“Rassegna stampa Aprile – Maggio 2011″

15 giugno 2011

153° Conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

In questa rassegna stampa sono stati analizzati i seguenti articoli

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” dell’ 8 aprile 2011 (festa di San Dionigi)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 20 aprile 2011 (festa di San Sulpizio)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 2 maggio 2011 (festa di Sant’Atanasio)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 12 maggio 2011 (festa di San Pancrazio)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 30 maggio 2011 (festa di San Felice)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” dell’ 8 giugno 2011 (festa di San Medardo)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 15 giugno 2011 (festa di San Vito)

“Vik Arrigoni” di Paolo Barnard (Fonte: http://www.paolobarnard.info)

“Addio Vittorio Arrigoni” di Pino Cabras (Fonte: : http://www.megachip.info/)

“L’opportunità libica e la fantapolitica” di Matteo Simonetti (Fonte: http://www.movimentozero.org/ )

“Festeggiare cosa?” di Alessio Mannino (Fonte: http://www.ilribelle.com)

“La grande offensiva dell’Impero” di Giulietto Chiesa (Fonte: : http://www.megachip.info/)

“L’Egitto del dopo Mubarak: orizzonti politici, speranze e spettri restauratori” di Diego Del Priore (Fonte: : http://www.eurasia-rivista.org)

“Bobby Sands, icona bipartisan della libertà dei popoli” di Michele De Feudis

“Le controrivoluzioni nel vicino oriente” di Thierry Meissan (Fonte: http://www.comedonchisciotte.org/ )

“Nakba 2011 con Presidentissimo” di Giancarlo Chetoni (Fonte: http://byebyeunclesam.wordpress.com/)

“Wojtyla” di Massimo Fini

Religio holocaustica” di Giacomo Gabellini (Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/)

“In Svizzera il conclave dei potenti” di Enrico Piovesana (Fonte: http://it.peacereporter.net/)

“La guerra segreta della Nato in Libia” di Mahdi Darius Nazemroaya (Fonte. http://www.eurasia-rivista.org)

Roberto Marcante ha preso poi in analisi ulteriori notizie di cronaca inerenti la crisi economica internazionale e le rivoluzioni nel bacino mediterraneo.

Comments (5)

 

  1. sana provocazione scrive:

    Marcello Veneziani, Il giornale, 16.VI.11

    Un Paese col vomito. Non riesco a tro­vare definizione più veritiera per rias­sumere il senso dell’Italia presente. Un continuo andar contro, sputare veleno, accanirsi e poi ballare sull’orlo dell’abis­so.

    Non è un ritratto politico, limitato al bipolarismo feroce, ma umano. Un pae­se cattivo, a tratti violento, acido e avvele­nato, che non crede a nulla se non alla necessità di massacrare quel che ritiene essere d’ostacolo alla sua vita felice. Solo per dirvi a Roma, c’è da avere paura: tre assassini atroci quanto insensati in un so­lo giorno, retate di ricchi disonesti, più guerre minori di rione, di condominio, in famiglia.

    C’è una ferocia diffusa, la ba­va alla bocca. Alternata ai deliri festosi: come i carri dell’europride, festa del pac­chiano e dell’eccesso, fra travestiti, trans e gay. Mezzo carnevale di Rio, mezzi bac­canali della romanità decadente, più tan­to odio verso la Chiesa. Bis festoso e vario­pinto per i referendum. Feste &Vomito.

    Poi il calcio scommesse, e il fiume di vi­ziose porcherie che attraversa il paese. E i blog, dove il Vomito è la sintesi di tutti gli odi e le frustrazioni accumulati nella suburra del web. Un insulto continuo, senza conoscere, senza capacità di criti­care e distinguere. Ho smesso di leggerli perché a frequentare le bestie rischi di imbestiarti.

