Apologia del biscottinismo: contro le ingiurie di Carlo Porta
Nel clima dell’italiotismo imperante duole il cuore a dir male di un autore meneghino, eppure se una critica va avanzata (e forse più di una) al noster Carlo Porta, questa è l’ideologia liberale in forza della quale vituperò, con satirica malignità, gran parte del clero e del cattolicesimo milanese nel periodo della Restaurazione, con particolar insistenza su quello più tradizionale e gesuitico. E’ noto come in più poesie il Porta attaccasse quelle che definiva, con un espressione ingiuriosa di conio ma divenuta poi comune, i damm del bescottin. Il vero nome dell’associazione a cui si riferiva il poeta era quello di Pia unione di beneficenza e di carità, meglio conosciuta come Società (o Congrega) del Jesus, da cui veniva, con storpiatura dialettale, il nome di sussisti per i suoi membri(1) .
L’associazione, sorta in piena epoca napoleonica (1801), aveva le radici nei cenacoli del più fervido cattolicesimo milanese: le Amicizie cristiane, associazioni semi-segrete fondate alla fine del XVIII secolo per contrastare, con mezzi culturali e devozionali, l’incedere dell’empietà e dei suoi araldi, massoni e illuministi prima di tutto (2) . Le Amicizie si avvalsero soprattutto della nobiltà cattolica (anche per la necessità di fondi per finanziare la “buona stampa”) e dei sacerdoti ex gesuiti, rimasti orfani della Compagnia di Gesù, sciolta per decreto pontificio nel 1773, su pressioni delle corti europee infestate dallo spirito modernizzante dell’Aufklarung. Dall’Amicizia Cristiana di Milano provenivano infatti le due sorelle Teresa Trotti Arconati (1765-1805) e Carolina Trotti Durini (1762-1840) le quali, conquistate dalle devote prediche del padre barnabita Felice De Vecchi (1745-1812) nella chiesa di Sant’Alessandro in Zaccaria, assecondarono i progetti del sacerdote milanese fondando una società laicale, in un periodo in cui era impossibile fondare nuove congregazioni religiose (dato che Napoleone era assai più incline nello scioglierle piuttosto che nell’autorizzarle), dedita all’assistenza caritativa dei malati nell’ospedale della Ca’ Granda.
In realtà Teresa Arconati, lodata anche dal Manzoni nelle Osservazioni sulla morale cattolica (3) , aveva già da anni incominciato a frequentare l’ospedale milanese e ad assistere i malati, poco badando alla dignità del suo lignaggio davanti alla miseria dei poveri, dei malati e dei feriti che le guerra, portata sulla punta delle baionette degli eserciti rivoluzionari, aveva provocato. Presto anche Carolina si era accostata alla sorella, spronata dall’esempio e dai consigli di un’altra aristocratica, questa volta veronese, che aveva votato la propria vita all’esercizio della carità: santa Maddalena di Canossa. Una volta fondata, la Società del Suss ricevette il plauso della nobiltà cattolica milanese, ancora isolata politicamente ma volenterosa di svolgere in altro campo un’azione sociale (non tutti i nobili evidentemente erano scivolati nell’ignavia dissoluta del giovin signore pariniano), ma anche di religiosi, sacerdoti e persone del popolo o del ceto civile.
Immersi nell’edonismo del mondo moderno e dei suoi templi somatolatrici è difficile comprendere le motivazioni profonde che spingevano gli appartenenti alla Società del bescottin all’impegno caritativo cristiano nel campo dell’assistenza ospedaliera dei malati. Ancor più arduo è cogliere come la pratica infermieristica svolta da questi volontari fosse “solo un accessorio dell’opera pia, la quale aveva per oggetto principale il bene spirituale delle malate”(4) : nel noto motto “anima sana in corpore sano”, le dame del biscottino sapevano bene dove andava posto l’accento!
La malattia fisica dei malati era infatti spesso specchio di un disagio spirituale e di una malattia morale più ampia, che il diffondersi dello spirito giacobino e libertino negli ultimi anni avevano acuito. Così, accanto alla cura e al lenimento del dolore fisico, le dame, affiancate dopo pochi anni anche da biscottinisti uomini, si prodigavano nell’istruzione catechistica, nella distribuzione di libretti e oggetti devozionali, nella esortazione alla pratica frequente dei sacramenti, il tutto suggellato da un segno d’affetto: un piccolo regalo o un dolcetto, spesso un biscotto, da cui il Porta trasse lo sfottò ed altri, afflitti dal “male del secolo”, motivo per criticare chi “pretendeva di risolvere i problemi sociali con preghiere e biscotti” .
