Dizionario dell’arte degenerata (seconda puntata)

Dizionario dell’arte degenerata (seconda puntata)

William Congdon (1912-1998) Pittore americano, è uno dei più singolari autori nel panorama della pittura contemporanea. Dopo una solida formazione artistica, parte al seguito dell’esercito americano, dove s’imbatterà nell’orrore della seconda guerra mondiale. Al suo ritorno negli USA inizia una seria e sincera ricerca intorno al tema del male nella storia che si concretizzerà con le prime mostre al seguito degli “Action painters” come Pollock, Rothko e De Kooning. Trasferitosi a New York, Congdon rimane contrariato dalla rampante società consumistica americana, priva di solidi valori e ottusamente incapace di riflettere seriamente sul senso dell’esistenza. Inizia così un lungo periodo di viaggi (in Africa e in Europa) che porterà il pittore ad una ricerca intensa di quelle radici che l’America sembrava aver definitivamente reciso. Dopo lungo peregrinare, l’incontro con Assisi nel 1959 porterà il pittore ad una vera e propria folgorazione che culminerà, nel medesimo anno, con la conversione al cattolicesimo. Inizia così una produzione pittorica legata ai misteri della fede cristiana, ma soprattutto inizia una meditazione, quasi ossessiva, sul Crocifisso di cui realizza più di 150 tele. Amato e stimato in molti ambienti cattolici (celebre è la foto che lo ritrae insieme a Paolo VI in occasione della donazione al Vaticano di una sua tela) ora la parte più cospicua della sua produzione appartiene alla Fondazione “The William G. Congdon Foundation”, che si riconosce nel compito di promuovere l’eredità culturale, artistica e spirituale dell’ artista. Pur ammirando il carisma e la devozione di un artista sinceramente teso alla ricerca della Verità, tuttavia molte riserve posso essere nutrire intorno alla sua produzione. L’arte di Congdon infatti tenta di fondere l’esperienze artistiche giovanili dell’espressionismo astratto con la raffigurazione dei grandi misteri della Fede. Cerca di unire la profana rivoluzione moderna con i capisaldi della Fede e il risultato non può che essere pericoloso e fuorviante. Accanto a temi laici (in queste pagine si offre l’esempio di Veduta del porto, 1955, ma molto famose rimangono le raffigurazioni di Piazza S. Marco a Venezia) è la raffigurazione dei temi sacri, come già menzionato, che impegna maggiormente l’americano. In Madonna del presepe (1960) si può vedere perfettamente il risultato di questa forzata unione tra avanguardie e arte sacra: l’immagine è deformata, essenziale e confusa e anche se Congdon non rinuncerà mai totalmente alla forma, pare qui trovare solo un sottile alone sacrale che anche la bellezza dei colori non riesce comunque ad evocare. Ancora più rappresentative in questo senso paiono essere i suoi Crocifissi, agili e sintetiche pennellate che per nulla restituiscono la solennità e il dolore dell’episodio centrale del cristianesimo. Più che il precedente esempio, in questi casi la deformazione della figura è accentuata e il significato sacro si stempera totalmente. Come può un immagine siffatta raggiungere i cuori dei devoti fedeli che meditano sulla sofferenza di Nostro Signore? Dell’argomento incarnazione di Cristo e forma nell’arte abbiamo già trattato nel precedente numero, in conclusione allora sentiamo sull’argomento l’opinione del Cardinale Celso Costantini in un suo articolo dedicato alla nuova eresia dell’arte sacra, pubblicato su “Vita e pensiero” nel 1956. Dopo aver attaccato l’astrattismo nell’arte sacra, che disorienta i fedeli (discorso parzialmente sovrapponibile al lavoro di Congdon) continua: “quando si dà la testa di gorilla al Crocifisso, si nega la sua divinità e si ripete la bestemmia di Sirmio. Quando si degrada la rappresentazione della Vergine con immagini deformi e ripugnanti, quando si raffigurano i santi con teste di scimuniti o di degenerati, si nega non solo il carattere venerabile di questi soggetti, ma si insulta il culto cattolico esattamente come si fa con la bestemmia. […] Noi intendiamo di illuminare gli artisti di buona fede; ma per gli altri siamo costretti ad impugnare i flagelli con cui Cristo scacciò i mercanti dal tempio”.

