“Modena città stato: tra storia e identità”

Giovedì 15 dicembre 2011
169° Conferenza di formazione militante
a cura della Comunità Antagonista Padana
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore


I FUCILI DEGLI AUSTRIA-ESTE: UNA STORIA DEL DUCATO DI MODENA E DELLA BRIGATA ESTENSE
Nella seconda parte di questo studio complessivo sui due Ducati emiliani precedenti l’unità della penisola, rimane da trattare il Ducato di Modena e Reggio, anch’esso ricco di storia e tradizione, e con una storia particolarissima da raccontare alla fine della sua esistenza, come vedremo.
La casata che governò il ducato di Modena poteva rintracciare il suo capostipite in Alberto Azzo II (996-1097); suo nipote Obizzo II scelse quale sua dimora Ferrara. Nel 1289 ottenne anche la signoria di Modena, mentre l’anno successivo riusciva ad ottenrere anche quella di Reggio. Infatti, la fazione guelfa di Modena, temendo che i ghibellini prendessero il potere, si rivolse proprio al signore di Ferrara per avere protezione.
Alla fine del 1500, e precisamente nel 1598, la corte estense lasciata Ferrara giunse a Modena, ove sarebbe rimasta fino al 1859. Come mai questo spostamento? Il cugino del Duca Alfonso II, Cesare, era stato designato unico erede, ma essendo nato prima del matrimonio non poteva ereditare il potere su Ferrara come dalle regole papali. Il ducato di Modena invece era di nomina imperiale e pertanto una tale limitazione non esisteva. Cesare divenne Cesare I e regnò su Modena come il suo primo Duca per ben trent’anni, dando l’avvio ad una serie di opere di costruzione e rinnovamento della città, che venne trasformata in una vera capitale. Suo figlio, Alfonso III, regnò solo per pochi mesi in quanto, colpito profondamente dalla morte della moglie, si ritirò a vita religiosa. Il suo successore, Francesco I, iniziò la costruzione del palazzo ducale, creata dall’archietto Bartolomeo Avanzini chiamato appositamente da Roma. Nel 1635 assegnò all’ingenger Castellmonte il compito di costruire una cittadella militare sul modello di quella esistente a Torino. Il suo primogenito, Alfonso IV, non visse a lungo e la guida dello stato venne assunta da sua moglie, la duchessa Laura: unica donna a governare in prima persona i ducati estensi (dove, abbiamo visto, vigeva la legge salica), cosa che fece con grande determinazione ed energia anticipando di 150 anni il regno sul ducato di Parma della celeberrima Maria Luigia. Tornando a Francesco I egli va ricordato altresì come un grande mecenate: durante il suo regno a corte si potevano trovare artisti provenienti da tutta Europa. Affidò a Gaspare Vigarani la costruzione di un nuovo teatro, il teatro della Spelta, che poteva accogliere 3000 persone.
Alfonso IV, la duchessa Laura Martinozzi e Francesco II regnarono in seguto. L’ultimo morì senza lasciare alcun erede. Subentrò dunque al trono il fratello Rinaldo: egli, essendo Cardinale, dovette chiedere al Papa di rinunciare alla porpora per prender possesso del Ducato. Il Pontefice Innocenzo XII approvò ed il novello Duca andò in sposa a Carlotta Felicita di Brunswick. Nel 1710 il Duca allargò i possedimenti del suo Stato, acquistando il piccolo ducato di Mirandola e Concordia. Ventisette anni dopo aggiunse anche il feudo di Novellara; morì nell’ottobre di quello stesso anno.
Anche col successore, Francesco III, si registrò un incremento dei territori del Ducato Estense. Infatti, fra i primi atti del suo lunghissimo regno (ben 43 anni), egli portò a termine le trattative di matrimonio fra suo figlio Ercole e Maria Teresa Cybo Malaspina, che era l’unica figlia del Duca Alderamo di Massa e Carrara, oramai defunto. Quelle terre andarono pertanto ad aggiungersi ai possedimenti presenti, espandendoli in direzione del mar Tirreno. Durante il regno di Francesco III anche la stessa città di Modena beneficiò largamente del periodo di pace e delle attività che poterono compiersi durante esso. Venne restaurato il Palazzo Ducale di Sassuolo, la Villa delle Pemtetorri, oltre ad allargare la via Emilia e si creò l’Albergo dei Poveri. L’attività legislativa e codicistica ricevette anch’essa impulso: proprio in questi anni venne infatti promulgato il Codice Estense, che armonizzò, standardizzò e rese le leggi del Ducato più eque.
