Rassegna stampa nella festa dei Santi Cornelio e Cipriano (16 settembre 2011)
a cura del Centro Studi “Giuseppe Federici”
Lutero santo subito
CITTA’ DEL VATICANO – La Chiesa cattolica e la Federazione Luterana Mondiale preparano una dichiarazione comune sulla Riforma in vista del quinto centenario della pubblicazione delle 95 tesi di Lutero nel 2017, ha sottolineato la Radio Vaticana questo lunedì. Il Papa ha voluto dare una dimensione ecumenica al suo prossimo viaggio in Germania. … Il testo dovrebbe analizzare la Riforma alla luce dei 2000 anni di cristianesimo, indica l’emittente pontificia, aggiungendo che la commemorazione comune di questo anniversario potrebbe essere l’occasione di un mea culpa reciproco. Per il Cardinale Koch, serve “una purificazione comune della memoria”. … Il Cardinale Koch ha rivelato che è stato il Papa stesso a volere che il suo viaggio avesse una forte dimensione ecumenica. … Il Papa inizierà il suo viaggio il 22 settembre nella capitale tedesca. Dopo la cerimonia di benvenuto nel Castello di Bellevue e gli incontri con il Presidente Christian Wulff e il Cancelliere Angela Merkel, pronuncerà un atteso discorso al Reichstag, il Parlamento. Incontrerà poi la comunità ebraica in una sala del Reichstag, … La mattina di venerdì 23, il Pontefice incontrerà alcuni rappresentanti della comunità musulmana. Si trasferirà poi a Erfurt, in Turingia, nei luoghi in cui visse Lutero. Dopo la visita alla Cattedrale di Santa Maria, avrà un incontro con i rappresentanti del Consiglio della Chiesa evangelica. In seguito parteciperà a una celebrazione ecumenica nella chiesa del convento degli agostiniani a Erfurt. (…)
(Agenzia Zenit del 30 agosto 2011)
Togliere la pensione agli italiani per darla agli extracomunitari
Ci sarebbe una certa preoccupazione anche a Modena per il dilagare di richieste d’ assegni sociali da parte di immigrati che, a quanto sembra, stanno mettendo in seria difficoltà l’Inps. Non esistono cifre precise del fenomeno a livello modenese (il fenomeno è nazionale), anche perchè i funzionari dell’ente di viale Reiter – contatti anche ieri – spiegano che dati e informazioni possono essere forniti solo dalla Direzione Generale di Roma. Dalla capitale ci spiegano che i dati, per singole province, possono rilasciarli solo dopo una richiesta scritta all’Inps di Modena, incaricata poi di inoltrarla alla stessa Direzione Generale. Insomma, forse fra qualche mese si potrà sapere qual’è la situazione modenese sul fronte assegni sociali agli immigrati. Ma in che cosa consiste questa richiesta da parte degli immigrati degli assegni sociali? Le cose stanno così: gli immigrati che hanno compiuto i 65 anni e non hanno redditi oppure sono sotto la soglia dei 5mila euro annui, hanno diritto a quella che una volta si chiamava “pensione sociale”. Quando gli extracomunitari regolari residenti in città o in provincia con tanto di carta di soggiorno in regola e residenza, si sono accorti delle normativa di legge – tutto deriva dalla legge 388 del 2000 (inserita nella finanziaria 2001 dell’allora governo Amato) che ha riconosciuto l’assegno sociale anche ai cittadini stranieri – non hanno fatto altro che presentare domanda di ricongiungimento familiare e far arrivare a Modena genitori o parenti anziani. Tra gli immigrati extracomunitari, pare che gli albanesi siano stati gli antesignani e maestri in materia. Come funzione questa legge varata dal parlamento italiano? L’extracomunitario regolare, dopo aver fatto venire a Modena i congiunti, manda i familiari o il familiare ultra- 65enne all’Inps. Qui l’interessato autocertifica l’assenza di reddito oppure dichiara la pensione minima nello Stato di provenienza – che deve essere certificata – e il gioco è fatto. L’Inps a quel punto eroga 395,6 euro al mese di assegno sociale, più 154,9 euro di importo aggiuntivo. In totale 550,5 euro per 13 mensilità quindi 7.156 euro l’anno, esentasse. In sostanza genitori, nonni e parenti tutti over 65 di lavoratori extracomunitari, percepiscono i 7.156 euro all’anno, senza aver mai versato alcun contributo all’Inps. Tutto questo mentre una buona fetta di pensionati modenesi, percepisce pensioni di 500 euro al mese, meno dell’assegno agli anziani stranieri e tutto questo dopo aver versato contributi e pagato tasse per una vita. C’è poi un altro particolare che sa tanto di “beffa”: se il genitore, il nonno, il parente straniero a Modena non si trova bene, può tranquillamente tornare in patria, tanto l’assegno continua a decorrere. E nei paesi nordafricani con queste cifre si vive da “nababbi”. (…)
(Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/pensioni-gratis-agli-stranieri-e-boom/2026432 )
Dopo 150 anni i garibaldini sono in camicia rosa/1
Con un voto unanime del Consiglio comunale, la città di Aosta ha approvato il regolamento che dal 12 settembre consentirà a tutte le giovani coppie con un reddito inferiore a una certa soglia e con eta’ non superiore ai 35 anni, che siano sposate, conviventi etero o omosessuali, ai single o divorziati o separati con figli, di accedere al contributo comunale di aiuto al pagamento dell’affitto. La notizia in una nota di Equality Italia. “Si tratta di un provvedimento unico nel suo genere, perchè va oltre le mozioni di principio già contenute in tanti registri comunali delle coppie di fatto – commenta il presidente di Equality, Aurelio Mancuso – Questo regolamento in un colpo solo riconosce a chi é convivente da almeno due anni la possibilità di accedere a finanziamenti, quindi si avvale delle norme anagrafiche vigenti, per far discendere un diritto concreto. Speriamo che tanti Comuni italiani seguano l’esempio di civiltà, unione d’intenti, dell’amministrazione di Aosta, governata da una maggioranza composta dal centrodestra e dagli autonomisti, che in questo caso ha ricevuto il sostegno della minoranza di centrosinistra. Buon esempio per tutta l’Italia”.
(Fonte: http://affaritaliani.libero.it/sociale/ad_aosta_contributo_per_affitto_alla_coppie_omosessuali010911.html )
Dopo 150 anni i garibaldini sono in camicia rosa/2
Se si prende un disegnatore famoso come Altan, vignettista dell’Espresso e padre della Pimpa, e gli si affida uno dei soggetti più in voga del momento, le famiglie omosessuali, vedrà la luce il progetto a fumetti di Piccolo Uovo, favola di Francesca Pardil, presentato nel corso della festa del Pd a Milano. Non poteva mancare all’evento Pierfrancesco Majorino, l’assessore alle famiglie, che ha concesso il patrocinio del Comune di Milano al Gay Pride e che vorrebbe introdurre un registro delle coppie di fatto. Il fumetto narra il viaggio di un piccolo uovo tra le diverse tipologie di famiglie – eterosessuale e omosessuale – per scegliere la migliore a cui affidarsi e decidere con chi crescere. Tra queste c’è la coppia formata da due pinguini maschi, che è poi la citazione di un fumetto italo-inglese uscito un paio di anni fa, Gus e Waldo, che a breve diventerà anche una serie tv. Il disegnatore Massimo Fenati ha detto di aver scelto i pinguini perché sono animali monogami, che stanno con lo stesso partner per tutta la vita, l’esatto opposto del modo in cui vengono, secondo lui, solitamente considerate le storie omosessuali: unioni promiscue e passeggere. (…)
(Fonte: http://www.tempi.it/assessore-majorino-invita-ogni-genitore-leggere-ai-figli-storie-gay )
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Dopo 150 anni i garibaldini sono in camicia rosa/3
ROMA – Sarà una casella rivoluzionaria. Quella da barrare con una crocetta accanto alla voce: «Convivente in coppia con l’ intestatario». Verrà inserita nel censimento ufficiale della popolazione 2011 e per la prima volta riguarderà anche le unioni tra persone dello stesso sesso. L’ Istituto nazionale di Statistica, che fotograferà l’ Italia prendendo come data campione quella del 9 ottobre, potrà dunque campionare una realtà affettiva che finora è rimasta sfuocata. Relegata nel capitolo coabitazioni. Esultano infatti le organizzazioni omosessuali. «Finalmente ce l’ abbiamo fatta. Anche le famiglie gay e lesbiche potranno dichiararsi come tali», spiega Alessio De Giorgi, presidente del portale Gay.it, che pubblica una serie di consigli pratici con lo slogan: Fai contare il tuo amore. «Dopo ripetuti appelli e contatti con l’ Istat abbiamo ottenuto che il questionario contemplasse anche le nostre realtà. D’ ora in poi nessuno potrà più ignorare quanti siamo, tanto meno il Parlamento, il Governo e la classe politica». Quello che cambia, rispetto alle passate edizioni (questa è la n.15), è la distinzione tra convivenza, che sottintende un rapporto affettivo, e coabitazione, che prefigura una semplice situazione di fatto, come ad esempio tra un anziano e la badante o tra due studenti.
(Fonte: www.corriere.it/ del 10 settembre 2011)
Quanto marmo sprecato
Da molti anni il Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano si batte per la pedonalizzazione di piazza Mentana dove è posta la lapide del 1907 in memoria del filosofo arso vivo dai preti, con la mordacchia in bocca dopo la tortura, il 17 febbraio 1600 a Roma in piazza Campo dei Fiori. In questa piazza c’è anche il monumento ai circa 1100 garibaldini morti e feriti nella battaglia di Mentana contro i franco-pontifici il 3 novembre 1867. Altre lapidi minori sono poi da valorizzare.
