Da Musso a Lepanto: le gesta di Gabrio Serbelloni

Fissare lo sguardo tra le pieghe della storia del XVI secolo significa spesso imbattersi in personaggi che richiamano alla mente le celebri pagine machiavelliche de “Il Principe” e delle doti a lui congeniali di “golpe” (ossia la furbizia) e “lione” (ossia la forza). La visione “effettuale” del Machiavelli di un potere fine a sé stesso, in realtà, non sembra rappresentare efficacemente le idealità di un secolo in cui i sovrani e i governanti preferirono ispirarsi ancora ad una visione (di cui sono testimoni i coevi specula principum) in cui la morale e la religione non fossero distaccate ma continuassero a innervare la politica. Eppure la sua riflessione sulla vita e sul potere ha alcuni tratti d’indiscutibile verità, come la dialettica delle forze della “fortuna” e della “virtù” che può benissimo essere applicato a molte vicende biografiche dell’epoca, come quella del milanese Gabrio Serbelloni.
E’ impossibile infatti non notare come l’ascesa del militare meneghino, nato nel 1509, sia dovuta ad una serie di circostanze in cui la sorte sembra averlo favorito, per poi provare la sua virtù in battaglia. Fu in particolare la stretta parentela con un altro condottiero milanese, il Medeghino, che, con astuzia e spregiudicatezza, si stava facendo notare nel convulso clima degli scontri franco-spagnoli a favorirne l’ascesa. Gian Giacomo Medici (1498-1555), detto il Medeghino, era infatti figlio di Cecilia Serbelloni, zia naturale di Gabrio. Gian Giacomo, di carattere scontroso e violento, si era ben presto segnalato come mercenario al servizio degli Sforza, divenendo uno dei più intimi soldati del duca Francesco II (1495-1545). Dopo aver ucciso un oppositore politico dell’eminente famiglia dei Visconti, il Medeghino rischiò di essere vittima di una congiura della corte ma, grazie alla conoscenza degli intrighi di cui era afflitta la debole corte milanese, percepì il pericolo e s’impadronì del castello di Musso, sulle rive del lago di Como. Qui costituì una sorta di principato banditesco (dove batteva moneta propria) mantenuto grazie alla forza di un esercito reclutato tra le canaglie più fetide, ma alla cui guida pose comandanti a lui legati per vincoli di sangue: il fratello Giambattista, l’altro fratello Gabrio e l’omonimo nipote, appunto il nostro Serbelloni, che all’epoca (1526) aveva solo diciassette anni e aveva appena lasciato gli odiati studi di giurisprudenza a cui era stato inizialmente avviato dai genitori. Il Medeghino seppe barcamenarsi politicamente concedendo alternativamente l’appoggio agli imperiali, agli Sforza e ai francesi, ma soprattutto avvalendosi della presenza del fratello, l’ecclesiastico Giovanangelo, alla corte pontificia. Nonostante l’imperatore, in rotta con lo Sforza, gli avesse concesso il titolo di marchese di Marignano e conte di Musso, un riavvicinamento tra Carlo V e Francesco II (1531), tagliò fuori il Medeghino dai giochi politici. Il condottiero rifiutò di cedere spontaneamente i suoi domini, asserragliandosi in una difesa ad oltranza della propria signoria. A Gabrio Serbelloni, divenuto luogotenente del Medici dopo la morte dell’omonimo cugino, venne affidata la difesa di Lecco dalle truppe imperiali: il giovane resistette un anno all’assalto delle debordanti truppe imperiali fino a che, attraverso l’abile azione diplomatica dell’ecclesiastico Giovanangelo, non venne firmata una tregua e il Medici ottenne la conferma del titolo marchionale.