Tutte queste riforme e iniziative avevano senza alcun dubbio portato Modena (e la vita dei suoi abitanti) a standard più alti rispetto agli anni precedenti, ma aveva lasciato le casse dello stato in cattivissime condizioni. Per questo, il suo successore Ercole Rinaldo III decise di ridurre grandemente le spese di corte, abolendo sia feste e cerimonie sfarzose a corte, che corpi militari; la cittadella venne inoltre privata delle sue armi e trasformò la Piazza d’Armi in un parco. In soli sei anni il Duca raggiunse un traguardo assolutamente invidiabile: le casse dello Stato estense erano di nuovo in eccellenti condizioni. Come persona, era estremamente semplice ed alla mano: si racconta che parlasse in dialetto e andasse a fare la spesa al mercato. Altro che auto blu…
Ma la Rivoluzione francese si stava preparando in quegli anni in Francia, e quando le logge e i libellisti furono pronti la Francia fu scossa dai moti rivoluzioari e poi dal terrore. I “fratelli” non si fermarono però ai confini di quella nazione, e anche stati vicini vennero invasi dalle armate rivoluzionarie. Fra questi vi era anche il Ducato di Modena. Il Duca fece in tempo ad inviare però all’Austria i pochi cannoni rimastigli e 750.000 zecchini. Dovette di lì a poco fuggire, rifugiandosi con la famiglia ducale prima a Venezia e poi a Treviso, dove morì nel 1803. Nel frattempo, nel Ducato le cose non andavano bene: la piazza Grande venne ribattezzata Piazza della Rivoluzione e vi venne innalzato un cosiddetto “albero della libertà”. E naturalmente, in nome della libertà si iniziò a colpire coloro che non volevano mostrarsi partigiani del nuovo regime: chi non indossava la coccarda tricolore era consierato nemico pubblico. Il monumento equestre a Francesco III venne demolito da un fanatico giacobino. Il 15 ottobre di quell’anno Napoleone entrò a Modena come vincitore, e garantì al Vescovo Tiburzio Cortese, duraante un pranzo ufficiale, che avrebbe rispettato la religione. Questa promessa, però, non venne mantenuta dal Congresso della Cispadana, che si tenne dal 16 al 18 ottobre del 1803. I congressisti presero, in barba alla Libertà (con la L maiuscola, astratta e così diversa dalla libertà concreta dei secoli medievali o meglio dovremmo dire cristiani) una serie di gravissimi provvedimenti. Innanzitutto, la nobiltà, in nome dell’egualitarismo, venne totalmente soppressa e si giunse a raschiar via gli stemmi delle casate dalle lapidi. Ogni cittadino doveva portare la coccarda tricolore sui vestiti, altrimenti sarebbe stato gettato in carcere: nessuno sconto né per sacerdoti, né per religiosi. Un luogo comune è che la Chiesa Cattolica avesse adottato, nella sua storia, un atteggiamento antisemita: ma in questo caso, fu proprio il Vescovo Cortese ad aiutare la comunità ebraica di Modena, i cui membri venivano sottoposti a violenze e soprusi dai rivoluzionari, anticipando di 140 anni l’operato di Pio XII. La chiesa modenese venne osteggiata in ogni modo: vennero rimosse immagini sacre dai luoghi pubblici (dal canto suo, Giuseppina Beauhaurnais sottrasse personalmente 200 cammei dalla Galleria Estense) e gli ordini religiosi soppressi. I sacerdoti vennero costretti, come in Francia, a prestare giuramento alla repubblica con gravi pene per i refrattari, mentre le funzioni religiose subirono restrizioni sempre maggiori per essere infine definitivamente soppresse. Anche le condizioni economiche dello stato erano pessime: nel 1805 c’erano quasi 5500 uomini dell’esercito francese nelle varie caserme che dovevano essere mantenuti e stipendiati. Il Comune, per far fronte alle sempre crecenti spese, giunse a vendere alcune suppellettili del Palazzo nazionale.