(Appello del 12.09.2011 del Circolo Giordano Bruno al sindaco Pisapia per pedonalizzare piazza Mentana)
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Il marciume di Monte Citorio
ROMA – Aria irrespirabile nell’Aula di Montecitorio che ha dovuto sospendere i lavori: nell’emiciclo, infatti, si è sentito un fortissimo cattivo odore e i deputati hanno iniziato ad uscire. (…)
(Ansa del 15 settembre 2011)
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Euro schiavi, M. DellaLuna- A. Miclavez (Arianna ed.). pg. 84: dominare il mondo intero non è più un sogno irrealizzabile: basta acquisire il dominio azionario delle banche centrali, delle valute, dei sistemi bancari, delle fonti energetiche e di internet. la cosa è stata ulteriormente semplificata in quanto le banche che contano si sono ridotte a poche: la BCE per l’euro, la federal Reserve Bank per il dollaro, la Bank of England per la sterlina, quella del Giappone per lo yen , quella della Cina per lo Yuann.
pg.32: l’art. 600 quater del codice penale punisce col carcere la semplice detenzione “consapevole” di materiale informatico pedopornografico nel computer. ma esistono tecniche e tecnici che possono simulare tua compravendita “consapevole”di tale materiale!
DELLE PERIZIE DI TRIBUNALE
un perito è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi. Intervista al giudice Edoardo Mori, il Giornale 18.9.11. titolo: “non sopportavo più l’idiozia di troppi colleghi”.
da labussolaquotidiana.it:
Il tribunale censura chi svela le coop
di Andrea Zambrano
22-09-2011
Non importa se la notizia non è diffamatoria. Ciò che conta è che abbia comunque arrecato un danno alle coop. E pertanto, quel danno, inquadrato come concorrenza sleale va punito e censurato fino a “bruciare” il libro che lo ha prodotto.
E’ questo il senso della sentenza del Tribunale di Milano, sezione civile, che il 14 settembre scorso ha condannato il patron di Esselunga Bernardo Caprotti al pagamento di 300mila euro a Coop Italia, la centrale dei colossi cooperativi della grande distribuzione. Finisce così con una sentenza insolita, uno dei round della querelle che da decenni ormai oppone le coop a Caprotti, anche con sentenze in passato a lui favorevoli.
Due mondi e due visioni contrapposte del mercato nello stesso mondo fatto di surgelati e detersivi, dove la guerra non solo commerciale ha assunto rilievi culturali e politici, soprattutto dopo la pubblicazione da parte di Caprotti del libro “Falce e Carrello”.
Un testo scomodo, politicamente scorretto, dove Caprotti non fa altro che raccontare al lettore le vicissitudini che la sua azienda ha passato quando ha deciso di mettersi in concorrenza con le coop, secondo le regole del libero mercato, e andare ad aprire, soprattutto in Emilia Romagna, Liguria e Toscana, i suoi superstore. Praticamente in casa del “nemico” e con l’ombra delle amministrazioni rosse piegate a favore delle coop.
Caprotti in quel libro racconta, senza accusa di smentita, aneddoti che fanno ormai parte della storica battaglia tra il sistema cooperativo e l’azienda dell’86enne imprenditore brianzolo. Aneddoti che, pur non essendo riconosciuti come diffamatori dal giudice, sono comunque sleali e pertanto da punire.
Con la decisione di ritirare dal commercio il libro, il giudice ha poi introdotto un tema che non mancherà di fare discutere: spariti i roghi sulla pubblica piazza oggi ci si accontenta di un burocratico ritiro dagli scaffali delle librerie. Il risultato però è sempre lo stesso: l’odiata censura, che in Italia ha visto in dieci anni, appena due libri all’indice. Con questo, tre.
Ma andiamo con ordine. Il libro, edito da Marsilio nel 2007 e corredato da una prefazione di Geminiello Alvi e da un’appendice del giornalista Stefano Filippi (anche loro condannati con Caprotti per illecita concorrenza) è raccontato in prima persona da Caprotti, che illustra il sistema con cui le coop della grande distribuzione hanno letteralmente messo i bastoni fra le ruote a Esselunga.
Secondo il giudice monocratico che ha emesso la sentenza però, gli scritti, potranno anche essere offensivi, ma non sono diffamatori, come invece sostenuto da Coop Italia, che in nome di tutte le altre coop della gdo, aveva portato avanti una delle cause con l’accusa di diffamazione e concorrenza sleale. Dunque si tratta di un’inchiesta giornalistica a tutti gli effetti, legittimata dal diritto di critica e di cronaca garantito dall’articolo 21 della Costituzione. Un articolo che viene sbandierato ogni qual volta la libera-stampa-anti-bavaglio vuole rimarcare la propria indipendenza dai “padroni del vapore”.
In questo caso però, si registra la totale assenza di commenti e prese di posizione da parte dell’ordine dei giornalisti, per il quale evidentemente ci sarebbero libertà e libertà. A questo punto sorge il quesito: come fa una cronaca-critica rispettosa dell’articolo 21 ad essere sottoposta a censura? Non è una contraddizione? E come si sposa questo concetto con il gran parlare di libertà d’informazione che sentiamo dai soliti soloni?
In attesa che qualcuno ci illumini è bene ripercorrere la storia del libro di Caprotti per comprendere qual è la posta in gioco nella lotta a colpi di querele e richieste di risarcimenti tra Coop e Esselunga.
E nello specifico ricordare due dei tanti episodi su cui Caprotti costruisce il suo pesante j’accuse al sistema. I più eclatanti. Il primo è relativo ad un terreno in via Canaletto a Modena che Esselunga, con un socio controllava per l’82%. Per la restante parte intervenne Coop Estense che si aggiudicò all’asta quel piccolo appezzamento a peso d’oro, quattro volte il suo valore. Il motivo? “Stoppare il concorrente Esselunga”. Così titolarono i giornali locali negli anni ’90 quando emerse la querelle. Divenuta proprietaria di quella porzione minoritaria di terreno, Coop Estense fece rimettere in discussione il piano particolareggiato del Comune, pretendendo che le venisse attribuito il supermercato. A nulla valsero i diritti edificatori di Caprotti. Quel terreno è ancora a Modena incolto, abbandonato per impedire all’odiato concorrente di edificare il superstore.
Cambiando provincia, precisamente a Bologna, in quel di Casalecchio di Reno, Caprotti racconta poi la surreale vicenda di un terreno acquistato da Esselunga, nel quale, malauguratamente è il caso di dire, vennero trovati dei resti etruschi, che fecero immediatamente stoppare i lavori. Seguirono mesi di snervanti trattative tra Caprotti, la Sovrintendenza e il Comune. Niente da fare: i resti andavano tenuti in loco. Così Caprotti decide di abbandonare l’area. Ma alcuni mesi più tardi, si scopre che Coop Adriatica aveva acquistato quel terreno e ottenuto dai Beni culturali lo spostamento in altro loco di quei reperti archeologici. Perché? E’ questo il cuore del libro di Caprotti.
L’intreccio con le amministrazioni rosse e la cinghia di trasmissione tra il Pci-Ds-Pd e il mondo cooperativo non si era mai interrotta. La cosiddetta cinghia nacque nel 1946 a Reggio Emilia, quando Togliatti per sedare gli ormai imbarazzanti crimini del triangolo della morte, fece il famoso discorso al teatro Valli dei “Ceti medi ed Emilia rossa”, in cui inquadrava le “plebi rurali povere” nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito politico nazionale (il Pci) che avevano “acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione”.
Incominciava così un rapporto, quello tra il mondo cooperativo e il Pci, che si è retto fino ad oggi tra commistioni e uomini di fiducia che negli anni sono passati da questi a quelli, dalla politica alla cooperazione, secondo un metodo clientelare sotto gli occhi di tutti. Un rapporto che ha costruito il monopolio delle coop, non solo della grande distribuzione, in Emilia e in altre regioni rosse e che ha retto a tutti gli urti.
Anche ai tentativi di Caprotti di insediarsi in un mercato molto, ma molto rischioso. E’ lo stesso Caprotti a raccontarlo nel libro, del quale a questo punto non si capisce più se sia reato anche solo il parlarne. Lo stesso Caprotti che ieri, intervenendo per la prima volta dopo la sentenza, sul Corriere della Sera, ha ribadito la necessità di denunciare “la stravaganza di quel sistema”.
“Fu Prodi a farmi decidere di scrivere quel libro”, ricorda Caprotti. Era il 2004 e l’azienda versava in cattive acque per colpa di una gestione dissennata da parte di alcuni manager. Si parla di cessione di Esselunga agli stranieri. A quel punto intervengono le coop che si dicono disponibili per il bene del made in Italy a rilevare l’azienda di Caprotti. A sinistra ci si mettono un po’ tutti, Bersani compreso, a far passare il concetto di un acquisto provvidenziale di Esselunga da parte delle coop per il bene dell’italianità. Ci si metterà anche Prodi, che, in diretta a Porta a Porta, sentenziò: “Ci sono le coop e c’è ancora Esselunga. Il governo le può mettere insieme”.
Fu quella la molla che spinse Caprotti a scrivere il libro denuncia, campione di incassi in libreria e oggi nel mirino della censura, non perché dice cose diffamatorie, ma semplicemente perché data l’eco della pubblicazione, le coop ne uscivano danneggiate.
