“Rassegna stampa giugno-settembre 2011”

6 ottobre 2011

159° Conferenza di formazione militanta  a cura della Comunità Antagonista Padana

dell’Università Cattolica


Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” dell’ 1 luglio 2011 (festa del Sacro Cuore)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 20 aprile 2011 (festa di San Sulpizio)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 2 maggio 2011 (festa di Sant’Atanasio)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 12 maggio 2011 (festa di San Pancrazio)

Rassegna stampa del Centro Studi “Giuseppe Federici” del 30 maggio 2011 (festa di San Felice)

“E’ora di andare” di Gianluca Freda

“La macabra danza di usura sulla pelle dei popoli”di Ugo Gaudenzi

“Hizballah denuncia la repressione anti-sciita nel Bahrein”di Dagoberto Bellucci

“Se Giacinto Auriti arrivasse a “Teheran”…”di Claudio Moffa

“La Libia che resiste”di Giancarlo Chetoni

“No, Allam no”di Alessio Mannino

La “speciale relazione” USA-Israele: prefazione al libro “Progetti di Egemonia” di Daniele Scalea

Comments (4)

 

  1. da labussolaquotidiana.it: scrive:

    La cupola, patto tra cielo e terra

    di Luigi Codemo

    01-10-2011

    Ogni cupola è la promessa di un cielo che si apre. Il desiderio di legare la terra al cielo attraversa l’umano. Gli edifici sacri di ogni tempo presentano una struttura con un significato cosmico. I templi di ogni latitudine riassumono con le loro forme l’universo intero. Lo facevano già le caverne con i loro soffitti dipinti. Una forma archetipa, originaria e diffusa, è costituita da una base quadrata sormontata da una cupola emisferica. Come ad esempio la “stupa” dei buddisti o la “qubba” islamica. Anche l’insegna massonica fatta di squadra e compasso richiama i due strumenti che tracciano la forma quadrata e la forma circolare.

    La base quadrata sormontata da una semisfera la ritroviamo anche nelle chiese cristiane. Ma con una specificità ricorrente: la cupola che si eleva su una base quadrata è incastonata nel cuore di un edificio più ampio a forma di croce. Un modo per esprimere un annuncio inconfondibile: cielo e terra risultano uniti nella croce, e solo nella croce di Cristo.

    Nella tradizione cristiana la base quadrata ha una molteplicità di significati collegati tra loro: richiama il numero quattro, i quattro punti cardinali, la terra, l’umano, il provvisorio, il passaggio, la prova, il deserto. Quaranta furono per Cristo i giorni di prova nel deserto. Quarant’anni rimase nel deserto il popolo ebraico prima di entrare nella terra promessa.

    La cupola richiama la volta celeste, il cielo, il divino. Richiama il mistero e, allo stesso tempo, il mistero che si rivela. Due infatti sono qui le immagini che si incrociano: quella dell’insondabilità del cielo immenso e quella di Dio che “parla dal cielo”. Le Sacre Scritture sono state definite anche “un cielo” perché sono parola di Dio. In alcune chiese, pensiamo alla Cappella degli Scrovegni, le volte sono dipinte di blu e di stelle. Nella Cappella Sistina le volte sono dipinte con la storia della salvezza. Due modi di rappresentare il cielo dal quale Dio parla e si rivela.

    Base quadrata e cupola hanno quindi un forte valore simbolico. La base può essere evidenziata da quattro colonne. Ai quattro angoli possiamo anche trovare raffigurati i quattro evangelisti, i quattro profeti maggiori, oppure i primi quattro dottori della chiesa. Le soluzioni sono molteplici. In ogni caso, non troviamo mai il passaggio diretto dai quattro lati alla cupola. È questo il riflesso del problema della quadratura del cerchio: quadrato e cerchio hanno due nature troppo diverse. Il passaggio tra le due figure non può avvenire in modo lineare, esattamente come il legame tra cielo e terra, tra immanenza e trascendenza, necessita di un salto ontologico.

    L’architettura tradizionale ha trovato una soluzione: ha posto una figura intermedia, l’ottagono. Che non è solo un espediente costruttivo. Ma introduce con il significato simbolico del numero otto ad una prospettiva che rende presente l’intera storia della salvezza.