Tutti questi provvedimenti non potevano far felice la popolazione, che anzi non esitò a prender le armi contro i giacobini: negli anni attorno al 1810 Modena e Reggio videro la presenza di tantissime bande di “briganti” che erano formate dai giovani renitenti alla leva e dai cittadini oramai stanchi della povertà e della vera e propria oppressione sia fiscale che militare. E non avevano torto dopotutto: dei 27.000 soldati provenienti dalla penisola e portati a combattere in Russia, 20.000 furono uccisi dai soldati dello Zar e dal loro più importante alleato: il generale Inverno. Dopo di ciò le tasse e le requisizioni vennero aumentate ancora.
Si doivette aspettare il 1814, quando Napoleone venne definitivamente sconfitto, per avere di nuovo i tradizionali governanti a Modena. Infatti, in quell’anno il Ducato venne assegnato a Francesco IV d’Austria-Este: il sovrano, cresciuto a Vienna e imparentato con Maria Antonietta, era forte ed autoritario, nonché strenuamente legittimista. Il comportamento del Duca, per fronteggiare la situazione in cui versava il suo popolo, fu ammirevole: distribuì il grano gratis ai poveri, facendo fronte alle spese col suo patrimonio personale. Riaprì l’Università e l’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti. Fece lo stesso con chiese e conventi e richiamò i Gesuiti nel 1821.
Francesco IV, nella storiografia, è spesso classificato come sovrano “autoritario”, e questa fama gli derivò da un episodio che è opportuno analizzare più da vicino. Già nel 1820 il sovrano aveva condannato la carboneria e le altre sette che tanta parte avrebbero poi avuto nella creazione del cosiddetto risorgimento. Il 15 maggio 1821 però venne assassinato l’avvocato Giulio Besini, che era il capo della Polizia ducale. L’attentatore fuggì, ma vennero catturati alcuni complici fra cui un sacerdote, don Giuseppe Andreoli. A costui il Duca non commutò la pena (come fece con un altro congiurato): innanzitutto, in tribunale non aveva confessato, e poi era un po’ più colpevole degli altri, agli occhi del Duca, in quanto aveva aderito ad ideali che erano assolutamente contrari alla visione della Chiesa (ricordiamo che la Massoneria è la realtà antagonista più condannata dalla Chiesa Cattolica, almeno fino a tempi recenti). C’è da dire che le condanne a morte all’epoca erano dovunque praticate e previste dagli ordinamenti penali di praticamente tutti gli stati. In ogni caso chi aveva promosso l’omicidio era andato contro leggi ben conosciute e sapeva che sarebbe incorso nella massima punizione prevista dall’ordinamento.Il sovrano in altre occasioni fu più mite: nel 1837 infatti le pene per i carcerati vennero ridotte, mentre i beni confiscati ai carbonari andarono in beneficenza oppure alle loro famiglie.
Negli ultimi anni di vita (Francesco IV morì nel 1846) si dedicò anche a trovare una degna moglie per suo figlio, Francesco Ferdinando. La trovò in Adelgonda di Baviera, figlia del Re di quella nazione, Ludwig I. Il sovrano bavarese acconsentì con gioia al amtrimonio e fu così che i due giovani furono uniti in matrimonio nella chiesa di Ognissanti a Monaco. I novelli sposi tornarono poi a Modena. E qui fu incredibile l’accoglienza che venne loro riservata: un vero e proprio tripudio di folla, parve che tutta Modena si riversasse in piazza per salutare gli sposi. Lo stesso affetto il popolo modenese lo dimostrò durante l’agonia del duca Francesco IV, quando persone di ogni estrazione sociale si accalcarono nelle camere del Palazzo, per portare l’ultimo saluto al loro sovrano morente. Il 21 gennaio del 1846 il Duca moriva, lasciando il trono a suo figlio che avrebbe preso il nome di Francesco V. Fu, come vedremo, un buon sovrano, anche se più mite e semplice del padre. Egli era però fortemente assolutista e legistimista, contrarissimo alle nuove idee sparse dalla Rivoluzione francese prima e da Napoleone poi, e incrollabilmente convinto dell’origine divina dell’autorità del sovrano. Per queste caratteristiche, non fu logicamente mai amato dalla storiografia risorgimentalista.