    Arrivo in un paese vicino Napoli, per parlare di unità d’Italia e attraversando il corso, mi dicono: vede, da questa parte del marciapiede è Nola, dall’altra parte è Cimitile. Due comuni in uno stesso viale. Perché non si uniscono? Si tratta solo di attraversare le strisce pedonali. No, «ab­biamo storie e identità diverse ». E vogliamo parlare di unità d’Italia contro la se­cessione?

    Disunità, degrado, vomito. L’Italia cat­tiva. Sì, riformate il fisco ma non ci vuole anche altro, per frenare il vomito? Chi lo salva un paese così? O aspettiamo che i barbari, a milioni, vengano a sommerge­re questa civiltà morta, questo paese spento, festoso e depresso, che confon­de il vomito col cibo, la realtà e la finzio­ne, la libertà e il degrado? Lasciamo che ci invadano gli affamati, con la loro dispe­­rata vitalità? Noi siamo festosamente pu­t­refatti.

  2. sana provocazione2 scrive:

    GIANCARLO PERNA, IL GIORNALE, 13.VI.11:

    Il secolo esatto che separa le due guerre che l’Italia ha fatto alla Libia, scandisce simbolicamente la sciaguratezza di quella che con­duciamo attualmente. Nel 1911, se­guendo lo spirito del tempo che im­poneva alle cosiddette Potenze di mettere in carniere almeno una co­lonia, ci siamo tolti il capriccio a vi­so aperto. Abbiamo portato morte e devastazione ma, a nostra volta, siamo stati uccisi e mutilati. Ci fu ­pur nella disparità delle armi – un equilibrio del dolore. Oggi, nel 2011, stiamo invece conducendo una guerra impari: noi distruggiamo mentre i li­bici subiscono, impossibili­tati a reagire. Non rischia­mo né un soldato, né un mis­sile sulle nostre città.

    C’è in questa asimmetria qualco­sa di così moralmente inac­cettabile da temere che un dio indignato alla fine ci pre­senti il conto. Le anime belle la buttano sull’ideologia per condan­n­are la prima guerra ed esal­tare quella in corso. Sentite­li. Nel 1911 eravamo biechi colonialisti, solitari ed egoi­sti. E oggi, invece? Siamo l’esercito liberatore dal san­guinario Gheddafi. Né sia­mo in Libia di nostra iniziati­va. Agiamo su mandato in­ternazionale, assolvendo una sublime missione di pa­ce: salvare vite. È il trionfo dell’altruismo e del disinte­resse. Una favola che mette le co­scienze a posto, al punto che la guerra sembra dimen­ticata. Gli arcobaleni sono scomparsi. Il Papa tace. I va­ri padri Zanotelli dormono sulla Libia e le sue scomode verità e si svegliano solo per raccontarci bugie sulla pri­vatizzazione dell’acqua. De­stra e sinistra marciano a braccetto contro Gheddafi e in favore dei rivoltosi.

    Il Cav sostiene che bombardare non gli piace, tanto più un vecchio amico, ma lo co­stringono – dice – le allean­ze. Aggiunge – per persona­lizzare la sua angoscia – che non ci dorme la notte. Napo­litano, invece, non ha remo­re. Ha calzato il kepì e si mo­stra entusiasta. L’Italia – ri­pete – non può sottrarsi ai suoi doveri umanitari e in­ternazionali. Come se ci fos­se un obbligo superiore a fa­re la guerra (che la Costitu­zione ripudia). Ma dall’alto dell’età, Napolitano parla come se avesse consultato gli antichi testi che regolano i destini del mondo. In real­tà, è lo stesso opportunista di sempre. Oltre mezzo seco­lo fa, nel 1956, approvò con calore l’invasione sovietica in Ungheria, umanitaria an­che quella. Allora il suo ido­lo era l’Urss.

