Cinque anni: una storia

 

Che cosa vuol dire essere un gruppo universitario ? è una strana domanda per un articolo celebrativo dei cinque anni della Comunità Antagonista Padana, ma decisamente importante e perciò è proprio da qui che voglio incominciare. Due, è evidente, sono le caratteristiche essenziali perché un gruppo universitario possa realmente dirsi tale. Anzitutto deve essere un gruppo: può sembrare banale, ma decisamente non lo è, perché per formare un gruppo, o meglio una comunità, come vogliamo chiamarci noi, non è sufficiente radunare qualche amico, o chiamare assieme un po’ di persone, ma queste devono essere strettamente legate fra loro e raccolte attorno ad un’idea comune, verso la quale bisogna continuamente tendere e sempre ispirarsi. Ognuno deve sentirsi parte di un qualcosa di più grande e nobile, che non costituisce la semplice somma dei partecipanti, ma un’entità diversa: essere comunità significa mettere in comunione qualcosa, una parte di sé,  per perseguire indefettibilmente un ideale condiviso. Ebbene, dopo questi cinque anni (che peraltro non appoggiano sul nulla, benché qualcuno sembra sempre dimenticarsene), posso orgogliosamente affermare che la nostra CAP è stata per davvero una comunità, e nel senso più profondo e intimo del concetto. L’esperienza umana vissuta insieme non è meno importante della strenua militanza, ma anzi la nobilita e le dà vigore e significato: fedeli tra di noi e fedeli alle nostre idee!

 

Questo, per quanto ormai raro e importante, non basta, poiché è necessaria una seconda componente: il gruppo deve essere “universitario”. Anche in questa occasione, lungi dall’essere banale, voglio intendere che mai e poi mai esso deve rinnegare la vera sostanza dell’essere in università. Oggi ci troviamo in un mondo la cui logica ha corrotto l’università; non tanto (e a volte, ahimè, non solo) per ciò che viene insegnato, quanto piuttosto  perché è l’idea stessa di università ad essere snaturata. Che ciò sia vero è immediatamente verificabile: basta chiedersi cosa rappresenti nell’immaginario collettivo l’università e la risposta sarà sicuramente che essa non è altro che un’anticamera al mondo del lavoro, un luogo dove formarsi, dove apprendere competenze tecniche da monetizzare a laurea ottenuta. Non che io voglia disconoscere questo aspetto del mondo accademico, ma certo esso non ne deve rappresentare l’intera essenza; ed è proprio qui, a mio avviso, che emerge la vera grandezza della CAP. Essa infatti non ha mai perso di vista cosa sia realmente l’università: un luogo di cultura, votato alla ricerca costante della Verità, dove si studia per la bontà stessa dello studio, che non deve essere piegato a bassi e utilitaristici fini economici o professionali, ma innalzato alla dignità che gli spetta. Tutto ciò al fine di creare uomini, non lavoratori o peggio ancora marionette in balia del potere.  È proprio questo che noi ci proponiamo ogni giorno: indagare la storia e la realtà del presente, politica, sociale ed economica, in maniera limpida e senza bavagli, mai paghi delle bugie raccontate da chi cerca costantemente di sottometterci  indottrinandoci e raccontandoci la sua verità.

 

Così in cinque anni di orgogliosa militanza, sempre fieri e fedeli agli ideali che ci appartengono, abbiamo lottato nella nostra università con ogni mezzo: conferenze, pubblicazioni, affissioni ai muri dei chiostri, il nostro Cinghiale Corazzato, e tante altre cose ancora lo dimostrano! Possa ciò essere così, e ancora meglio, per ancora molti anni!

 

 

 

Enrico Restelli

Reggente della Comunità Antagonista Padana

Editoriale pubblicato sul numero speciale 39 de “Il Cinghiale corazzato”, foglio di informazione e cultura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

Comments (3)

 

  1. auguri sinceri scrive:

    in verità, sarei dovuto venire a conscerVi a Brescia, nel 2006, ma majora premebant. meglio così, a giudicare da chi mi avrebbe accompagnato…….. in gamba e sempre in guardia!

  2. requiem scrive:

    Gian Micalessin, il giornale, 27.12.11:

    Sono i talebani neri. Sono il fanatismo islamico coniugato con la rabbia e la violenza d’un formicaio africano da 160 milioni d’anime. Sono il concentrato di terrore, intolleranza e ignoranza distillato da una Nigeria dilaniata dagli scontri tribali e dalla contrapposizione tra cristiani e musulmani.