Due anni dopo l’ondata rivoluzionaria del 1848 investì anche Modena: in quell’occasione una manifestazione di giovani diede origine ad una delegazione che, capitanata da Giorgio Malmusi, andò dal Duca e chiese l’istituzione della Guardia Civica. Il sovrano accettò. Una grande folla si riunì sotto il palazzo ducale per festeggiare questa vittoria. Francesco V tuttavia non era per nulla convinto della bontà della sua decisione; tant’è vero che in una sola frase fotografò perfettamente la situazione: “si grida evviva perché ho concesso, se non concedevasi si griderebbe morte”. Questo sarebbe stato il primo passo che effettivamente e concretamente la Rivoluzione italiana ed i suoi principi avrebbero fatto nel Ducato. Infatti le manifestazioni continuarono, e quando una colonna di rivoltosi arrivò da Bologna per aiutare i liberali modenesi, Il Duca si vide costretto a lasciare la città per evitare ogni spargimento di sangue. La reggenza nominata dal sovrano venne rovesciata da Malmusi che instaurò un nuovo governo. Questo avrebbe di lì a poco spezzato il Ducato in due: la parte cisappenninica si asrebbe unita al Regno di Sardegna, mentre le province oltre l’Appennino sarebbero andate al Granducato di Toscana. Bisognò aspettare la battaglia di Custoza, che vide la vittoria dell’Austria contro i franco-piemontesi, per vedere di nuovo Francesco V a Modena. L’arrivo in città dei soldati dell’Imperatore provocò non costernazione, ma grande gioia fra il popolo, che era rimasto sempre affezionato al Duca, mentre i pochi liberali erano guardati con sospetto ed anzi odio. Il legittimo sovrano quindi rientrò il 10 agosto 1849 e nello stesso giorno dell’anno successivo, dopo aver allonatnato i militari compromessisi con la rivoluzione, concesse un’amnistia generale a tutti i rivoltosi, limitandosi ad allontanarne alcuni dal Ducato.
Il 16 novembre di quello stesso anno il Duca subì un attentato, ed anche in questo caso mostrò una sorprendente umanità: uno studente di farmacia gli sparò mentre era inviaggio vicino a Mirandola. Il giovane Luigi Rizzati, mazziniano voleva eliminare un “tiranno”. Ma Francesco V doveva essere proprio un “tiranno” anomalo. Stese di suo pugno, infatti, una relazione nella quale attenuava fortemente le circostanze dell’attentato: il giovane evitò così la pena capitale, dovette invece scontare alcuni anni di carcere.
Ma anche nelle province oltreappennino le cose non adavano bene alla metà degli anni ’50: vi furono molti tentativi mazziniani di rivolta, che portavano con sé violenze ed anche omicidi, soprattutto a Carrara. La città venne messa in stato d’assedio nel 1854. Nel 1856 una rivolta organizzata da Mazzini in persona (e che avrebbe dovuto estendersi alla Lunigiana) fortunatamente fallì; contonuarono gli inviti ai soldati a deporre la “sozza livrea” del Ducato: ma nessuno vi aderì grazie anche alle precauzioni adottate dal Comando Superiore dell’Oltrappennino. Lo stato d’assedio, appena le acque si furono un po’ calmate, venne tolto, ma Francesco V fu costretto a rimetterlo nel 1857 dopo l’assassinio del parroco di Miseglia.
Arriviamo infine, con questa nostra carrellata, al 1859, l’anno finale per il Ducato. Come abbiam visto le paragrafo precedente, le avvisaglie di un colpo di mano c’erano tutte, tant’è vero che il Duca scriveva così, in una lettera destinata al Conte Teodoro Bayard de Volo suo ambasciatore a Vienna: “io vedo un temporalone a formarsi lentamente. La Francia è di giorno in giorno più insolente e provocante, l’Inghilterra la vedo una ben infida alleata per chiunque, ma temo più la Francia che altri…”.