“Unità italiana ed europea
12-09-2011
Siamo a 150 anni dall’Unità d’Italia e a quasi 10 anni dall’Unità monetaria europea e proprio queste ricorrenze importanti sembrano coincidere con un possibile fallimento.
Come semplice cittadino vorrei allora proporre ai nostri giornali, soprattutto agli storici, un tema molto interessante e direi vitale.
Da persona che ritiene importante sia l’unità italiana che quella europea, chiedo: “Non è che forse vengono al pettine i nodi di un processo unitario fatto dalle elite “illuminate” e non dai popoli e dalle culture? ** “”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"
MENO MALE !
da silaonline.it:
Spedizione Bandiera: La difesa di Boccheciampe
Spunta una lettera inviata dal Boccheciampe a Domenico Mauro, letterato e patriota meridionale nonché protagonista di moti rivoluzionari e seguace di Garibaldi nell’impresa dei Mille. Riportiamo per esteso l’agenzia AGI che ne rivela l’esistenza:
RISORGIMENTO: GIORNATA STUDI VENETO SU CASO BOCCHECIAMPE
(AGI) – Roma, 17 novembre 2008. – Conversazioni sul Risorgimento: il sacrificio dei fratelli Bandiera e il caso Boccheciampe. E’ il tema della giornata di studi, promossa dalla Sede di Roma della Regione del Veneto, che si terra’ mercoledi’ 19 novembre, a partire dalle 10, presso la Direzione della Sede di Roma della Regione, in Via del Tritone 46 (IV’ piano). L’iniziativa e’ volta a ricordare i fratelli veneti e seguaci di Mazzini, Attilio ed Emilio Bandiera, fucilati il 25 luglio 1844 nel Vallone di Rovito (Cosenza), a seguito – ha sempre sostenuto la storiografia risorgimentale – del tradimento del compagno d’avventura, il corso Pietro Boccheciampe. 164 anni dopo, la verita’ ufficiale viene smentita da una lettera, scritta dal carcere il 16 luglio 1848 da Boccheciampe a Domenico Mauro, letterato e patriota meridionale, protagonista di moti rivoluzionari, seguace di Garibaldi nell’impresa dei Mille e poi deputato. Nella lettera inviata a Mauro, all’epoca in esilio a Corfu’, il Boccheciampe smentisce d’aver denunciato i compagni, si proclama innocente e attribuisce l’agguato e la cattura dei fratelli Bandiera ad alcuni infiltrati della polizia borbonica. Il dibattito di mercoledi’ 19 novembre avra’ inizio proprio con la lettura della missiva, riportata alla luce dagli eredi Mauro e gentilmente concessa dal Centro Studi Risorgimentale ‘Domenico Mauro’ di San Demetrio Corone (CS).
Interverranno: Felice Spingola, economista, presidente del Centro Studi Pan di Cosenza; Giuliana Limiti, storica ed archivista, presidente della ‘Mazzini Society’ e della Casa Mazziniana; Giovanni Pillinini, presidente del Comitato provinciale di Venezia dell’Istituto per il Risorgimento Italiano. Oltre alla lettera di Boccheciampe a Mauro, sara’ presentata anche altra documentazione inedita, tra cui una singolare missiva del fratello di Pietro, Giovanni Boccheciampe”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"
a parti invertite, qualcuno avrebbe parlato di brillante operazione di intelligence volta ad evitare spargimento di sangue eccessivo, altro che infiltrazione.
Roma 20 settembre 1870
Di Francesco Agnoli – 19/09/2011 – Storia del Risorgimento – 179 visite – 5 commenti
In occasione del 20 settembre, sarà opportuno affrontare un altro tema: la “liberazione” di Roma.
La lotta per sottrarre Roma al papato iniziò dopo la Rivoluzione francese. “A Roma, scrive Giulio Andreotti nella sua “Piccola storia di Roma”, la prima reazione alla Rivoluzione Francese fu di sostanziale indifferenza. Tuttavia, dopo la proclamazione della Costituzione Civile del clero, nel 1791, non solo Pio VI espresse la sua condanna, ma anche tra la popolazione si venne diffondendo un sentimento di ostilità nei confronti della Francia”, che culminò nel 1793 con il linciaggio dell’ambasciatore francese Hugou de Basville. Nel gennaio 1798 il generale francese L. Alexandre Berthier “occupò la città, dopo aver inutilmente sperato che il popolo insorgesse infiammato agli ideali di libertà”.
Questa tattica, tentare di far insorgere il popolo romano contro il papa, per poi intervenire presentandosi come “liberatori”, sarebbe stata riproposta, ancora senza successo, anche dai Savoia dopo il 1861. La lettura che se ne può dare è molteplice, ma il fatto è uno solo: i romani non volevano essere liberati, né nel 1798 né nel 1870.
Torniamo al 1798: Pio VI venne esiliato, il potere passò nelle mani dei francesi, e in breve “il popolo, esasperato dal gravame delle imposte” si sollevò al grido di “Viva Maria, viva Pio VI”.
Nel 1808 ci fu una nuova occupazione di Roma da parte di Napoleone, con arresto ed esilio di Pio VII, “tuttavia il popolo romano rimase sostanzialmente antifrancese. Le imposte, il regime militare, l’abolizione pressoché totale dell’articolato sistema assistenziale erano fonte di continuo malcontento, mentre le campagne erano infestate dai briganti, a cui molti si aggregavano per sottrarsi all’arruolamento nelle truppe imperiali”, perché i romani, che conoscevano la pace da svariati secoli, non si sentivano così pronti a morire per le manie di grandezza del piccolo corso[1].
Nella sua monumentale “Roma nell’Ottocento” F. Bartoccini ci dà altri dati interessanti: dichiara non più di 500-700 i presenti, molti solo per curiosità, alla proclamazione della Repubblica del 1798; ricorda che circa 15.000 persone lasciarono Roma dopo l’arresto di Pio VI; rammenta i saccheggi dei francesi a danno di chiese, confraternite, parrocchie, “la mancanza di cibo, l’aumento dei prezzi, la carenza di denaro”…[2]
Il francese Lamartine, a Roma in questi anni, notava che la città era divenuta “ben triste e deserta”, perché “Bonaparte aveva spazzato via tutti”.
Alla caduta del “liberatore” Napoleone, Pio VII rientrò, “entusiasticamente accolto” dai romani.
E’ un fatto risaputo che i moti del 1820-1821 sfiorarono appena la città del papa, e non furono romani, per lo più, ma forestieri, i carbonari e i liberali che tramarono contro il governo.
Anche la Repubblica Romana del 1849 fu una parentesi poco apprezzata dai romani. Il poeta Giuseppe Gioachino Belli, noto per le sue precedenti poesie anticlericali, non esitò a denunciare “quanto di fellonesco, di barbaro e di abbietto avesse saputo osare la depravata coscienza dell’uomo” al tempo della tanto decantata Repubblica. Aggiungeva che la plebe veniva aggirata “con mille arti da astuti cospiratori, che accorsi a sciami d’ogni contrada d’Europa assumevano in Roma voce, simulacro e diritti di popolo” e che “la peggior feccia degli agitatori, con a capo il famoso condottiero delle bande rosse, il Garibaldi, si scaricò…negli Stati ecclesiastici e in Roma, divenuta in quei tempi scolatoio di ogni immondizia”[3].
Lo storico Viglione, nel suo “1861. Le due Italie” (Ares, 2011), ricorda che nel 1867, quando il generale pontificio Kanzler entrò a Monterotondo dopo la sconfitta di Garibaldi, i locali lo accolsero come un liberatore, perché “erano stati derubati di tutto dai garibaldini e le offese fatte alle loro donne li avevano particolarmente esasperati”.
Intanto si era consumato l’attentato terroristico, da parte dei carbonari Tognetti e Monti, alla caserma Serristori: una bomba aveva dilaniato 22 zuavi pontifici e alcuni passanti, tra cui una bimba di sei anni. Lo scopo era far insorgere i romani e facilitare il contemporaneo attacco, dall’esterno, dei garibaldini. Fu l’ennesimo flop, cui seguirono la conversione religiosa e il pentimento dell’operaio Monti, e, più tardi, la trasfigurazione risorgimentale dei due terroristi, divenuti, su lapidi e libri patriottici, veri e propri “martiri”[4].
Eccoci ormai alle soglie del 20 settembre 1870. I governi italiani vogliono Roma: pagano cospiratori, spie, finanziano rivolte “spontanee”. Invano. I romani non insorgono. Pio IX decide di cedere, dopo una resistenza solo simbolica, ad un’ aggressione ingiustificata. Prima che la nuova Roma diventi “ladrona” per milioni di italiani, dal nord al sud, imponendo tasse e servizio militare obbligatorio, sono i romani i primi a deprecare i nuovi arrivati. Li chiamano “barbari” o “buzzurri”, con distacco e disprezzo, e in molti, anche tra coloro che lo avevano criticato, rimpiangono il papa[5].
[1] Giulio Andreotti, “Piccola storia di Roma”, Mondadori, Milano, 2000, pp. 109-119.
[2] F. Barroccini, Roma nell’Ottocento, Storia di Roma, vol. XVI, Istituto nazionale di studi romani, Cappelli, Bologna, 1985, pp.14-23. Analoga la narrazione di Giorgio ciucci, nella sua “Roma moderna”, Laterza, Bari, 2002. Parlando della Repubblica romana del 1798 per esempi, scrive: “ Roma, e con essa gli Stati pontifici, divenne una città occupata, sfruttata finanziariamente, saccheggiata nel suo patrimonio artistico, conventuale, religioso, mentre le venivano imposti strumenti di governo totalmente estranei alla sua cultura…”.