    Oggi, con la stessa cecità, affianca l’Occi­dente guidato dagli Usa. Abi­tuato a obbedire, si regola sul capo di turno, senza ra­gionare. Come la giri, l’avventura li­bica è ingiustificata. Ghed­dafi non è il peggiore tiran­no della regione. Da tempo, aveva scelto la legalità inter­nazionale. Se all’Occidente è saltato l’uzzolo di fare fuo­ri i prepotenti, beh, aveva ben altro da scegliere. A due passi da Gheddafi, in Su­dan, tanto per dire, c’è Al Bashir, boia del Darfur: tre­centomila morti, 2,5 milioni di profughi, accusato di ge­nocidio all’Aia. Per tacere del despota siriano, del­­l’Iran, dei tiranni arabici. Ma allora, se il pessimo non è il raìs perché è con lui che ce la prendiamo? Perché rea­gisce a un colpo di Stato? E che altro dovrebbe fare? Ri­cordiamoci che a Tripoli non ci sono state folle iner­mi come al Cairo o Tunisi. Ma un movimento secessio­nista armato con aerei da combattimento, carri arma­ti e missili. Una guerra civile in piena regola. L’Italia e l’Occidente vogliono evita­re una carneficina? Si inter­pongano.

    La sola cosa da non fare, è quella che invece è stata fatta: schierarsi con una parte contro l’altra. Af­fiancando, paradossalmen­te, i ribelli che hanno scate­nato le ostilità. Per di più, senza sapere se le loro inten­zioni siano più «democrati­che », «pacifiche», «filocci­dentali » e se il futuro che pro­mettono sia migliore del pas­sato che Gheddafi ha assicu­rato. Nell’ansia interventi­sta, non si è neanche voluto stabilire con chi stia la mag­gioranza del popolo libico. Per cui, mentre bombardia­mo Gheddafi, rischiamo di prendercela col ben accetto per consegnare il Paese a un avventuriero detestato dai più. L’Italia è nella posizione più incresciosa. Il Cav aveva per primo stretto rapporti con Gheddafi, imitato poi da molti (Sarkozy si fece finan­ziare dal raìs la campagna elettorale). La coalizione – in barba al compito di proteg­gere i civili – gli ha invece uc­ciso un figlio, tre nipoti, una nuora e innumerevoli digni­tari rimasti sotto le macerie del palazzo di governo. L’Italia in Libia era il figlio dell’oca bianca. Aveva il pe­trolio, stipulava affari. Quan­do il galletto francese scelse la guerra, seguito da Came­ron che lo aveva aiutato a prepararla armando i ribelli dietro le quinte, e dal vago Obama,l’Italia anziché unir­si, avrebbe dovuto imporre l’altolà.

    Questo è il discorso che avremmo amato udire dal Cav: «Signori, la guerra che fate a Gheddafi per il pe­trolio è in realtà un’aggres­sione all’Italia che in Libia ha una posizione privilegia­ta. Annientando il raìs che ci favorisce per sostituirlo con un regime che favorisca voi, è noi che volete scalzare. Non fatelo. Ne va della no­stra amicizia». Altro che unirsi alla combriccola Na­to con la speranza, abbattu­to il tiranno, di spartire il bot­tino. Il quale, per quel che ri­guarda noi, sarà sempre una parte infinitesima di quello che già avevamo. Non è andata così e da quattro mesi siamo invi­schiati in una situazione odiosa. Il Cav ha perso l’oc­casione di differenziarsi da D’Alema che, dodici anni fa, ci infilò in Kosovo in una guerra altrettanto discutibi­le. A sua difesa, va detto che è stato lasciato solo. Non lo ha aiutato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha fatto lo yankee; non l’op­posizione cattolica, da tem­po senza bussola; non quel­la degli ex comunisti, ricicla­ti in zeloti dell’occidentali­smo; non la stampa, specie tv, che non ci ha fatto capire niente, tifando per i ribelli, detti «i ragazzi», contro i le­gittimisti, detti «i miliziani». Due gli insegnamenti del pastrocchio libico. Il primo è generale: il diritto interna­zionale non esiste, conta la forza. L’altro è diretto ai de­spoti che dalla vicenda di Gheddafi saranno indotti a incarognirsi. Se le disgrazie sono piombate sul raìs per essersi addolcito, consen­tendo alla dissidenza inter­na di alzare la testa, si guar­deranno dal commettere lo stesso sbaglio, moltiplican­do il terrore. Insomma, sia­mo all’opera per peggiorare il mondo.