La fedeltà all’imperatore portò i cugini a combattere, fianco a fianco, in Ungheria nel 1542, dopo la presa di Budapest da parte dei turchi: qui trovarono, come commissario apostolico, anche Giovanangelo Medici, da tempo nominato vescovo di Ragusa. Il terzetto s’incontrò anche nel 1546 durante la guerra condotta da Carlo V contro i protestanti della Lega Smalcaldica; il Medeghino con una rapida azione operò il salvataggio dell’Asburgo dalle truppe protestanti, venendo omaggiato col titolo di vicerè di Boemia. Nel 1554 il Medici venne inviato a Siena, in quanto comandante dell’esercito imperiale, per conquistare la città ribelle e vicino a sé volle ancora Gabrio con l’incarico di generale dell’artiglieria. Dopo una spietata e sanguinaria campagna, conclusasi con la vittoria a Scannagallo nel 1555, il Medici si impegnò ad occupare i castelli e le piazzeforti del senese e della Toscana, per consegnarle al duca Cosimo de’ Medici. A Piombino il Serbelloni seppe imitare la maestria militare del cugino evitando che la fortezza cadesse in mano dei turchi i quali, provenienti dall’isola d’Elba ed alleati dei francesi, volevano conquistare i presidi spagnoli sulla costa toscana. A capo di truppe tedesche, Gabrio si lanciò sulla piana di Piombino contro un’armata di quattromila turchi, uccidendone seicento e costringendo gli altri a lasciare le coste della bassa Toscana, destinate a divenire enclave spagnola nel territorio del granducato mediceo. L’anno successivo Giangiacomo Medici morì, venendo glorificato con un monumento michelangiolesco nel Duomo di Milano, e lasciando, come afferma il suo biografo Marcantonio Missaglia, “suo cugino, che fin da fanciullo era stato allevato da lui nell’armi, e disciplinato in modo che, dopo averlo servito fino alla sua morte, meritò di essere amato come unico erede delle virtù”.
Ancora una volta però la “fortuna” seppe disegnare per Gabrio una sorte invidiabile, a ripagare e provare nuovamente la sua “virtù”: Giovanangelo Medici venne eletto Papa nel conclave del 1559 prendendo il nome di Pio IV (1559-64). Pio IV ebbe il merito di concludere il concilio di Trento e gestì il potere pontificale con la consueta pratica del nepotismo, introducendo nell’ambiente romano molteplici nobiluomini milanesi, tra cui il nipote Carlo Borromeo (1538-84). Anche i cugini Serbelloni vennero onorati con incarichi prestigiosi: Fabrizio fu nominato generale dell’esercito papale ad Avignone contro gli ugonotti e Giambattista castellano di Castel S.Angelo. Il più scontento fu però proprio il più esperto Gabrio che percepì come un’offesa alla sua esperienza militare l’incarico meramente onorifico di capitano della guardia papale del corpo. Nonostante le lagnanze nei confronti del Borromeo, il vero dispensatore delle cariche, il Serbelloni ebbe modo di far valere le sue capacità tecniche. Il lungo periodo di luogotenenza a fianco del Medeghino lo aveva reso particolarmente addotto riguardo l’ingegneria delle fortificazioni militari e proprio per questo nel 1561 girò l’intero Stato Pontificio per visionare le fortezze pontificie e disporle adeguatamente alla difesa delle città; per lo stesso incarico anche Filippo II si avvalse della sua consulenza nelle piazzeforti del regno di Napoli. Nel frattempo la fama della sua abilità gli era valsa la nomina a cavaliere dell’ordine di Malta e, in virtù di questa carica, dopo la morte di Pio IV e il passaggio all’esercito imperiale s’interesso alla sorte dell’isola melitana, allora assediata dagli ottomani (1565). Il Serbelloni, radunate truppe e armate due galee a Civitavecchia per la guerra di corsa, le inviò in Sicilia per rompere l’assedio di Malta; nel 1566, dopo che la flotta turchesca aveva desistito dall’assedio, si recò per conto dell’imperatore spagnolo a ricostruire le fortificazioni distrutte a Malta. L’incalzare dell’Impero Ottomano nelle acque mediterranee metteva in pericolo però anche la Serenissima, solitamente in buoni rapporti commerciali cogli ottomani, tanto che, in seguito all’inizio dell’assedio di Famagosta, Venezia si rivolse spontaneamente a Roma. Qui, infatti, Pio V (1565-72) aveva già messo in moto la diplomazia vaticana per reclutare sane forze in aiuto ai veneziani a Cipro e, più in generale, per la difesa della Cristianità e dell’integrità dell’Europa. In realtà l’iniziativa del Papa fu tutt’altro che semplice: molti furono gli sforzi per cercare di allargare la cerchia degli alleati e, in particolare, addolorò il Papa il rifiuto perentorio della Francia che, in funzione antimperiale, si rifiutava di sfidare l’alleato turco. Alla “Lega Santa” contro i Turchi parteciparono oltre alla