[3] Citato in Giovanni Orioli, “Memorie romane dell’Ottocento”, Cappelli, Bologna, 1963, p. 16.
[4] Fulvio Izzo, “L’attentato del fermano Giuseppe Monti alla caserma Serristori”, Maroni, Ascoli Piceno, 1994.
[5] Si vedano le opere citate: Barroccini, p.459-466; Andreotti, p.121; Orioli, p.23. Scrive il Barroccini che dopo il 1870 l’opposizione al nuovo governo fu generale: “Non si tratta di uno sparuto manipolo di gente, di clericali faziosi: l’opposizione, nei primi anni dopo la Breccia, si allargò a macchia d’olio coinvolgendo anche molti entusiasti filoitaliani della prima ora” (p.455), convinti che si fosse fatto “scempio della nostra Roma”. Andreotti ricorda invece la “gravità delle imposizioni fiscali” del nuovo governo; la “moltitudine di poveretti in cerca di fortuna” che arrivò dal Meridione nell’urbe; l’”esplosione edilizia incontrollata” che favorì una “cospicua speculazione”; l’esplodere della “disoccupazione” e delle “opere non compiute”
da libertàepersona.org:
brano tratto da “La conquista del Sud”, di Alianello
Di Rassegna Stampa – 20/03/2011 – Storia del Risorgimento – 172 visite – 0 commenti (attivi)
Quando ancora Garibaldi, dittatore perpetuo, occupava la reggia di Caserta, e pare che ci stesse comodo; ebbe una chiamata urgente dalla terra dei Sanniti. Brutta gente s’aggirava in quei paraggi, amici del Borbone, nientedimeno, ostili all’Unità.
Subito; armi e bagagli e in marcia. Sarà cosa da ridere; qualche scappellotto bene assestato; qualche donnina acchiappata dentro una fratta o stesa su un prato. Eppoi, dicono, nel Sannio s’allevano pecore saporite e grassi maiali: proprio quello che ci vuole per ridare un po’ di buon umore ai suoi uomini. Buona cosa è che le migliori leccornie se le becchino loro prima che arrivi quel birichin di Vittorio, ché di comodi ce n’ha anche troppi e ragazzotte e iosa da accontentare.
Detto, fatto. Così il reggimento garibaldino, condotto dal “famoso” Francesco Nullo, il Baiardo garibaldino, come veniva chiamato, e dal non meno famoso Alberto Mario, se ne veniva su bel bello, un po’ affaticato da quegli strapiombi e dall’erte salite; voglioso solo d’un buon rancio e di qualche po’ di riposo.
È vero che qualcuno aveva messo in giro una voce perlomeno buffa: che, qualche giorno prima, a Isernia (1) più di mille garibaldini ci avevano rimesso la pelle, e ora le loro teste mozzate, col berrettuccio rosso, servivano d’ornamento alle antiche mura della città… Ma dovrebbero essere storie; contro le camicie scarlatte, chi ce la può fare? In ogni modo, bene o male, verità o bugia, c’eran lì loro e vendicare l’onta. Però nessuno o pochi ci credevano. E intanto andavano. Qualcuno, più saputo, indicando la cerchia delle montagne che s’ergevan ripide ai loro fianchi, annunciò ch’eran nei pressi delle Forche Caudine, proprio dove i Romani antichi avevan preso quella famosa batosta. “Bojate!”, ridacchiò uno del gruppo: “E poi chi erano questi Romani? Razza di preti, scommetto! Se si pensa che han dovuto fare tre guerre per vincere i Cartaginesi, mentre a noi è bastato un mese o poco più per sconfiggere il Borbone! Tu li chiami soldati, quelli?”.
E andavano, strascinando un po’ i piedi. A un tratto, da una fratta nella boscaglia e subito dopo, tra due scaglioni di roccia, risuonò uno sparo, due. Nuvolette bianche di fumo si levarono subito fra ramo e ramo, scoglio e scoglio. “Tromba, suona l’allarme!”, comandò Nullo, e risalì sul cavallo da cui era smontato per sgranchire un po’ le gambe. Ma dove? Contro chi? Nessuno si vedeva né si udiva una voce. Poi il suono d’un corno, lungo, cupo, vibrante. E subito tintinnò una campana; ma da lontano questa. Pareva chiamasse un gregge smarrito, gregge d’uomini, di donne, all’appello.
Alla Benedizione forse, o ai Vespri. “Mischinu!”, disse un siciliano ch’era venuto lassù sin da Canicattì. “Meschino chi?”. “Nuantri”, borbottò l’isolano. Forse sera ricordato dei Vespri siciliani. O forse un istinto più antico, il senso quasi irreale d’un pericolo che. gli soprastava. “Una pattuglia in avanscoperta!”, ordinò il capo. Sei uomini e un caporale, si staccarono dal grosso e presero salire, quasi di corsa, verso una selletta dove la strada s’incurvava tra le pendici di due colli. Si fermarono lassù e si guardarono attorno. Nessuno, nulla. Sentivano solo alle loro spalle il faticoso cadenzare della colonna in marcia, lo scalpitare dei cavalli e l’ansito rauco del plotone di testa che li seguiva da presso. Forse un fruscio leggero tra le fronde che ne fian cheggiavano i margini? Ma è il vento, no? S’era infatti levata una brezza leggera, fresca, e le prime foglie d’autunno già cadevano gialle sulle zolle. Ma chi poteva aver sparato un istante prima, dal bosco? “Forse”, azzardò un caporale, “qualche cacciatore alla posta…”. “O un paio di gendarmi borbonici, sperduti dopo la sconfitta?”.
Caricarono le armi. Intanto era giunto il grosso della truppa. “Serrare le file!”. Sta bene; ma contro chi? Qualcuno, che aveva persino messo a terra lo zaino, s’accomodò beato su una lista d’erbetta fresca che orlava la strada. D’un tratto tutti balzarono in piedi. S’era udito l’ulular d’un cane e subito un guaito lamentoso; qualcuno di certo stava a spiarli forse con un cane e non voleva che la bestia lo rivelasse abbaiando? Di lì l’ululo e il guaiolio… “Il solito cacciatore”, disse quello che aveva parlato per primo. “Avanti!”, urlò ancora una volta il comandante del reggimento, e la schiera si mosse. La strada piegava, scendeva, tornava e contorcersi in salita. Ed ecco che dal pendio del monte che leggero costeggiava la via sassosa, apparve in alto, ma non lontano, un paese. Case, casette, qualche palazzotto, capanne sparse e una chiesa. “Quello”, disse un ragazzotto del luogo che faceva da guida, insaccato anche lui nella camicia rossa, “quello è Carpinone”. “È lontano?”. “No; sta qua”. Infatti dal paese scendeva e valle, quasi una mostra di tinte diverse, secondo le coltivazioni delle balze degradanti, una manciatella di capanne, stazzi e pagliai, ruzzolati qua e la e d’improvviso immoti. Avanti alla chiesa una piazza, anzi un piazzale, deserto però di uomini e di cose. Allora la campana riprese a suonare. Un batter violento, furibondo quasi, a stormo, a martello, come quando d’inverno s’aggira tra gli ovili un branco di lupi. E subito altri bronzi risposero tocco su tocco, vicini e lontani. E sul piazzale sgorgò d’impeto dalla chiesa una folla strana e vedersi nei suoi diversi colori. Il bianco, il verde, l’azzurro, il porpora, il nero…
“Una processione”, disse chi stava a capo del plotone. Infatti cantavano, voci acute, voci gravi, voci pesanti. Di uomini, perché di donne non se ne vedeva nessuna. La folla si raccolse, s’ordinò, venne avanti; ore le voci si udivano non più confuse ma quasi distinte, con le parole. “Che diavolo berciano?”, chiese un toscano. L’altro che gli era vicino non rispose, ma sputò in terra. C’era tra le camicie rosse un chierico, scappato appena dal seminario, per seguire il redentor novello, che di queste cose se ne intendeva: “Toh!”, disse, “son le litanie per le Rogazioni… ma non è il tempo, questo. Le Rogazioni si cantano quando già matura la semente…”. “Per farne che?”. Parlava il signorino, quello ch’era venuto con Garibaldi per liberarsi d’un colpo solo da un’amante attaccaticcia e dai creditori, asfissianti. “Il grano, no?”, gli aveva risposto un uomo atticciato col viso brunito dal sole; uno che di semine se ne intendeva. “Kyrie eleison! Christe eleison!”. “E non è il tempo giusto questo?”. “Il suo tempo è quando il sole comincia e bruciare e il seme mette la sue veste verde e la prima spiga…”.
Altra gente frattanto accorreva da ogni anfratto dei monti, sui pendii, tra rupe e rupe, tra bosco e prato… “Quanti saranno?” , chiese sbalordito un garibaldino. “Di che ti spaventi?”, tuonò un ufficiale. “Son contadini… baciapile, figli di preti… e noi siamo di più. Siamo armati, noi”. E intanto già un altro aveva alzato la voce: “Baionetta in canna! Se si avvicinano troppo, sparare”. “Ab omni peccato”, cantarono gli uomini, già ammassati sul limitare del bosco grande, “libera nos Domine!”. “Stai fresco!”, sghignazzò un garibaldino. Ma il primo aveva ripreso il discorso con l’ex seminarista: “Questo allora non è il tempo giusto …?”. “È il tempo della maggese”, intervenne quello che aveva l’atto e l’aspetto del contadino. “Sarebbe a dire?”. “Ora si scavano i solchi nei campi per sotterrarci la semenza…”. “E chi ancora?”. Gli uomini della montagna cantarono: “Ut fructus terrae dare et conservare digneris…”. Il ragazzo già tremava: “Perché questa carnevalata?”. “Non hai capito?”. E il chierico si segnò col segno della Croce: “D’ottobre, il seme si sotterra e muore”. “Chi deve morire?”, ridacchiò il bellimbusto. “Noi”. “Noi? E perché noi?”. “Te rogamus, audi nos…”, cantò il coro.