    L’otto richiama l’ottavo giorno, il «giorno dopo il sabato» (il sabato era il settimo giorno della settimana ebraica), il giorno della risurrezione, il dies domini. Se il sette richiama i giorni della creazione, allora l’otto introduce alla nuova creazione, all’azione redentrice di Dio compiuta in Cristo. Anche i battisteri hanno spesso la forma ottagonale proprio perché nel battesimo muore l’uomo vecchio e nasce l’uomo nuovo.

    Ecco quindi cosa dice lo spazio aperto dalla cupola: quadrato e cerchio, terra e cielo, costitutivamente così diversi, sono riconciliati e uniti. E lo sono attraverso l’azione di Cristo, attraverso la sua morte e la sua risurrezione, che è atto di una nuova creazione. Il cielo si apre alla terra. Scende la pace. Nei colori delle cupole dipinte vediamo raffigurati i santi. Essi sono gli uomini nuovi, i testimoni della nuova creazione in atto.

    La quadratura del cerchio, impossibile a farsi con lo sforzo di braccia e mente, ora è possibile: è data dall’uomo libero, da colui che si converte. Il santo. L’uomo nuovo trasformato dalla grazia di Cristo.

  2. da labussolaquotidiana.it scrive:

    «Non riduciamo san Francesco a una marionetta senza Dio»

    di Antonio Giuliano

    04-10-2011

    «Continuiamo a piegare san Francesco alle mode della cultura moderna, ecco perché viene presentato come contestatore, hippie, ecologista… E come frati francescani non siamo esenti da questa deriva». Già in un libro illuminante Nostro fratello di Assisi (Edizioni Messaggero Padova, pp. 368, euro 20) scritto ormai più di vent’anni fa, padre Ignacio Larrañaga, frate cappuccino spagnolo, aveva messo in guardia da coloro che riducono san Francesco a «una marionetta senza Dio». Un rischio tanto più concreto oggi, secondo il religioso, perché «l’uomo moderno ha sostituito Dio con il proprio ego». Sacerdote francescano, Larrañaga, nel 1984 ha fondato i Laboratori di Preghiera e Vita, un servizio ecclesiale diffuso in più di 40 Paesi del mondo, ed è autore di numerosi best-seller di spiritualità. Da vero innamorato di san Francesco è impegnato da anni a far emergere il volto profondo del Poverello, la novità del carisma francescano che viene fuori per esempio dai lavori imprescindibili del medievista Raoul Manselli (San Francesco d’Assisi e I primi cento anni di storia francescana entrambi pubblicati dalla San Paolo). E l’originalità di un Santo che come ha detto Chesterton in un mirabile ritratto controcorrente (ripubblicato di recente da Lindau) è l’esatto contrario di un sognatore, «un uomo d’azione» che non può certo diventare «un protagonista di storie graziose».

    Ecologista, pacifista, contestatore… Quante maschere sono state incollate negli anni a san Francesco?
    Purtroppo la cultura moderna continua a presentare la sua figura secondo le mode del momento: ecco perché ce lo ritroviamo come hippie, contestatore, ecologista… È una tendenza che sia pure in forma lieve serpeggia anche tra i frati francescani oggi. Molti libri del resto continuano a offrire agli uomini d’oggi un Francesco senza Dio o un Dio in tono minore.

    In che senso?
    Nel libro Nostro fratello di Assisi ho voluto approfondire l’interiorità di Francesco, per far risaltare il suo rapporto d’amicizia con Dio. Perché senza il Dio vivo e vero, non si può comprendere il mistero di Francesco e il Santo può essere catalogato soltanto come uno psicopatico. Uno che dichiara il suo amore a Madonna Povertà, che rispetta le pietre e i vermi, che è amico dei lupi e dei lebbrosi, che si presenta a predicare in biancheria intima o che cerca la volontà divina girando su se stesso come a una trottola, lascia pensare solo a una persona squilibrata. Senza Dio, san Francesco può assomigliare soltanto a una bellissima marionetta, capace di prodigiose acrobazie. È invece Dio a rendere solida e integra la sua personalità. È Dio che rende sublime ciò che sembra ridicolo.