  3. SPALANCATE QUELLE PERSIANE! scrive:

    da rinocammilleri.it

    JUNG

    June 24th, 2011 | Categoria: Antidoti

    Nel cinquantesimo della morte del celebre psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, Roberto Marchesini ha scritto un interessante commento online su LaBussolaQuotidiana. «In generale il mondo cattolico ebbe, almeno fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, un atteggiamento di notevole diffidenza nei confronti della psicoanalisi e delle altre dottrine da essa derivate (ad esempio la psicologia analitica di Jung e la psicologia individuale di Adler)». Nel 1961 la Congregazione per la dottrina delle fede proibì al clero, ai religiosi e ai seminaristi di praticare la psicoanalisi o di sottoporvisi. A fine decennio, però, «la psicoanalisi venne riproposta attraverso i lavori di Reich, Marcuse e Fromm, che proponevano una rilettura di Freud in sintonia con il pensiero marxista». E, data l’infatuazione cattolica per il marxismo, la psicoanalisi risultò sdoganata. Soprattutto quella di Jung, che rifiutava il pansessualismo e l’ateismo freudiani. Ma non tutti sapevano (né sanno) che «buona parte dell’Opera Omnia di Jung è occupata da libri che trattano di… alchimia». Sì, proprio alchimia-alchimia. Nel 2002 la Rizzoli pubblicò un suo libro, «Ricordi sogni riflessioni». Qui Jung spiega che «il procedimento alchemico della coniunctio oppositurum, ossia l’unione degli opposti, è il cuore della psicologia analitica». A p. 262 si può leggere: «Chi è il responsabile di questi peccati? In ultima analisi è Dio, che ha creato il mondo e i suoi peccati, e perciò deve patire Egli stesso la sorte dell’umanità di Cristo». Ragionamento gnostico. Ma c’è di più: «Jung racconta che nel 1916 fu oggetto di un fenomeno di scrittura automatica durato tre sere». Ne fece un in libretto di poche pagine intitolato Septem sermones ad mortuos e «dettatogli» dal filosofo gnostico Basilide (II sec.). Nel 2010 «è stato pubblicato il “Libro rosso”, tenuto segreto dallo stesso Jung per tutta la sua vita e, in seguito, dai suoi eredi; esso contiene i Septem sermones ed altri scritti magici (…): un enorme volume che Jung di suo pugno ha vergato in caratteri gotici, miniato e dipinto». Mah. Sarà meglio tenerci le nostre nevrosi.

  4. IL CHE E' BELLO ED ISTRUTTIVO scrive:

    DA http://WWW.RINOCAMMILLERI.IT:

    UNGHERIA

    July 02nd, 2011 | Category: Antidoti

    Mi informa l’agenzia Corrispondenza Romana (16 giugno 2001) che Budapest è piena di cartelloni in cui un feto dice: «Potrei pure capire che non sei pronta per me, ma pensaci due volte e fammi adottare, lasciami vivere!». C’è, accanto, il logo Progress della Ue. Cioè, la campagna antiabortista gli ungheresi la stanno facendo anche coi fondi europei. Infatti, sono partiti fulmini e fiamme dalla Commissione, che si sente presa per i fondelli (chi volesse approfondire, CR 1196/02). L’eurodeputata socialista francese Sylvie Guillaume ha tuonato che «utilizzare denaro del programma Progress o di altra fonte Ue per una campagna anti-aborto è un abuso ed è incompatibile con i valori dell’Ue». Infatti, com’è noto, i valori della Ue sono ben altri.

  5. admin scrive:

    La prossima rassegna stampa sarà tenuta nel settembre 2011.

    Luca Fumagalli

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