E fu il segnale. Le file della processione s’aprirono e ogni uomo che aveva il suo fucile, la sua vecchia pistola da cavalleria, sparò dritto il suo colpo già meditato. Gli altri, quelli che non avevano armi da fuoco, si gettarono giù per il pendio urlando e facendo brillare i loro arnesi d’acciaio all’ultimo sole. Da ogni parte uscivano uomini laceri, convulsi, urlanti. “A peste, fame et bello”, cantavano gli uomini, e premevano sul grilletto del loro archibuso, forse del padre o dell’avo, che aveva già sparato contro i giacobini e gli eretici; e le donne, torme di donne sbucate e un tratto dalle grotte, dagli anfratti, dalle capanne, brandendo scuri, forconi e spiedi, rispondevano con un acuto selvaggio: “Libera nos Domine!”.
Sembrava che quel canto non dovesse finir mai. Dall’alto, sui fianchi, da ogni lato delta viuzza scoscesa, gruppi dei congregati delle confraternite, fratelloni erano, ruggivano: “Ut inimicos Sanctae Ecclesiae humiliare digneris…”. E un coro, come un vento furioso, rispondeva dalle gole d’ogni montagna: “Te rogamus…”. Un canto, un rimbombo, una voce. Qualcuno dei garibaldini sparò; molti erano già caduti, quando era scoppiata fulminea la prima scarica; altri gemevan stramazzati per terra. I più, atterriti, fuggirono. Mentre le rosse camicie ch’eran venute a mettere ogni cosa a ferro e fuoco, a fucilar soprattutto gli odiosi reazionari, quelli che non vogliono essere fottuti dalle parole nuove, il che non sarebbe gran cosa, ma soprattutto dai banditi che di quelle come armi nascoste si servono, mentre i garibaldini, dico, si nascondevano lungo i muretti dei campi, e già il sole era calato, e ogni cosa restava in ombra, nell’oscurità delle straduzze le donne e i ragazzi li afferravano, gli toglievan l’inutile arma e li costringevano e inginocchiarsi e a chieder pietà. Quando gli veniva accordata, era generosità grande. Le vecchie, fuori dal cavo dei focolari spenti, impugnavano il fuso e lo schidione, maledicendo con strida e gemiti dalle bocche sdentate l’invasore. E il grido era uno solo: “Uccidete l’Anticristo!” .
Nullo e Alberto Mario, volte in fuga le loro bestie, cavalcarono tutta la notte tra fratte, scogli e boscaglie, per non cadere, attraversando strade e passi noti, nelle mani degli insorti, pallidi e angosciati d’ira e di terrore. Più che a una battaglia erano scampati a una strage. Così narra il Battaglini, e a modo suo naturalmente, l’intera vicenda: “Fin dalla fine di settembre del l860 il Re [Francesco II ] fece inviare ad Isernia il maggiore di gendarmeria De Liguoro con una colonna ad occuparla, scacciandone i liberali e alimentando la reazione, aizzata in quella regione dalla propaganda viva e indefessa del vescovo della diocesi, monsignor Saladino, animoso borboniano, insieme con funzionari regi, spodestati dal nuovo governo, propaganda di odio e di falsità, fatta con ogni mezzo tra quelle popolazioni rurali, in gran parte superstiziose e ignoranti, da frati, preti e signorotti che prospettavano in mala fede Garibaldi e Vittorio Emanuele, nonché tutto il partito liberale, e soprattutto italiano come nemici della religione, della famiglia, della proprietà. Indarno il partito locale liberale cercò fronteggiare l’incendio, fra stragi e saccheggi reazionari, che dilagava nel Sannio, nell’Abruzzo e nei paesi limitrofi. Purtuttavia i garibaldini inviati a spizzico e in tutta fretta da Garibaldi, in seguito alle insistenti e disparate richieste dei liberali locali, riuscirono ad occupare Isernia, scacciandovi i gendarmi borbonici.
Allora il maggiore De Liguoro rimasto assediato, mosse da Venafro su Isernia con la sua colonna composta da circa quattrocento gendarmi, rinforzato con un battaglione delle Guardia Reale con due cannoni e un plotone di cavalleria, inviatogli in quei giorni dal Ritucci per ordine dal Re. Il combattimento fu violento; i garibaldini si difesero strenuamente finché furono sbaragliati, lasciando oltre cento morti e cinquanta prigionieri, e perdendo la bandiera. “Pochi scamparono alla caccia spietata, data loro dalla marmaglia inferocita. “Il paese rimase in balìa della reazione sfrenata, con tutti i suoi eccessi.
“Intanto Garibaldi, in seguito a ulteriori urgenti richieste di rinforzi, aveva mandato Francesco Nullo, il Baiardo garibaldino, come veniva ritenuto, con circa cinquecento volontari che, uniti a quelli della regione, marciò su Isernia, tratto in inganno da informazioni false di partigiani borbonici, inviatigli incontro, che assicuravano essere sgombro di truppe regie il paese. “Il maggiore De Liguoro, informato di tutto, gli andò incontro con oltre mille uomini, tra soldati, gendarmi e reazionari volontari, attaccando il l7 ottobre irruentemente nei pressi di Carpinone. “Ben presto il Nullo con i suoi fu circondato e, più che un combattimento, fu una strage di garibaldini, dei quali pochi si salvarono dalla ferocia di quella masnada reazionaria, composta di contadinaglia, i cosiddetti cafoni, fra cui vi erano anche donne armate di spiedi. Il Nullo, con pochi suoi, tra i quali il Mario, il Zasio, e il Caldesi, riuscì per miracolo a salvarsi, rifugiandosi a Boiano e Campobasso…”. Caddero nelle mani dei borbonici, come narra il Delli Franci, circa 140 prigionieri, con due bandiere garibaldine, con cavalli e salmerie. [da Carlo Alianello, La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale, Il Cerchio, Rimini, 2010)
C’è la toppa che è peggiore del buco. Perché il giudice il buco, un passaggio fantasma fra casa e studio, se l’è scordato dopo averne parlato per tre pagine. C’è il tribunale dei minori che legge probabilmente un’altra relazione, non quella piena di lodi scritta dai Servizi sociali, e decide di usare il pugno di ferro col padre. E c’è il magistrato che s’indigna con la signora ormai in là con gli anni per essere caduta in un buca a due passi da casa. A quell’età, a sentire la toga, è meglio stare tappati fra le mura domestiche e se uno esce lo fa a suo rischio e pericolo.
A girare per le aule dei tribunali italiani si scopre di tutto. Storie incredibili, vicende surreali che sembrano scritte da uno sceneggiatore bizzarro, casi che sfidano anche il buonsenso. Stiamo parlando della giustizia civile, quella che non strappa i titoloni dei giornali e non va, quasi mai, in prima pagina. È però lo stato del settore è, se possibile, ancora peggiore di quello penale. In Italia ci sono 5 milioni e mezzo di cause pendenti: lo zaino, pesantissimo, dell’arretrato, pesa sulle famiglie, sulle relazioni sociali, sui rapporti umani, sull’economia che viaggia col freno a mano tirato del giudizio incerto. Il vicepresidente del Csm Michele Vietti sostiene che un sistema più efficiente, o meglio meno disastrato, ci permetterebbe di guadagnare un punto di Pil. Forse, anche di più. Perché molte imprese straniere si tengono alla larga dal nostro Paese proprio per non sprofondare nelle sabbie mobili di processi che si sa come iniziano e non si sa come e quando finiscono.
E lo stesso vale per il comune cittadino. È mai possibile che a Milano un giudice se la prenda con la donna che è sprofondata in un buca come una pallina da golf? E invece è così: lei ha 81 anni e la causa per il risarcimento finisce ancora prima di cominciare. Anzi, la sentenza si trasforma in una predica sconcertante: «È noto che con il progredire dell’età il sistema motorio e quello sensoriale perdono parte della propria efficienza». Chiaro? Mica tanto, perché lui insiste: «Si può in definitiva ragionevolmente supporre che taluni ostacoli causano la perdita dell’equilibrio e la caduta del soggetto non per un loro carattere insidioso ma solo perché il soggetto, per l’età avanzata, non ha saputo percepirli come avrebbe fatto qualsiasi altra persona». E così la sventurata, che aveva osato chiedere giustizia, non solo non prende un euro di indennizzo ma deve pagare metà delle spese che vengono calcolate in 1.400 euro. Niente male per la sofferenza patita.
Del resto se da Milano ci spostiamo in Emilia troviamo un giudice che s’è dimenticato il buco all’origine di un’antipatica causa promossa dal signor Paolo. Paolo ha affittato una casa ad una parente, lei, di nascosto, ha tirato giù una parete e ha creato un collegamento con lo studio del marito. Un abuso in piena regola. I coniugi tergiversano, provano a mischiare le carte, alla fine ammettono il pasticcio in stile Conte di Montecristo. Ormai sono rassegnati a dover ricostruire quel che avevano demolito, ma la sentenza va oltre e li salva. Il giudice li condanna a pagare 1.500 euro a Paolo, ma si scorda del buco. Che dopo 6 anni di carte bollate è ancora lì. In attesa di un processo bis che chissà quando si svolgerà. L’Italia delle udienze funziona così: ci sono cause iniziate in lire che proseguono imperterrite in euro e ci sono liti per gli spiccioli, 35 euro, che si avvitano su se stesse e costano molto, molto di più della cifra che mettono in palio. Ma queste storture paiono ineliminabili, le correzioni non arrivano mai, le norme del processo civile vengono cambiate e ricambiate in continuazione, gli avvocati sono un esercito sterminato. E poi quando un giudice sbaglia o si addormenta sui faldoni di media non succede nulla. O meglio il tribunale va avanti per la sua strada.