    Lei ha criticato anche la filmografia sul Santo.
    Prendiamo il film di Zeffirelli. È un bel ritratto “periferico” di Francesco. Non ci offre la spiegazione del mistero della sua anima. Tutto ci appare come un magico mondo in cui solo un masochista chimicamente puro può compiere ciò che Francesco ripete in quelle scene: sottomettersi a una vita errabonda offrendo un volto felice a facce acide, usare dolcezza nell’asprezza, trovare gioia nella povertà… Tutto questo presuppone un lungo camminare nel dolore e nella speranza, in pratica il passaggio trasformante di Dio nella vita di un uomo. E questo nel film non si vede.

    Il Papa in uno dei numerosi interventi sul Santo d’Assisi (raccolti ora nel volume Benedetto XVI e San Francesco a cura di Gianfranco Grieco per la Libreria Editrice Vaticana) ha parlato di Francesco prima della conversione come di una specie di «play boy». È ancora proponibile la sua svolta ai giovani d’oggi?
    È difficile oggi far comprendere a un giovane che la castità è un valore, perché viviamo in una società completamente erotizzata. Si può cominciare a comprendere il valore della castità solo nel momento in cui un giovane si lascia sedurre profondamente da Gesù Cristo.

    Il prossimo 27 ottobre sarà la venticinquesima edizione dell’Incontro interreligioso di Assisi voluto da Giovanni Paolo II, sarà ancora l’occasione per riscoprire il messaggio di pace di Francesco, troppo spesso arruolato tra i pacifisti…
    Ma la pace promossa da Francesco ha un’unica radice: Dio. E questo spiega anche la fratellanza cosmica: la pace riguarda tutte le creature perché tutte provengono da Dio. Di certo però non si può dire che gli animali valgono più di un embrione umano.

    Pensi a san Francesco e subito ti viene in mente una figura gioiosa. Ma qual è il segreto di un uomo che andò incontro alla morte cantando?
    La felicità di san Francesco derivava dal fatto che il suo cuore traboccava della presenza vibrante a amorosa di Dio. Lui credeva davvero che la morte non ci chiude le porte della vita, ma al contrario ci apre quelle della vita eterna. Mentre il problema più grande dell’uomo moderno è proprio la mancanza di fede nella vita eterna. Da qui nascono gli egoismi nevrotici, le lotte e la tendenza a buttarsi via.

    Lei ha scritto che uno dei più grandi inganni della nostra società è farci credere che si possa essere completamente felici. Spesso viene taciuto che lo stesso san Francesco fronteggiò pene e tribolazioni anche nel fisico.
    È una vera utopia moderna quella che ci vuole sempre felici. Bisogna far i conti con la sofferenza che è sempre in agguato. La differenza sta nel soffrire con l’ angoscia o nel soffrire con la pace. Nel primo caso è davvero una disgrazia. Ma l’esperienza di Francesco suggerisce che quando hai la pace dentro puoi sopportare ogni sofferenza. E ciò accade a coloro che hanno Dio vivo nel loro cuore.

    A tal proposito lei ha scritto diversi libri sulla preghiera e ha fondato veri e propri laboratori in tutto il mondo. Ma cosa suggerisce a chi non riesce a vedere i frutti delle proprie preghiere?
    Il problema non è il fallimento o il successo. Ma nel consegnare i risultati nella mani di Dio e restare in pace anche in caso di avversità. E il giorno dopo ritornare a combattere. Chi ha la pace è una persona indistruttibile, e nonostante i molti fallimenti subiti, alla fine, sarà sempre un vincitore.

  3. che ti frega hai la pila!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!1 scrive:

    da loccidentale.it:
    Affinità (poche) e divergenze (tante) tra la scimmia e noi
    di
    Antonio de Lauri
    4 Ottobre 2011 .

    L’uomo e le scimmie. Sotto questo titolo emblematico e provocatorio si tenne centocinquant’anni fa, nel 1864, all’indomani della pubblicazione dell’Origine delle specie di Charles Darwin in Italia, la lettura pubblica dello scienziato Filippo De’ Filippi intorno alla discendenza dell’uomo dalle scimmie antropomorfe. Era l’inizio soltanto di una polemica infervorata sull’origine dell’uomo attorno alla quale si accapigliarono e si accapigliano a tutt’oggi, in Italia e altrove, teologi e scienziati, liberi pensatori e credenti dogmatici, clericali e anticlericali, moralisti e libertini. Basti ricordare la querelle tra creazionisti ed evoluzionisti che si è dispiegata in questi ultimi anni in America come in Europa, con tanto di dibattiti politici e bibliografie pro e contra.