Purtroppo l’Esercito ducale era piccolo e non poteva coprire efficacemente tutto il territorio nazionale, in caso di guerra. Modena contava infatti sull’aiuto dell’Austria e sul fatto che era circondata da stati amici, senza confini diretti col Piemonte se non in una piccola fascia nella Lunigiana, tra Aulla e Carrara. Al di là dell’Appennino c’erano uomini appena sufficienti a garantire l’ordine pubblico, ma la situazione si aggravò quando il Granduca di Toscana dovette abdicare, incalzato dalla Rivoluzione. Questo lasciava scoperto un lungio tratto di frontiera, e la situazione in particolare a Sarzana si fece incandescente: enlal cittadina, vicina al confine, si verificarono provocazioni di ogni tipo contro militari e cittadini, che a volte degenerarono in pestaggi. Di lì a poco le truppe ducali dovettero ritirarsi e subentrarono in Lunigiana i rivoluzionari nella persona degli aderenti alla Guaria Nazionale che proclamarono il 22 maggio 1859 il governo rivoluzionario, il Ducato aveva perso il suo primo pezzo di territorio.
Francesco V redistribuì le proprie forze fra Reggio e Modena, ma la pressione si stava facendo oramai insostenibile. Nemmeno la frontiera ad Ovest poteva più considerarsi sicura. Il 9 giugno Maria Luisa partì da Parma diretta a mantova, e le truppe borboniche vennero sciolte. I Piemontesi potevano così passare indisturbati attraverso il Ducato.
A peggiorare la situazione contribuì la partenza dei 3 battaglioni austriaci arrivati il 4 luglio a Modena: essi si ritiravano ora oltre il Mincio. Questo fu il tassello che spinse Francesco V ad ordinare l’evacuazione di Modena e Reggio. Alcuni studiosi e testimoni dell’epoca ritengono che dato il supporto popolare, egli avrebbe potuto mantenere il suo trono. Ma l’indole mite del Duca gli suggerì di risparmiare ai modenesi una possibile guerra civile.
L’11 giugno 1859 il Duca Francsco V abbanono, con la sua famiglia ed i suoi più stretti collaboratori, la città. Lasciava a governare una reggenza, come nel 1848. Ma stavolta, il Duca non avrebbe più rivisto la sua capitale. Egli lasciava le terre che, come scrisse il conte Bayard de Volo, non gli appartenevano “tanto per avito legittimismo, quanto assai più perché ne aveva conquistato colla giustizia e coi benefizi l’amore e la gratitudine”. E la popolazione pareva testimoniare questo: se molti non comprendevano la gravità del momento, il Duca stesso annnotò nel suo diario che egli vide “dei vecchi contadini al vedermi passare stender le mani al cielo e piangere dirottamente”.
Oltre al suo seguito ed alla sua famiglia, accompagnavano il duca le truppe della Brigata Estense: questo fu l’unico esempio che ci è dato di ritrovare fra gli stati preunitari di un esercito che accompagnasse il suo signore in esilio (come abbiamo visto in un precedente articolo, l’Esercito del Ducato di Parma venne sciolto una volta a Mantova; mentre la resistenza filoborbonica nel Sud dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie non era organizzata a livello di esercito regolare).
La Brigata estense arrivò a Mantova con un totale di 3623 uomini. Nel frattempo la Guardia Nobile, rimasta a Modena nella persona di alcuni dei suoi membri, non fu da meno come fedeltà. Richiesta difatti dalla Guardia Nazionela di guirare fedeltà al re Vittorio Emanuele II, nessun membro aderì alla richiesta.
Torniamo però ai soldati: quale fu il loro destino? Mantova, dove si erano riparati, era già territorio austriaco. Venne dunque stipulato un apposito accordo col governo di Vienna per il mantenimento e l’impiego (eventuale) della Brigata Estense.