Come sa bene Mario, papà «commissariato» dal tribunale che gli ha imposto di vedere i figli, Martina e Davide, nel recinto dei Servizi sociali. Sono proprio i Servizi a notare, dopo una lunga osservazione, che l’uomo è maturato e può tornare a fare il proprio mestiere di padre. Ma i giudici evidentemente leggono una relazione sbagliata. E la riassumono in due parole: «Non risultano intervenuti mutamenti rilevanti». Risultato: Mario resta legato al guinzaglio corto delle visite nella cornice protetta di una sede neutra. E il papà si ritrova ancora dimezzato.
………………….arrenderci e assolverli perchè tanto son tutti uguali. non dobbiamo nè vogliamo.
da lanazione.it:
Firenze, 22 settembre 2011 – Viaggi, regali, benefit di lusso con i soldi dell’università: così 8 dirigenti e funzionari amministrativi sono stati indagati da procura e guardia di finanza di Firenze con le accuse, a vario titolo, di peculato, abuso d’ufficio, truffa aggravata e favoreggiamento personale. Gli indagati appartengono a enti di alta formazione post-universitaria: Istituto di studi umanistici (Isu) di Firenze; il consorzio interuniversitario – Istituto italiano di Scienze umane; Sum. La Gdf ha scoperto 1.500 documenti contabili (fatture, ricevute, scontrini per un totale di circa 450.000 euro) modificati per giustificare spese fatte per vantaggi privati, e non per attivita’ di formazione. Per l’accusa di peculato emergono viaggi e soggiorni all’estero con mogli, parenti, amici, in hotel di Inghilterra, Turchia, Francia, Stati Uniti; rimborsi di cene e pranzi in ristoranti esclusivi indicando nei giustificativi di spesa i nomi di studiosi presi da Internet anziche’, quelli reali, dei conoscenti; rimborsi per missioni non previste; acquisto di biglietti per voli in business class; indennita’ maggiorate non dovute; rimborsi per trasporti di amici in taxi; acquisto di vino facendolo passare per materiale di cancelleria; rimborsi di spese già pagate; acquisti di mazzi di fiori e libri.
L’avviso di conclusione delle indagini èstato notificato stamani a Bologna, Firenze, Napoli, Siena, Roma. Tra gli indagati l’ex direttore dell’Isu e del Sum, professor Aldo Schiavone. Con lui, il vicedirettore del Sum, un direttore amministrativo dell’universita’ di Firenze, due direttori amministrativi del Sum, una funzionaria dell’Isu, un altro dirigente del Sum e la titolare di un’agenzia di viaggi di Firenze. Le indagini sono state fatte anche con intercettazioni telefoniche. Secondo la Gdf, tra il 2006 e il 2009, gli indagati hanno realizzato illecitamente un vantaggio di oltre 3 milioni di euro. Gli esiti dell’indagine sono stati gia’ segnalati alla Corte dei Conti della Toscana.
Secondo la guardia di finanza di Firenze gli indagati avrebbero compiuto abuso d’ufficio procurando incarichi professionali a parenti e conoscenti con contratti per collaborazioni senza seguire le procedure selettive, imparziali e trasparenti previste per la pubblica amministrazione. Incarichi per attivita’ a volte mai eseguite, e in molti casi a favore di persone prive di specifiche competenze e ingaggiate solo sulla base di un colloquio o dall’esame di un curriculum.
Tali assunzioni illecite avrebbero determinato l’assegnazione di punteggi aggiuntivi sulla base dei quali sarebbe stato elaborato un bando per un concorso pubblico per assumere personale tecnico ed amministrativo a tempo indeterminato, a svantaggio dei concorrenti provenienti dall’esterno. Inoltre, una funzionaria dell’Isu e’ accusata dalla Gdf di truffa aggravata – valore circa 100.000 euro – per aver falsificato contratti e lettere di incarico cosi’ da ottenere compensi non dovuti.
La titolare dell’agenzia di viaggio è stata indagata invece perché, sempre secondo gli inquirenti, avrebbe agevolato le varie irregolarita’ contabili fatte dagli altri indagati per far gravare sulle casse dell’Universita’ i viaggi e i soggiorni all’estero. Secondo quanto osservato dalle fiamme gialle in due anni di indagine, la manipolazione dei documenti contabili e il loro aggiustamento sarebbe il metodo usato sistematicamente dagli indagati per usare a scopo personale fondi dell’Universita’.
Le risposte
Sum:
In una nota i professori dell’istituto italiano di Scienze umane fanno sapere che il consorzio interuniversitario è stato sempre amministrato in modo “proprio e corretto” e “unanimi esprimono piena fiducia nell’accertamento della verità che sarà operato dalla magistratura”
La nota è firmata da Franco Cardini, Roberto Esposito, Nadia Fusini, Ernesto Galli della Loggia e Andrea Giardina.
L’amministrazione del Sum, conclude il testo, è stata fatta ”nell’interesse degli studi, così da farne una importante realtà italiana e internazionale”.
L’università di Firenze:
L’Università, si legge in una nota, ”augurandosi che al più presto sia fatta chiarezza, comunica che avvierà i necessari accertamenti di propria competenza, riservandosi di assumere i provvedimenti necessari a tutela della correttezza delle proprie attività amministrative e della propria immagine”.
L’Ateneo ricorda che il consorzio è stato costituito nel 2002 per promuovere attività di alta formazione e ricerca: in tale ambito è nato nel 2005 l’Isu, rimasto nell’Ateneo fiorentino come centro di ricerca e attualmente in fase di scioglimento, e dal consorzio, a sua volta sciolto nel 2010, è scaturito nel 2005 il Sum, che ha avuto dal ministero dell’ Università un ordinamento autonomo, diventando a tutti gli effetti un istituto universitario a sé stante
bussolaquotidiana.it
Il miracolo dell’occhio? Il darwinista non lo vede
di Umberto Fasol
23-09-2011
Tutto è scontato; nulla deve stupire: semplicemente esiste e non potrebbe essere diversamente, infatti c’è. Questa è la logica del darwinismo moderno. Nell’ultimo numero di Le Scienze (settembre 2011) un articolo importante, enfatizzato anche nell’editoriale, esemplifica molto bene questo dogma, applicandolo all’occhio, quello stupendo organo di senso che ci consente di introiettare il mondo esterno, di godere della bellezza di un volto e di un paesaggio e perfino di sorridere.
Da sempre – si sottolinea nel pezzo – l’occhio è stato presentato come un esempio di irriducibilità e quindi di creazione immediata, senza evoluzione. Lo stesso Darwin si era reso conto di questo, ma ora, dopo 150 anni di scoperte e di ricerche, la scienza biologica è in grado di dimostrare che anche l’occhio, come tutta quanta la vita, è frutto di piccole ma continue trasformazioni che, a partire da un sensore per il ritmo circadiano, è diventato quel globo mobile che tutti apprezziamo.
Come? Per effetto della selezione naturale, la solita bacchetta magica.
“Un ingegnere che avesse progettato l’occhio con questi difetti, rischierebbe di sicuro il licenziamento.” Come a dire: spazziamo subito via dal nostro orizzonte ermeneutico il grande Nemico della Scienza, Dio. Con questa perentoria certezza Trevor Lamb, ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze all’Università Nazionale di Canberra in Australia, nell’ultimo numero di “Le Scienze” intende archiviare definitivamente e trionfalmente la tesi del “disegno intelligente” e mettere la “pietra tombale sul concetto di complessità irriducibile”, applicata al suo esempio più classico: la bellezza e l’efficienza dell’occhio umano.
Quali sono questi scandalosi difetti dell’occhio umano? Sono numerosi, a detta dell’autore, che, comunque, si accontenta di enunciarne tre, “che degradano la qualità dell’immagine”: “una retina invertita che costringe la luce a passare attraverso i corpi cellulari prima di raggiungere i fotorecettori; vasi sanguigni nella superficie interna della retina; una macchia cieca dove le fibre nervose convergono in un nervo ottico”.
Perché esistono questi difetti di costruzione, si chiede l’autore dell’articolo?
Risposta: “Perché la selezione naturale non produce perfezione, ma piuttosto si destreggia con il materiale a disposizione, con conseguenze talvolta bizzarre”
Il ragionamento è dunque semplice e a tutti comprensibile: se l’occhio è difettoso, non può essere il frutto della creazione di un Essere intelligente. Questa è la verità, anzi, l’unica verità possibile in campo scientifico, dove tutto è rivedibile per definizione.
Una volta che abbiamo escluso con baldanza l’esistenza di Dio, possiamo procedere a trovare qualche soluzione. Ma sarà un percorso in discesa, perché il vero Nemico della Scienza è appena stato ucciso; ogni alternativa potrà andare bene. E allora ecco l’altra verità: la selezione naturale. L’occhio è un bricolage fortuito e quindi sempre migliorabile, eseguito dall’ambiente e dalla sua selezione, che non ha alcuna causa, non ha alcuno scopo da perseguire e tanto meno una funzione (la vista) da sviluppare.