Marc Chagall (1887-1985) Questo bielorusso di origini ebraiche (il suo vero nome è infatti Moishe Segal, “assistente levita”) rappresenta, con il suo stile pittorico inconfondibile, uno dei più interessanti esempi di arte contemporanea, impossibile da classificare entro le anguste categorie dell’avanguardia pittorica. Fa parte di quel ristretto gruppo di indipendenti, curioso osservatore delle novità e capace di una sintesi originale tra le proposte a lui contemporanee e la propria concezione stilistica. Immerso sin dalla gioventù nel clima hassidico dell’ebraismo orientale (un ebraismo magico ed esoterico che tende ad escludere la Bibbia come testo di riferimento in favore della Cabbala) l’opera dei primi anni si concentra soprattutto nella raffigurazione dello shtetl, il villaggio ebraico con i suoi riti e i suoi simboli come il violinista e l’acquaiolo (Le nozze, 1910). Trasferitosi a Parigi nel 1910 fa parte di quel gruppo denominato École de Paris che, lungi dall’essere una scuola con una poetica ben precisa, rappresenta in realtà la sintesi dell’incontro tra singole personalità come i fauves, Modiglioni, De Chirico, Picasso, Savinio e molti altri. Il sopraggiungere della guerra costringe Chagall a rientrare a Vitebsk (suo paese natale) dove fonda una scuola d’arte che dirigerà fino al 1920 (a lui subentrerà Malevic). Con il ritorno a Parigi inizia la fortuna sua artistica, che lo porterà ad allestire personali e a decorare grandi edifici come il famoso Teatro statale ebraico di Mosca. Allo scoppio della seconda guerra mondiale a Chagall non rimane che rifugiarsi in America. Nel 1947 fa ritorno a Parigi, e nel 1949 si stabilisce a Vence. Importanti mostre gli vengono dedicate dappertutto e inizia la lunga serie di decorazioni di grandi strutture pubbliche (a Gerusalemme, Parigi, Zurigo e New York). Fervente sionista (venne eletto nel settembre del 1937 come membro della delegazione francese e commissario dell’arte presso il direttorio del “World Yiddish Cultural Alliance”), si dedicherà anche alla scenografia e all’illustrazione libraria. Lo stile di Chagall, come già ricordato, unico ed inimitabile si presenta come una sintesi di cubismo e di fauvismo il tutto miscelato in una figurazione elementare, non lontana da un certo naif francese (e la tavolozza dei colori di Chagall è ad oggi ancora una delle più belle ed evocative che sia mai stata utilizzata nell’arte degli ultimi decenni). La sua pittura dunque, più che presentare ambiguità formali o strutturali (cubismo, fauvismo e naif si bilanciano infatti in una sintesi abbastanza equilibrata) presentano una grossa ambiguità dal punto di vista del significato. Parlo in particolare dei quadri che Chagall dedica al tema della crocifissione di Cristo, onnipresenti lungo tutto l’arco della sua personale carriera. L’esempio più famoso è sicuramente la Crocifissione bianca del 1938, conservata al The Art Museum di Chicago. Inchiodato ad una croce commissa Gesù è ricoperto da un tallis (un indumento tipico ebraico) che caratterizza l’intera scena come simbolo della sofferenza, non tanto di Gesù Cristo uomo-Dio Redentore, ma di Gesù ebreo. Il Crocifisso è dunque spogliato di qualsiasi valenza teologica per ridursi a simbolo del dolore e della sofferenza del popolo ebraico: coerentemente a questo ideale intorno alla Croce sono rappresentate delle scene di violenza nei confronti degli ebrei russi che, con una certa preveggenza, anticiperanno le future violenze e miserie della seconda guerra mondiale. E’ chiaro come questa figurazione sia assolutamente riduttiva ed infida: Chagall usa il pretesto del Cristo per rivestirlo di una simbologia ebraico-sionista assolutamente impropria e scandalosa (analoga sovrapposizione simbolica si verifica anche nell’opera Esodo, 1952-1966). Ennesimo esempio dunque di arte doppiamente pericolosa, dove lo scandalo non risiede a livello formale ma, più subdolamente nel significato. Così come molti teologi protestanti (e qualche cattolico), dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, si orienteranno verso una rilettura di Cristo sulla croce come simbolo della shoah, Chagall sembra in realtà esserne l’antesignano, in un mondo dove verità e falsità convivono e si confondono.

Luca Fumagalli

Fonte: Il Cinghiale Corazzato, foglio di informazione e cultura a cura della CAP dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, numero 29, agosto 2009

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