essa quanti si ostinassero ad aderirvi.
    Il clima di terrore instaurato, paragonabile a quello della Russia comunista, fece sì che fossero di più gli apostati che i martiri. La paura si impadronì anzitutto del clero, più quello secolare che i religiosi, e quindi del popolo.
    Resistere nell’antica fede significava andare incontro ad arresti, spoliazioni, uccisioni sommarie. Alla fine del ‘500 in tutta la Scozia, la “figlia prediletta di Roma” non sussisteva ormai che per un piccolo gregge, schiacciato, minacciato, disperso: poche migliaia di cattolici, concentrati prevalentemente nelle Highlands, quasi completamente privi di sacerdoti, di umili condizioni (pochissimi erano i nobili che non avevano aderito al nuovo regime politico-religioso) mantenevano accesa la fiammella della Fede e vedevano minacciata ora la libertà stessa della loro patria.   
    Tra chi si era opposto al regime del terrore c’era stata la giovane Regina Maria, la celebre Maria Stuarda. Gli inglesi decapitarono la Regina di Scozia, loro prigioniera da anni, l’8 febbraio 1587. Era un gesto crudele, indebitamente estraneo al diritto.

    Ma non hanno ancora vinto…

    Altre durissime prove sarebbero giunte in seguito: i legittimisti tentarono per due volte, nel 1715 e nel 1745, di riportare sul trono la dinastia cattolica degli Stuart, tentativi entrambi drammaticamente frustrati.
    Dopo il 1746, l’Inghilterra mise in atto una spaventosa operazione di pulizia etnica (e religiosa) nel Nord della Scozia, deportando migliaia di highlanders in America o in Oceania.
    Tuttavia, nel disegno provvidenziale di Dio la Fede non doveva scomparire dalla Scozia: sotto le messi sradicate e distrutte sopravvisse il seme, un seme che nel corso del XX secolo ha cominciato a dare frutto, rinvigorendo la presenza cattolica nel Paese e allo stesso tempo dando un prezioso contributo alla causa della libertà della Scozia.

    (RC n. 28 – Ottobre 2007)
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