    E dunque: l’uomo è una scimmia che ha perso il pelo o un angelo che ha perduto le ali, come simpaticamente scriveva di sfuggita in un suo libro il tagliente Cioran? E se, certo, quest’ultimo manifestava l’indifferenza del suo pessimismo rispetto a tale questione, all’epoca sembrò invece che dalla soluzione del dilemma dipendessero il destino dell’essere umano e i fondamenti dell’etica, il progresso morale e civile o l’irrimediabile caduta dell’uomo nel mondo materiale e nel peccato. Sin dalle origini del dibattito sul darwinismo, i difensori di Darwin, da una parte, vedevano predicata nella legge dell’evoluzione la legge del progresso storico. Alzatosi dai più bassi meandri dell’animalità inferiore l’uomo era giunto ai più grandi traguardi della civiltà e marciava ora verso chissà quali magnifiche sorti e progressive. Le civiltà dell’uomo si dispongono lungo la storia in un ordine ascendente dove le più forti attraverso i paradigmi darwiniani della selezione e della lotta si affermano a discapito delle più deboli che vengono sopraffatte. Gli antievoluzionisti, dall’altra parte, vedevano nelle teorie “bestiali” di Darwin conseguire invece un “imbestiamento” dell’uomo e una degenerazione morale e sociale. Il materialismo delle scienze apriva la strada all’ “epicureismo sensuale” e dissolutore, alla perdita del “divino” nel “sentire e nel pensare”. Le “depravate e sozze” idee del materialismo trascinavano l’uomo verso l’animale, quasi che dal materialismo teoretico conseguisse logicamente un materialismo morale, etico.

    Benché bistrattate per la loro scarsa critica scientifica dagli scienziati evoluzionisti di ieri e di oggi è tuttavia in alcune di queste pagine degli antidarwinisti cattolici ottocenteschi che si trovano alcune lucide riflessioni capaci di portare nuovi lumi e rischiarare il problema sempre aperto delle origini dell’uomo. A proposito del nodo cruciale del darwinismo, quello della discendenza dell’uomo dai quadrumani inferiori, alcuni scrivevano che tra le scimmie e l’uomo esiste una “barriera insormontabile”. Tra l’animale e l’uomo vi è un salto ontologico, sostenevano alcuni ricorrendo addirittura a Tommaso D’Aquino, una differenza qualitativa dell’essere e non un mero passaggio gradualistico e quantitativo. Dire che l’organismo biologico dell’uomo derivi dall’organismo biologico dello scimpanzé non è la stessa cosa che dire che l’uomo tutto intero discenda dalle scimmie, ribadivano altri. L’uomo non è soltanto l’homo biologicus risposero allora a quanti, come Cesare Lombroso, cercavano di dedurre le qualità dell’anima o i tratti del carattere e della personalità da misurazioni craniometriche, o indugiando su vivisezioni da laboratorio cercavano di carpire il segreto della vita. Si indichi, dicevano altri ancora, “quando è stato e come è stato che questa scimmia per accendere un ramo secco e per trarre una scintilla dalla pietra focaia, smise la sua natura di bruto, per assumere quella dell’animale ragionevole, dell’uomo?”. Dov’è il punto dove si originò la coscienza? E quello in cui questa poté specchiarsi in sé stessa, divenire autocoscienza? Tra la “scimmia meglio sviluppata” e l’uomo dotato di “doni meravigliosi di mente e di cuore” vi è un “baratro infinito” scriveva il cattolico John Augustine Zahm alla fine dell’Ottocento.

    Questi antievoluzionisti anticiparono singolarmente la rinascita delle filosofie idealistiche del Novecento. Sembrano addirittura consuonare con le loro alcune parole più tarde di Benedetto Croce, contenute in quel suo capolavoro che è Teoria e Storia della storiografia. Reagendo alle iperboli del positivismo ottocentesco, e allo scientismo allora dilagante, a quel clima culturale dove si originò lo stesso dibattito sull’Origine, Croce osservava, a proposito di una certa antropologia naturalistica, come quella di Conrad Lorenz, che tra natura e storia esiste un “muro divisorio”, e non si possono mescolare confondendole le leggi e le regole dell’una con quelle dell’altra. Per Croce la natura è il mondo della necessità, della causalità, delle inflessibili leggi della fisica e della chimica, dell’evoluzione se si vuole. La storia è il mondo degli uomini, della volontà e della libertà, del dispiegarsi dell’ideale, del pensiero, del progresso, che non è l’evoluzione. Le leggi che muovono la natura non sono le stesse che governano le società, la civiltà dell’uomo, le manifestazioni dell’intelligenza umana, i costumi, la cultura.