Ritornando a Carlo Porta, i riferimenti poetici alla Pia Unione possono darci un’idea dell’importanza che l’associazione e i suoi membri andarono guadagnando negli anni della Restaurazione grazie all’appoggio fornitogli dall’Imperatore Francesco I. Innanzitutto l’avversione portiana verso i biscottinisti non era motivata tanto dall’attività benefica da loro praticata, e stigmatizzata dal poeta come l’ipocrita dono di un biscottino da parte di chi “comoda la moral cont i fasan” (cioè “accomoda la morale con le tavole imbandite”), ma piuttosto dalla loro influenza sociale che, a detta dello storico Giorgio Rumi, era funzionale ad “un progetto di restaurazione religiosa e di penetrazione nelle masse popolari con l’assistenza e la formazione culturale e professionale” (5) , in sintonia con gli obbiettivi delle Amicizie Cristiane. Il Porta registrò ad esempio, nella poesia Ona Vision, come le prediche dei “Pader Devecc, bona memoria” (infatti successore di Felice alla guida spirituale dei sussisti fu il fratello Gaetano) condannassero la massoneria e i suoi membri, predicendogli le fiamme eterne dell’inferno, ma cercassero anche di tener lontano i sussisti dalla lettura di molti letterati, tra cui il Metastasio. Nell’Epistola de meneghin tandoeuggia, invece, le dame del biscottino sono accusate di essere manovrate da “Barnabita e Somasch”, i quali “magnan” (furbi), “menand i damazz per i dandinn, ghe spigolen el mond ch’han vendembia, col gust de fagh fa intrigh e reussinn” (“guidando le dame per i lacci, le fanno spigolare la terra che hanno vendemmiato, col gusto di fare intrighi e riuscirci”). Ancor più esplicita, fin dal titolo, è invece la lirica I puttan ai damm del bescottin, nella quale, assumendo la voce di una meretrice offesa per la campagna contro la prostituzione condotta politicamente dai biscottinisti, il Porta accusa le “malarbette slandronn del Bescottin” d’invidia causata dalla frustrazione sessuale, dopo una giovinezza allegra, durante la quale “la davev via sotta al balducchin”.
Le ingrate critiche e i deliberati insulti del Porta mettono in mostra però la dimensione sempre più politica e sociale che faceva da contorno alle attività più propriamente caritative e religiose della Pia Unione. Scorrendo le liste dei membri si riconoscono infatti eminenti personaggi legati alla politica asburgica milanese: un caso per tutti è quello di Giacomo Mellerio (1777-1847), personaggio cardine del cattolicesimo lombardo della Restaurazione, membro delle Amicizie Cristiane e grande benefattore. Mellerio arrivò ad essere vicepresidente del governo lombardo, negoziando grandi privilegi per il neo-costituito Regno Lombardo-Veneto all’inizio del periodo della Restaurazione: nonostante il grande valore di quest’uomo, soprattutto nel campo della carità e dell’istituzione di collegi, la vulgata risorgimentale gli ha riservato l’oblio quando non l’aperta accusa di essere un “farabutto austriacante”.
Dal 1816 l’attività delle dame venne sostenutA dalle suore canossiane, inviate da Maddalena di Canossa (6) , alle cui cure vennero affidate anche “scuole di carità”, ospizi e refettori fondati dai membri della Pia Unione. I biscottinisti si erano infatti accorti che la loro carità cattolica non poteva fermarsi sul letto del dolore (o della morte!) ma doveva informare la società stessa, puntando a quella Restaurazione che, nell’idealità del cattolicesimo controrivoluzionario doveva essere una restaurazione degli animi prima che delle forme politiche, proprio come la spirito rivoluzionario (che equivale allo “spiritum vertiginis” delle Sacre Scritture) si era insediato prima nell’interiorità per poi dilagare nella società e nella politica.
Le successive vicende della Società del Suss sono ancora prive di studi e narrazioni ma il successo dell’associazione fu crescente nel corso degli anni: le poche liste di iscritti conservati negli archivi milanesi registrano nell’anno 1734 ben 71 membri operanti e addirittura 106 contribuenti. Compaiono i nome della miglior aristocrazia milanese: tra questi sono da notare il duca Tommaso Gallarati Scotti, consigliere intimo dell’imperatore, e il conte Luigi Confalonieri. I due aristocratici milanesi furono tra i più ardenti sostenitori della casa d’Asburgo, quando la convenienza politica conduceva da tutt’altra parte, cioè verso il tricolore sabaudizzato. Gallarati Scotti, dopo aver sostenuto l’imperatore nel 1848, durante le giornate rivoluzionarie, col dono di un prezioso servizio d’argenteria, fondò nel 1850, insieme all’amico e compagno Confalonieri, il giornale La Bilancia, che sarebbe stato per alcuni anni l’organo ufficiale dei “biscottinisti” oltreché il giornale cattolico più apertamente schierato per la conservazione del dominio austriaco in Lombardia.
Interessante è notare come, essendo la Pia Unione sopravvissuta al cambio di regime del 1859, il “partito biscottinista”, riunendo la nobiltà e il popolo più reazionario e cattolico, venisse sentita come il pericolo più imminente per la stabilità del nuovo stato, tanto da essere considerata una dei pilastri dell’alleanza tra i “Todisch” e la “Sacristia”. Soprattutto il Pungolo di Leone Fortis, foglio d’ispirazione democratica, orchestrò contro gli austriacanti biscottinisti una campagna politica impudente, con pubblicazione di presunte liste e diffusione delle poesie infamanti del Porta, per impedire che qualcuno di questi venisse eletto negli organi di rappresentanza. Sicuramente il nuovo regime italiano, nel suo assetto rigidamente liberale, impedì al biscottinisimo quegli spazi di attività politica e sociale prima consentitigli: la riduzione alla mera attività benefica fu sicuramente una coartazione del ben più ampio progetto “controrivoluzionario” e restaurativo ma la carità (nel senso più cattolico del termine), d’altra parte, era ciò che primariamente aveva mosso i biscottinisti!
Davide Canavesi
Tratto da “Il Cinghiale corazzato”, numero 27-28, giugno 2009