L’autore fornisce le prove sperimentali di questo percorso fortuito e inatteso. In soli 100 milioni di anni un sensore luminoso di ritmi circadiani risalente a 600 milioni di anni fa, si è evoluto in un organo otticamente e neurologicamente raffinato, databile 500 milioni di anni.
La filiera dell’occhio umano inizia, secondo il dr. Lamb, con la retina della missina, un agnato dall’aspetto piuttosto primitivo, che si presenta a due strati cellulari, con una struttura morfologica che ricorda quella dell’epifisi dei vertebrati non mammiferi, la ghiandola che regola i ritmi circadiani.
In pratica, il dr. Lamb vuole ricostruire l’occhio a partire dai suoi pezzi come il bambino fa con il gioco del Lego. Inizia con la retina e prosegue con la sua curvatura a globo, quindi con la genesi del cristallino e dei muscoli che muovono l’occhio.
Qual è la causa di queste creature? “La pressione di selezione”. Imbarazzante.
Che cosa vuol dire “la pressione di selezione”? Come può una lente convergente come il cristallino comparire dal nulla di sé per effetto di una spinta dell’ambiente di vita dell’animale? E i muscoli oculo-motori? E la retina? E il nervo ottico?
In natura questo non si verifica mai. La selezione opera su ciò che esiste prima della sua azione; non può creare nulla. E quanto alla sua “pressione”, abbiamo seri dubbi: in natura c’è posto per tante soluzioni diverse.
Ma quello che sconcerta di più è il silenzio assordante dell’autore su quella che è la funzione dell’occhio: la vista. Si noti bene che la vista non fa meraviglia; i difetti dell’occhio, sì.
Eppure… nessun centimetro quadrato del nostro corpo è trasparente alla luce, tranne quei due punti che si trovano in apposite fossette ossee, nella parte superiore del cranio facciale.
Lì accade il miracolo: un raggio di luce che porta le informazioni sulla realtà entra nel nostro corpo, lo perfora letteralmente attraversando un diaframma che si dilata e si restringe a seconda della luminosità, con apposito muscoletto circolare (il famoso costrittore della rima pupillare).
La luce buca la cornea dell’occhio e viene concentrata da una lente convergente, il cristallino, su un fondo di cellule fotosensibili che tappezzano il globo (la retina).
L’immagine viene messa a fuoco sulla retina, rovesciata in base alle leggi dell’ottica, scatenando una serie di reazioni chimiche.
Il segnale chimico ridiventa segnale elettrico lungo il nervo ottico che conduce l’informazione fino al cervello occipitale.
Lì un altro miracolo: gli impulsi elettrici creano una costellazione di segnali tali per cui il cervello (meglio: la mente) elabora l’immagine che sta fuori di noi.
Ne siamo consapevoli: stiamo vedendo!
Dentro di noi si è formata l’immagine di ciò che sta fuori e il nostro cuore continua a pompare sangue, i reni a filtrarlo, i polmoni si dilatano e si restringono, in assoluta indifferenza a quanto sta accadendo agli occhi…
La vista c’è, ma il nostro corpo potrebbe funzionare anche senza…
Se c’è una complessità irriducibile, è proprio la vista, che trascende la retina, la rodopsina, i muscoli oculomotori, il nervo e tutto l’hardware occorrente.
Come può aver agito l’ambiente naturale per creare tutti questi pezzi, per metterli insieme per realizzare una funzione che li trascende sia come singoli che come organizzazione?
Affermare poi che la vista sia “degradata” dai vasi sanguigni (necessari per irrorare tutti i tessuti coinvolti… altro miracolo) mi pare proprio una pretesa. La pretesa di chi esclude a priori la presenza e l’azione del trascendente ed è così costretto ad attribuire all’ambiente gli stessi poteri che si attribuiscono a Dio.
Non mi sembra di avere una vista degradata: non sono disturbato né dalla retina, né dai suoi capillari, né dalla sua macchia cieca.
Come sempre accade nella biologia evoluzionistica, la genesi delle forme non ha alcuna giustificazione razionale. Cito un esempio paradigmatico: per spiegare l’origine del cristallino, l’autore dice: “Durante lo sviluppo embrionale si forma la lente, come ispessimento dell’ectoderma, che si rigonfia entro lo spazio vuoto ricurvo a forma di C creato dalla retina. Sembra verosimile che una sequenza di cambiamenti simili sia avvenuta durante l’evoluzione.”
E’ questa una spiegazione causale? Non è semplicemente la descrizione dei prodigi compiuti dall’embrione in modo spontaneo, per forze endogene, per vincoli precisi stabiliti dal suo Creatore?
Ora, se l’evoluzione imita lo sviluppo dell’embrione, non può esserne la causa.
da libero-news.it:
l caso aveva iniziato a montare lo scorso febbraio, dopo l’esposto presentato da un cittadino della Repubblica di San Marino, che sosteneva che 19 giudici italiani che lavoravano nel Titano di fatto risiedessero in Italia, senza però dichiarare alcun reddito. Così, dopo molteplici verifiche dei finanzieri che negli ultimi tempi hanno scandagliato gli intrecci tra San marino e Italia, l’Agenzia delle Entrate ha presentato un conto salato alle toghe incriminate: 250mila euro a testa, l’ammontare delle tasse non pagate negli ultimi cinque anni.
Da tutori della legge in furbetti – A rendere paradossale la vicenda è proprio il fatto che nel mirino delle Fiamme Gialle di Rimini ci siano finiti altri ‘tutori’ della legge, che invece si sono trasformati con disinvoltura in furbetti. La tecnica era semplice. I giudici possiedono una casa a Rimini o in altre città, come Bologna, Ancona, Pesaro, Reggio Emilia, dove de facto abitavano. Ma la residenza fittizia era a San Marino, dove avevano anche un conto in banca non menzionato nella loro dichiarazione dei redditi. Così i giudici risultavano nullatenenti o quasi, pur incassando cospicui stipendi a otto zeri e conducendo una vita dal tenore piuttosto alto.
Dal penale al fiscale – Ma la vicenda in verità è ancor più complessa. Ad avviare i primi accertamenti fu il Nucleo di polizia tribuatria della Gdf di Rimini. I magistrati si dicevano tranquilli bollando come “folle” l’accusa di evasione. Dall’inizio l’azione penale era destinata all’archiviazione: per far scattare il reato, infatti, è necessario che l’evasione scollini oltre 180mila euro, mentre gli stipendi dei giudici oscillano tra i 90mila e 130mila euro. Terminati gli accertamenti le Fiamme Gialle hanno concluso che tutte le toghe erano sotto la soglia di punibilità: trasmessa i risultati dell’indagine alla Procura, è stata preparata la richiesta di archiviazione. Ma chiuso il capitolo penale restava quello fiscale. Secondo i calcoli dei finanzieri ci sono comunque cinque anni di imposte non versate. E così è stata aperta una verifica fiscale, che sin dai primi conti ha fatto chiarezza. Il conto da saldare all’Agenzia delle Entrate è di 250mila euro.
24/09/2011
Il Giornale, 24.9.11:
Ricordo che conobbi Erra nel castello romagnolo di Giovanni Volpe, lui che raccontava quando fu convocato dai giudici perché quelli del golpe Borghese nel loro delirante organigramma, lo avevano assegnato, a sua insaputa, alla direzione del Messaggero. E lui pensava divertito al comitato di redazione che aveva respinto fiori di direttori moderati, costretto a sorbirsi il «camerata» Erra manu militari… La sua battaglia revisionista proseguì sulla rivista Storia Verità di Enzo Cipriano, ma scrisse su varie riviste e poi sulle pagine culturali del Giornale.
Penso allo strano destino di quel piccolo mondo della destra giornalistica: penso al Pisanò che scriveva le cose che poi ha scritto con successo Pansa, penso a Gianna Preda che fu la Fallaci al tempo in cui l’Oriana era di sinistra, penso ad Angelo Manna che diceva le cose che poi ha scritto Pino Aprile sui terroni. E penso a Cattabiani, Marcolla e Quarantotto che scoprirono autori e filoni che poi ha scoperto Calasso con l’Adelphi. Ed Enzo Erra, che meriterebbe la fama di un Giorgio Bocca; ma lui era colto, spiritoso e dalla parte sbagliata…
il giornale 25.9.11
Irriducibili, rabbiosi, certamente più coraggiosi che furbi. O almeno non dotati di quello che la gente chiama buonsenso, di quel minimo di opportunismo che aiuta a capire che quando è finita è finita. Fascisti non sempre, almeno non necessariamente. Disposti a sanguinare, ad aver fame a rischiar di finir male invece sì, quasi in ogni circostanza. È questa la descrizione, sommaria, di quei soldati italiani che, durante la Seconda guerra mondiale, essendo prigionieri di inglesi e americani, si rifiutarono di collaborare con i vincitori. Una resistenza passiva, apertamente sancita e garantita dalla convenzione di Ginevra, che molti portarono avanti anche dopo l’otto settembre, quando divenne molto meno chiaro decidere da che parte stare, a quale brandello di Patria lontana aggrapparsi. E, nonostante il fatto che in tale situazione di dubbio disperante si trovarono quasi un milione e mezzo di soldati presi prigionieri durante le molte disfatte del Regio esercito (seicentomila quelli nelle mani di Gran Bretagna e Usa), la storiografia italiana sull’argomento è sempre stata un po’ latitante. Figurarsi poi su quelli che fecero la scelta sbagliata e, rinchiusi in campi speciali, tornarono a casa per ultimi. Essi subirono la damnatio memoriae: un Paese che aveva fatto di tutto per essere considerato cobelligerante e che viveva di piano Marshall non aveva alcuna voglia di ricordare coloro che a quella scelta si erano opposti sino all’ultimo.