    E non solamente questo spunto crociano sembrerà essere prezioso ancora oggi, allorché si pensi alla fortuna che hanno avuto anche nel Novecento il riduzionismo biologico, il fondamentalismo sociobiologico, le pseudo-teorie razzistiche, ed in generale l’uso improprio delle teorie della natura, ed in particolare del darwinismo, per giustificare ora il capitalismo liberistico, ora il socialismo egualitario. Karl Popper, nel Novecento, in reazione alle iperboli del positivismo e contro le scuole del neopositivismo, riporta anche egli la scienza nei propri ranghi a partire da una prospettiva di riflessione interna alla scienza medesima. Egli rivendica il carattere metodologico della scienza moderna, che essa racchiude come proprio nucleo originale sin dal suo battesimo con Galileo Galilei. La scienza è metodo di investigazione e non sistema. Essa è uno strumento di approssimazione della realtà, di interpretazione del mondo, ma non è la realtà stessa. Nella Miseria dello storicismo Popper criticherà il determinismo meccanicistico e la sua presunta “scientificità” sul piano storico e, più in generale, sosterrà che il determinismo e il materialismo delle scienze vanno interpretati in un’ottica metodologica, procedurale, ma non rinviano affatto ad una metafisica materialistica e deterministica.

    Nella prospettiva che si è voluta qui soltanto delineare, quella dell’anello mancante in realtà è solo una delle questioni che rimangono perennemente aperte per il fatto di costituire non già dei problemi insolubili, ma dei problemi mal posti, almeno a nostro avviso. Così, per esempio, si pensi agli interminabili dibattiti e congressi sul rapporto tra mente e cervello che vedono scervellarsi neuroscienziati e filosofi della mente, o quelli sulle origini dell’Universo e i mai sopiti interrogativi sull’esistenza o meno di un motore immobile, di un’intelligenza o di uno spenceriano Inconoscibile di là della nuda roccia dei pianeti galleggianti nei vacui spazi siderali. Problemi la cui soluzione sta in gran parte nel mettere in ordine le carte, nel ripensare cioè correttamente da una parte a quei rapporti tra cultura e natura, mondo dell’uomo e scienze fisiche, e dall’altra al ruolo, alla funzione e ai fondamenti della scienza stessa. La scienza indaga la natura o la materia, le leggi che essa inferisce non sono applicabili a tutto l’uomo, alla storia, alla cultura, alla società, e non per forza esse confliggono con le religioni, la metafisica, l’apertura alla trascendenza, riguardando queste altri lati dell’uomo e della sua libertà. Contro la scienza che vedeva già imporsi come “nuovo assoluto”, l’antievoluzionista Antonio Stoppani, in una pagina suggestiva di fine Ottocento, scriveva che vi sono regioni dove “non può penetrare lo scalpello, né farsi sentire l’azione dell’acido o della pila”.

  4. da rinocammilleri.it scrive:

    CROCIATE

    October 01st, 2011 | Categoria: Antidoti

    I musulmani nulla seppero delle Crociate, né di Saladino, finché gli europei, con le loro scuole coloniali, non li informarono. Così, i loro nazionalisti e i loro fondamentalisti hanno imparato la versione “imperialista” un auge tra gli intellettuali europei, eredi di Voltaire e dei romanzi di Walter Scott. Era quest’ultimo a descrivere il Saladino come un uomo d’onore, i crociati come rozzi e barbari, la civiltà islamica come raffinata e colta. Romanticherie da secolo romantico. Nel secolo successivo, il marxismo rincarò la dose (assalto al pacifico Oriente da parte delle eccedenze di manovalanza europea) e il risultato è che oggi sia i cristiani e che i musulmani hanno la stessa visione delle Crociate. E pazienza se Saladino, essendo curdo, apparteneva a un’etnia che sia arabi che turchi detestano. Consiglio la lettura di uno dei più bei libri sulle Crociate: Thomas F. Madden, Le Crociate. Una nuova storia (Lindau).

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