Spagna di Filippo II, il cui fratellastro don Juan d’Austria fu nominato comandante in capo, le flotte veneziane, quelle genovesi di Andrea Doria, le navi del Ducato di Savoia e quelle pontificie, guidate quest’ultime da Marcantonio Colonna. La Lega Santa non poteva certo fare a meno dell’esperienza e dell’abilità di un militare sessuagenario come Gabrio Serbelloni: imbarcatosi sulla galea del Colonna come generale d’artiglieria, partecipò ai consigli di guerra ottenendo, in occasione della battaglia di Lepanto, il comando di una galea. Molte fonti attribuiscono al Gran Gabrio l’invenzione di un particolare fuoco greco che “non può essere spento se non consunta la cosa, a cui erasi appiccata”, decisivo per la favorevole sorte della battaglia, combattuta il 7 ottobre 1571. Un anno dopo, col titolo di viceré di Sicilia, prese parte, a fianco di don Juan, nella riconquista di Tunisi e dell’inespugnabile fortezza de La Goletta, il cui governatorato fu affidato proprio al Serbelloni, in virtù delle sue doti di ingegnere militare. Ben presto però la Lega Santa dimostrò tutta la sua debolezza, soprattutto dopo la morte del grande patrocinatore Pio V (1572), sostituito da Gregorio XIII (1572-85). Fu proprio quest’ultimo a dolersi, inascoltato, dell’incapacità degli stati europei di contrastare efficacemente i turchi e, in tal modo, sprecare il vantaggio acquisito con la vittoria di Lepanto. Venezia nel 1573 venne a patti con la “Sublime Porta”, mentre Filippo II incominciò a rifiutarsi costantemente di prestare soccorso alle ormai esigue forze di don Juan, il quale si proclamava impossibilitato a intervenire contro le navi degli ammiragli Occialì e Sinam Pascià, che erano riuscite persino a sbarcare in Sicilia. Il cerchio si stringeva sempre più attorno alle coste tunisine dove il gran Gabrio, affidata La Goletta al fidato Pedro de Portocarrero, cercò di stringere i tempi per la ricostruzione delle difese della fortezza e della città di Tunisi, “assai imperfetta” per quanto riguarda le fortificazioni. Inoltre le sue richieste di aiuto alla corte di Madrid, spesso accompagnate dalle accorate perorazioni di papa Gregorio, giungevano inascoltate alle sorde orecchie di Filippo II, stanco di profondere denaro nell’impossibile impresa della difesa del Mediterraneo dai turchi. Così, mentre il mondo cristiano stava a guardare, le truppe di terra, tra cui oltre duemila giannizzeri, e le navi di Occialì posero sotto assedio Tunisi e la Goletta, quest’ultima afflitta da sostanziale mancanza di uomini. Dopo una strenua resistenza durata due mesi le truppe turchesche, sostenute da quelle affluite da Algeri, conquistarono la Goletta rivolgendo poi i loro cannoni contro Tunisi che seppe scongiurare la sconfitta fino al 13 settembre, quando un ultimo assalto strappò definitivamente la città dalle mani del Serbelloni. L’eroica difesa guidata da Gabrio, ricordata anche dal Cervantes nel capitolo XXXIX del “Don Quixote”, costò la vita a molti suoi soldati, tra cui il figlio Giovanni Paolo, colto da un’archibugiata alla testa. Anche Gabrio, ritrovatosi “con un solo paggio nella scaramuzza”, rischiò di venire ucciso ma i soldati turchi lo fecero prigioniero, trascinandolo per la barba sino ai piedi del pascià per usarlo come pedina di scambio con i prigionieri di Lepanto. Condotto a Costantinopoli venne poi imprigionato in una torre nel mar Nero, per aver risposto maliziosamente al suo vincitore, Sinam Pascià. In seguito, mentre venivano avviate le trattative con Gregorio XIII per lo scambio di prigionieri, ottenne dal sultano di essere ospitato nella casa dell’ambasciatore veneziano Tiepolo. Nonostante l’opposizione di Filippo II, lo scambio del Serbelloni e di altri trentotto cristiani con i prigionieri musulmani nelle carceri romane, avvenne a Ragusa nel 1575; qui, dopo essersi rimesso da una brutta malattia, il Serbelloni passò a Napoli e a Milano, accolto con gli onori dovuti ad un eroe. La sua carriera non era però ancora conclusa e nonostante la vecchia età nel 1578 trovò le forze per servire ancora sotto le insegne di don Juan contro gli insorti nelle Fiandre, guidando cinquemila spagnoli all’espugnazione di Maastricht. Richiamato da Filippo II, morì in Spagna o, secondo altri, nel suo palazzo milanese nel gennaio del 1580. Come miglior epitaffio non possiamo lasciare che le parole del Bosio, storico dell’ordine dei cavalieri di Malta: “Egli fu uno dei più virtuosi, valorosi e begli ingegni che nella professione sua all’età nostra siano stati”.

Da “Il Cinghiale Corazzato” numero 26, novembre-dicembre 2008

Davide Canavesi


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