Ecco che allora la ricostruzione fatta da Arrigo Petacco in Quelli che dissero no. Otto settembre 1943 la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani (Mondadori, pagg. 170, euro 19, in uscita martedì prossimo) arriva a colmare un vuoto. Lo fa in maniera non accademica, il racconto di Petacco ha ovviamente piglio giornalistico, e senza pretese di esaustività: gli italiani vennero sparpagliati in territori lontanissimi e subirono trattamenti molto diversificati. Il quadro che ne esce evidenzia però delle caratteristiche comuni. Da un lato la sbrigatività degli alleati che classificarono tutti coloro che rifiutarono di cooperare come fascisti: toccò anche al socialista Gaetano Tumiati (poi giornalista di vaglia e vincitore di un Premio Campiello) rinchiuso nel campo di prigionia di Hereford in Texas. E questa sbrigatività si trasformava rapidamente in sospensione delle garanzie previste per i militari. A Hereford i renitenti alla collaborazione venivano affamati e picchiati a colpi di mazza da baseball, in India ci furono ufficiali falciati a colpi di mitra solo per aver intonato inni fascisti.
Dall’altro la scarsissima attenzione dei comandi italiani per le proprie truppe imprigionate o in generale per le condizioni dei propri concittadini (ammettendo di non voler considerare i militi della Rsi come militari). Al momento dell’armistizio dell’otto settembre Badoglio e lo stato maggiore non negoziarono alcuna clausola relativa ai prigionieri. Non bastasse, anche in seguito, secondo Petacco, si guardarono bene dall’emanare ordini e disposizioni chiare. Schiacciati tra questi due diversi ingranaggi restarono moltissimi prigionieri italiani. Dovettero scegliere da soli, con le poche, frammentarie e spesso false informazioni che avevano. I più decisero di diventare «Coman» collaboratori, spesso creando situazioni al limite del ridicolo. Nel campo kenyota di Nanyuki il colonnello Lo Bello che stava invitando tutti i soldati a giurare fedeltà al Re e a rinnegare Mussolini gridò con entusiasmo «Viva il Re» ma nella foga del momento lo fece a braccio teso, con stentoreo saluto romano. La minoranza scelse la condizione di «no-coman». Tra questi vi furono fascisti indiavolati e vendicativi che redigevano liste nere per farla pagare a chi aveva accettato l’ineluttabilità della sconfitta; persone come lo scrittore Giuseppe Berto o lo scultore Alberto Burri, che non volevano barattare la libertà con l’incoerenza; militari che credevano nel detto molto anglosassone «Right or wrong, my country».
Pagarono cara quella decisione, le atrocità peggiori le subirono a colpi di scudiscio – maneggiato da altri italiani – i prigionieri del campo kenyota di Burguret. Pagarono per la dimostrazione di carattere più che per l’ideologia. Perché in fondo tutto si può riassumere nel giudizio, sbagliato secondo gli storici ma personale e sentitissimo, di un sommergibilista che venne colto dall’otto settembre in pieno oceano Pacifico e decise poi di continuare a combattere con i giapponesi: «Combattevo da due anni a fianco dei tedeschi… Poi dopo 56 giorni per mare arrivo in Giappone e mi dicono: “È tutto cambiato, ora sono i tedeschi i nostri nemici e anche i giapponesi…”. No, no. Io non ho mai tradito nessuno! Sono loro che hanno tradito me!».
da labussolaquotidiana.it:
Il caso Cipro, ultimo muro d’Europa
di Elisabetta Galeffi
29-09-2011
Una corsa in macchina al di là di uno dei check point che separano in due il territorio di Cipro. Dalla Nicosia greco–cipriota verso l’altra parte della città e parte dei territori abitati dalla comunità turco-cipriota, fino a Famagosta. Un veloce, banale passamano di passaporti, che i militari delle due zone esaminano piuttosto stancamente, chiusi nei loro container, a distanza ravvicinata. Pochi minuti di attesa all’una all’altra frontiera, due passi a piedi e un cambio di taxi.
Ma il paesaggio ci appare subito molto diverso. Dalla frenesia dei caffè e dei loro avventori, dal rumore delle vetture che invadono le strade, dallo scintillare delle vetrine delle moderne vie dello shopping della Nicosia greco-cipriota sembrano passati mille chilometri e alcuni lustri all’indietro nel tempo appena ci si addentra nel territorio, che solo per la Turchia è la repubblica della Cipro-Turca. Anche il nostro taxi è più sgangherato, come i negozi degli artigiani con pochi arnesi per svolgere il loro lavoro, gli spacci di souvenir polverosi e i bar sguarniti di tutto. Ci sorprende ancora di più la campagna: da Nicosia nord fino a Famagosta, il famoso porto veneziano dove Shakespeare immaginò le sanguinarie gelosie di Otello, non c’è nulla. Una pianura grandissima, ma i campi riarsi dal sole non sono stati coltivati e in mezzo all’erba, che cresce ovunque indisturbata, solo qualche pecora o capretta interrompe la monotonia di un paesaggio tutto identico. Meno di un’ora e non certo ad una forte velocità, ed ecco il porto di Famagosta, le sue ciclopiche mura sul mare, la magnificenza delle sue grandi cattedrali, molte abbandonate in mezzo alla stessa arida natura e abitate dai greggi di pecore e capre.
“La comunità cristiana non vive più qui”, ci rispose frettolosamente l’allora leader greco-cipriota, Mehmet Talat, a cui chiedevamo una spiegazione plausibile di tanto degrado.
Degrado radiografato in “The occupied Churches of Cyprus”, una pubblicazione uscita nel 2001 a cura del reverendo Demosthenous della Chiesa ortodossa cipriota e benedetta da sua Beatitudine, Crysostomos I, patriarca di Nuova Giustinianea e di Cipro. Pagine e pagine di fotografie di ciò che resta del patrimonio della comunità cristiana nei territori della Cipro-turca, la conferma che quanto abbiamo visto intorno a Famagosta era solo una piccola parte del problema. “Rispetto o non rispetto” aveva aggiunto Memeth Talat “non è il problema. Quanto vedete è solo una conseguenza della divisione territoriale di Cipro”.
L’ex cattedrale di san Nicola, a pochi passi dalle mura da cui Otello compì il suo destino tragico, costruita tra il 1298 e il 1328, con l’aggiunta di un minareto sorto su una delle sue altissime guglie, è una moschea dedicata a Lala Mustafa Pasa, il generale conquistatore della città. Nel 1571 Mustafa Pasa entrò a Famagosta, dopo un assedio di dieci mesi che distrusse le difese veneziane.
Tanto indietro nel tempo bisogna tornare per arrivare al momento dell’inizio della divisione di Cipro e la fine del potere che Famagosta aveva goduto sotto i mercanti veneziani, genovesi e franchi che da qui controllavano ogni commercio con l’oriente. La maestosa chiesa di san Pietro e Paolo, quello che rimane dei ricchi palazzi sul mare, i leoni di marmo di Venezia che spuntano ogni tanto sulle pietre delle mura di cinta, tutto fa immaginare ancora quel lontano passato. Dall’assedio fino all’inizio dell’ottocento i turchi, pochi, e i ciprioti, si mescolarono e la pacifica convivenza permise che l’arcivescovo ortodosso mantenesse il potere amministrativo su tutta l’isola. E’ con la prima guerra mondiale e le smanie coloniali inglesi che la situazione velocemente si deteriora.
L’isola di Cipro come colonia inglese si trovò contro le potenze austroungariche e della Germania alleate alla Turchia; i greco-ciprioti videro vicina una riannessione dell’isola alla Grecia, i turco-ciprioti rivendicarono il loro legame di sangue con la Turchia. Iniziò così un conflitto interno, che con alti e bassi alimentò l’odio dell’una contro l’altra comunità. Alla fine della seconda guerra mondiale il colonnello Grivas, greco-cipriota, fondò l’EOKA o meglio “l’Organizzazione per la lotta cipriota”: lo scopo era creare una milizia armata anti-inglese che liberasse l’isola dai coloni che si disinteressavano delle aspirazioni dei greco-ciprioti. Nel conflitto tra i greci e i turchi ciprioti entra in scena uno dei suoi protagonisti: Michail Christodolou Mouskos, arcivescovo di Cipro, Makarios.
Esiliato dagli inglesi prima alle isole Seycelles con l’accusa di terrorismo e poi ritornato da Londra in Grecia, Makarios ebbe il permesso di tornare a Cipro nel 1957 e nel 1960 diventò il presidente della Repubblica unitaria greco-turca di Cipro, soggetto politico deciso a tavolino nei colloqui di Zurigo fra Grecia, Turchia e Gran Bretagna solo qualche anno prima.
Un compromesso ben studiato: vice-presidente turco, allora Fazil Kucuk, a garanzia della minoranza turca, il 18% degli allora abitanti, insieme ad un trenta per cento di seggi in parlamento, per legge.
L’occupazione dell’area nord di Cipro di oggi è frutto degli errori commessi dalla giunta militare greca che nel 1974, insieme alla Cia, provocò un colpo di stato a Cipro per rovesciare Makarios reo di simpatie socialisteggianti e ultranazionaliste.
Fu un disastro, la Turchia temé un’annessione dell’isola alla Grecia e l’invase conquistando il territorio che ancora oggi è limitato dalla cosiddetta “linea verde”: 180 chilometri di barriera di muratura o di filo spinato che dividono in due le comunità di Cipro, circa 660.000 greci-ciprioti e 180.000 turchi-ciprioti. L’ultimo muro di Europa.