    Si fanno chiamare «Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad», ovvero «Popolo impegnato nella diffusione degli insegnamenti del Profeta e della Guerra santa», ma per le loro vittime e i loro sostenitori sono i «Boko Haram» quelli che per cui «l’educazione occidentale è vietata». Non è uno slogan, ma la loro spietata linea d’azione. Non a caso colpiscono le chiese, seminano strage tra i cristiani. Il massacro messo a segno la notte del 24 dicembre a Madalla, nello stato confederato di Niger, a circa 45 chilometri dalla capitale federale Abuja, ne è la prova. Quel pullmino imbottito d’esplosivo fatto saltare davanti alla chiesa di Santa Teresa mentre i fedeli escono dalla Messa di Natale è una spietata dichiarazione di guerra. È la rappresentazione di un fanatismo deciso a cancellare chiunque non condivida lo stesso estremismo dogmatico. Ma in quella strage contano anche l’orrore e il terrore impressi nelle menti dei sopravvissuti, il ricordo dei 40 correligionari fatti a pezzi, delle decine di feriti riversi nel proprio sangue davanti alla chiesa semidistrutta. Padre Christopher Jataudarde, il reverendo sceso dall’altare per soccorrere i propri fedeli, di certo non dimenticherà l’uomo sventrato, con le mani raccolte intorno alle proprie viscere che implorava «Padre preghi per me perché sto morendo». Ma la strage della notte di Natale è solo uno degli scenari dell’offensiva islamista. Domenica un’altra bomba è esplosa a Jos, capoluogo dello stato di Plateau. Ieri a Damaturu, una delle città-culla dei Boko Haram, centinaia di persone hanno abbandonato le proprie case in seguito agli scontri tra la polizia e i militanti integralisti costati la vita a una sessantina di persone.
    L’obbiettivo degli attacchi è sintetizzato nel comunicato con cui Abul Qaqa, portavoce riconosciuto dei Boko Haram, rivendica la mattanza. «Non ci sarà pace finché non accoglierete le nostre richieste. Vogliamo – proclama il portavoce – la sospensione della democrazia e della costituzione, la piena e immediata applicazione della legge islamica (già in vigore in 12 province musulmane, ndr) e la liberazione di tutti i fratelli incarcerati». L’epopea crudele e sanguinaria dei Boko Haram parte da Maiduguri, la capitale dello stato del Borno vivaio dell’Islam radicale sin dalla conquista britannica del Califfato di Sokoto all’inizio del 1900. Lì nel 2002 Mohammed Yusuf, un predicatore allora 32enne, insegna ai propri fedeli a rinnegare tutti gli insegnamenti della civiltà occidentale non contemplati nel Corano di Maometto. Credere nell’evoluzionismo o che la terra sia rotonda diventa così un’eresia da estirpare a colpi di bombe. Ma i seguaci di Yusuf non si limitano ad attaccare gli infedeli: colpiscono anche le moschee moderate e tutti i simboli dell’amministrazione statale. L’autentico salto di qualità arriva dopo la morte di Yusuf, ucciso in carcere il 30 luglio del 2009 subito dopo la cattura per mano delle forze di sicurezza. Da quel momento la fazione più fanatica del movimento si lega alle cellule di «Al Qaida nel Maghreb» che operano in Mali e Niger e con quelle degli shebab della Somalia. Grazie a queste connessioni la ragnatela qaidista si dipana dall’Africa settentrionale a quella occidentale e orientale.

    E l’attentato del 26 agosto contro la sede dell’Onu di Abuja trasforma la Nigeria nel nuovo inedito fronte del terrore islamico internazionale. Un fronte dove solo quest’anno il terrorismo dei talebani neri ha fatto oltre 600 vittime.

  3. da www.mat-toscanalibera.org scrive:

    “”"”"”"”"”"”"”"Da San Marino una buona notizia…

    Il 21 ottobre u.s. insieme al Prof. Adolfo Morganti, Presidente della Casa Editrice “Il Cerchio” e al dott. Manrico Casini Welca, Segretario Generale del “Centro Formazione e Ricerca Don Lorenzo e Scuola di Barbiana” sono stato ricevuto da Sua Ecc. la Dott.ssa Antonella Mularoni, Segretario di Stato. Mi sembra che il colloquio sia andato molto bene. San Marino non può dimenticare l’ormai celebre Profezia del “Ventimila Sammarini” : ” Gli imperialismi ? Ci vorrebbero ventimila sammarini per eliminarli. Il mondo cambierebbe radicalmente in meglio, sarebbero protette le culture e le identità. Sostanzialmente sarebbe protetta anche la pace, perchè le guerre diverrebbero guerricciole.” La gigantesca portata delle Profezia è ormai sotto gli occhi di tutti. Se noi continuiamo a convire con la criminalità imperialista, finanziaria e militare, ci ritroveremo con il comunismo tirannico cinese, che, oltre a strozzare l’economia occidentale, opprime con la violenza tutte le sue minoranze , a cominciare con lo Stato già sovrano, da secoli, del Tibet. Così, come assisteremo,impotenti, ad altre grandi porcherie, come quella che ha visto gli imperialismi inglese, francese e statunitense – del “sinistro” Obama – impegnati, per i loro interessi, ad inventarsi la “rivolta” libica… Insomma, con gli imperialismi e le migrazioni di massa, mi sembra che si stia creando l’inferno in terra… Il Profeta, anche su questa prossima ventura situazione, aveva visto lontano : .. non farti illusioni, prima che le masse si accorgano che abbiamo ragione scorrerà molto sangue e sia la degenerazione morale che quelle politica arriveranno a livelli di incredibile bassezza.” Noi, ed io che ho udito per primo, abbiamo il dovere, anzi l’obbligo morale, verso questa e le prossime generazioni di parlar chiaro. San Marino, a Dio piacendo, con un possibile Convegno sulla Sovranità dei Popoli di tutta la terra, può essere un buon inizio.

    Saluti fraterni. Mazzerelli.”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"”"

Leave a Reply