Nel frattempo le popolazioni poste sotto il nuovo dominio piemotense non potevano certo dirsi felici del nuovo stato di cose. Un decreto del dittatore Farini proclamò infatti la leva generale, dei giovani dai 18 ai 30 anni da inserire nella Guardia Nazionale. A questa notizia, circa 400 contadini della campagna modenese si ribellarono contro il governo rivoluzionario, assalendo varie case e gridando “Viva Francesco V! Morte ai liberali!”. La rivolta si estendeva nel frattempo anche alle campagne attorno a Correggio. Ma venne schiacciata inesorabilmente. Francesco V ed Adelgonda intanto continuarono il loro viaggio, stabilendosi a Vienna presso Palazzo Modena in Landestrasse. Non avrebbero più rivisto la loro patria.
Il 17 giugno giunse a Modena Carlo Farini, per assumerne il governo. Sulla falsariga di ciò che sarebbe successo in tanti altri luoghi d’Italia e di ciò che già Napoleone fece quando invase la penisola italiana, anche Farini ed il suo entourage si dedicarono a far scomparire i tesori artistici e mobili presenti nel Palazzo Ducale. L’inventario organizzato infatti dal nuovo regno d’Italia nel 1860 registrò solo poche suppellettili e poca argenteria (posate principalmente). Che fine aveva fatto tutto il resto? Forse fu il sovrano a portarsi via tutto? Ma come avrebbe potuto, partendo al mattino e quasi in segreto, portar via una tale quantità di oggetti? La verità ce la fornisce un agente segreto del conte di Cavour, I. A., che in un suo libretto smonta molti dei “miti” in cui era stato avvolto l’operato delle forze rivoluzionarie in Emilia e nelle Romagne. E non solo vennero asportati gli oggetti di valore (per i quali Farini disse che “è inutile fare un inventario”), ma anche i vestiti. La moglie del dittatore infatti si appropriò degli indumenti della duchessa, facendoli adattare da dei sarti per sé e per la figlia. Come si può vedere, le “ruberie” sono iniziate con l’unità…
Dall’11 al 12 marzo 1861 si svolsero le consultazioni perché il popolo modenese scegliesse fra la monarchia sabauda e gli Austria-Este. Nelle parole del quesito, fra “l’annessione al Piemonte” ed il “regno separato”. I risultati furono questi: su 23.584 votanti, solo 62 furono per il regno separato. Percentuali assolutamente “bulgare”, che si spiegano con due ragioni. Innanzitutto le astensioni in realtà funono un numero elevatissimo: i contadini delle campagne, fra cui i fedeli al Duca erano tantissimi, non poterono recarsi alle urne in città. E poi ci furono i brogli. L’agente segreto di Cavour racconta che “pel voto di annessione, un piccolo numero di elettori si presentò a prendervi parte,ma al momento della chiusura delle urne noi gettammo dentro i biglietti, naturalmente in senso piemontese, di coloro che si erano astenuti”. Insomma, una correzione che a buon diritto farebbe inorridire quasiasi costituzionalista, e spingerebbe degli odierni osservatori internazionali a considerare invalidi dei risultati ottenuti in tal modo. Ma nonostante le vibrate e giustificatissime proteste di Francesco V, dei suoi Ministri, e degli altri Sovrani legittimi, il nuovo Regno si assestò solidamente su questi traballanti (e truffaldini) puntelli. Inoltre, i manifestanti che nelle piazze andavano gridando “viva l’indipendenza” non erano autoctoni, ma poliziotti infiltrati. Gli agenti segreti piemontesi dovettero ricorrere a questi trucchi perché il partito duchista, per loro stessa ammissione, era fortissimo a Modena e anzi per un certo periodo di tempo temettero il fallimento della loro iniziativa.
Dove stessela fedeltà dei modenesi veri lo si può constatare nella storia della Brigata Estense: i soldati dell’esercito, come sappiamo, seguirono tutti il loro sovrano in esilio, e rimasero accanto a lui per quattro lunghi anni. Quattro anni di paga ascarsa, preoccupazione per le proprie famiglie lontane, blandizie e allettamenti da parte del nuovo governo italiano. Nel 1862 il re Vittorio Emanuele in un decreto minacciò i componenti dell’esercito: chi non fosse rientrato entro sei mesi, avrebbe subito la perdita dei diritti ciovili e politici ed il sequestro dei beni. Franbcesco V aveva dun que autorizzato l’anno successivo, i propri soldati a lasciare il suo servizio: ma solo 6 ufficiali e 160 soldati tornarono a casa. I numeri della Brigata Estense si mantennero tutto sommato sempre costanti, a causa dell’afflusso di tanti giovani che non volevano servire il nuovo governo considerato illegittimo. I soldati erano sorretti dall’incrollabile e radicata speranza che avrebbero potuto riportare, col tempo, il loro Sovrano a Modena. Nel frattempo l’Austria si sarebbe dovuta occupare del loro mantenimento e supporto logistico. Ma questo, anche grazie alle critiche dei liberali a Vienna, stava diventando sempre più difficile: la sentenza definitiva dell’Imperatore giunse il 14 agosto 1863 ed imponeva l’immediato scoiglimento (con la possibilità di passare nell’Imperial-Regio esercito). La cerimonia si svolse il 24 settembre 1863 a Carigliano Veneto, sede del Comando Generale. Alla presenza dei Sovrani le truppe si schierarono attorno al Duca, dopo la Santa Messa e la Benedizione. Francesco V lesse un commovente discorso di commiato; una compagnia di Granatieri portò al Duca le Bandiere di guerra ed il Generale Saccozzi le riconsegnò al Sovrano. Intorno i soldati si sciolsero in pianto, nonostante la ferrea disciplina, e sul volto di tutti, dal Comandante in Capo all’ultimo Fuciliere, scorrevano le lacrime. Le truppe sfilarono un’ultima volta davanti alle Loro Maestà, per poco dopo rompere le righe ed affollarsi attorno alla carrozza dove viaggiavano Francesco ed Adelgonda, baciando le mani e gridando evviva ed addio.
Che giudizio dare del Sovrano e dei suoi Soldati ed Ufficiali?
Non fu un uomo “moderno”, ma del passato: rimase legato sempre a dei valori e ad una religione che appariva sempre meno “di moda” in quella seconda metà dell’800. Egli fu sconfitto, certamente, ma sul piano temporale. Se guardiamo allo spirito, il suo ruolo fu quello di chiamare le cose col loro nome, e di essere un faro di Verità durante un tempo in cui imperava la doppiezza, il sopruso e l’insincerità.
La Brigata Estense: un raro, rarissimo esempio di fedeltà, di attaccamento al dovere, di correttezza e integrità; gli storici fanno fatica a trovarne altri nella storia militare antica e moderna. Un esempio che è andato perduto. Nella storia ad usum delphini e a senso unico del dopo “risorgimento”, difatti, non c’è posto per gli sconfitti. Nemmeno se questi hanno fatto mostra di valori così alti e per così lungo tempo. Anzi, mi spingerei a dire che proprio per questo sono stati eliminati dalla storia patria e, quando non si potè fare a meno di nominarli, calunniati e liquidati in pochi sprezzanti aggettivi. L’esempio era sì grandioso, peccato che fosse stato fatto dalla parte sbagliata.
Ma scorriamo di nuovo questo breve articolo e poniamoci la domanda: per le nuove generazioni, abbandonate a sé stesse e a cui la scuola cerca faticosamente di fornire un po’ di “etica”, qual è la figura più istruttiva: un Farini, oppure un Generale Saccozzi? Un Vittorio Emanuele II, o un Francesco V? Al lettore l’ardua sentenza.
Matteo Luini
Estratto da “Il Cinghiale corazzato” n. 40-41 (Gennaio 2012), foglio di informazione e cultura a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
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1 BRIGATA ESTENSE PRESENTE!
2 QUI IN CALCE VOGLIAMO IL RESOCONTO!
(rullo di tamburi)
QUI IN CALCE VOGLIAMO IL RESOCONTO!
ETC.
oppure:
il resoconto! vogliamo il resoconto! il resocontooooooo, vogliamo il resocontooo!
(rip.)
[...] [...]
Complimenti ragazzi per il vostro articolo.
Se vi interessa vi comunico che recentemente ho inserito in Wikipedia (commons) una versione più accurata della bandiera della Brigata Estense.
Grazie davvero e complimenti per il vostro accurato lavoro.
Luca Fumagalli